Emiliano Salci

L’INNESTO
Emiliano Salci

Fotografie di Sha Ribeiro
Rubrica: IL GIORNO E LA NOTTE

“Ho acquistato questo cappotto a Parigi, dopo averlo visto in sfilata qualche stagione fa. Mi ha fatto subito pensare ad un oggetto classico, nonostante il suo eclettismo: sofisticato e malinconico, come le grandi metropoli e un po’ come Milano. Mi ricorda anche certi oggetti di arredamento che strizzano l’occhio all’Art Decò, con i suoi ricami rosso vermiglio che si arrampicano sul tessuto scuro e che impreziosiscono e attenuano la severità del doppio bottone. Inoltre amo la fragilità dei ricami che contrastano con la durezza e la rigidità del tessuto spesso e grigio. Dopotutto Dries Van Noten è celebre per le stratificazioni dei capi, per gli accostamenti elaborati dei colori e dei tessuti, per la sartorialità degli abiti. Lo sento vicino al mio gusto e mi fa pensare al design che amo, a quello degli anni Quaranta, all’eleganza degli arredi dell’epoca: a tutte quelle realtà che confluiscono anche, inevitabilmente, nelle mie stesse ricerche e nei miei lavori.” La stratificazione, gli accostamenti, il confluire. Più che uno stile è un’attitudine, quella di narrare il contemporaneo in questo modo contaminato. Emiliano Salci attinge ovunque, non propone mai qualcosa di puro, c’è sempre un innesto nelle sue creazioni. L’innesto è una pratica agronomica antichissima che consiste nella fusione di due piante differenti. Alcuni frutti che oggi noi mangiamo non esistevano in natura ma sono stati creati dall’uomo con l’innesto: l’arancio, il limone, la fragola, alcune varietà d’uva, il colore iconico delle carote o del radicchio rosso. Per fare un innesto che attecchisca ci vogliono tecnica, sapienza, una certa dose di visionarietà. E tanto, tantissimo mestiere. Ci vogliono le mani sporche di terra, perché se no non funziona. Forse è una analogia azzardata, ma Emiliano ha portato questa tecnica nel design. Si è formato a bottega, da suo papà ad Arezzo. Chi impara il mestiere per contatto diretto impara anche da tutte le vite che hanno reso quel mestiere efficace. Poi però c’è il guizzo, l’accostamento impensabile: l’innesto appunto. Due mani che creano qualcosa di nuovo, di inaspettato. E se funziona è solo la natura a stabilirlo.

La stratificazione, gli accostamenti, il confluire. Più che uno stile è un’attitudine, quella di narrare il contemporaneo in questo modo contaminato.
Per fare un innesto che attecchisca ci vogliono tecnica, sapienza, una certa dose di visionarietà. E tanto, tantissimo mestiere. Ci vogliono le mani sporche di terra, perché se no non funziona.