PASSAPAROLA – Il teatro portato fuori – VOLUME 2 Episodio 2 – Diodato

Fotografie di Mario Zanaria

Intervista di Emilia Jacobacci

Torna una nuova edizione di Passaparola, il format che racconta il teatro portato fuori, realizzato in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano. Stavolta siamo andati a vedere Re Chicchinella, di Emma Dante insieme a Diodato: tra uova d’oro, danze piumate e galline viventi vi raccontiamo la nostra serata.

• EJ: Re Chicchinella è una favola grottesca e disturbante che mette a nudo – letteralmente – le bassezze umane. La storia del re che fa l’uovo d’oro è tratta dalla raccolta di novelle seicentesche Lo cunto de li cunti e ci porta a fare i conti con il rapporto dell’uomo con l’avidità, il potere e la ricchezza. Cosa ti ha lasciato addosso lo spettacolo?

• AD: Inizialmente l’impatto è stato molto forte, quasi disturbante, e fastidiosa è stata la sensazione del sentir crescere un’inquietudine, una nuova scomodità da dover affrontare. Successivamente ho riflettuto molto sulle interazioni col presente, con lo stato attuale delle cose anche nel nostro paese. Il potere che crea una corte di consenso ma che, inevitabilmente, è destinata a nutrirsi del potere stesso. Sanguisughe che divengono pian piano sciacalli.

EJ: Nella storia, il re è afflitto da dolori atroci per via di una gallina insediata nel suo ventre e l’unica possibilità di non nutrire il suo male è quella di resistere alla fame. In qualche modo si tratta di combattere una sfida con sé stessi e le proprie debolezze. Tu hai una sfida con te stesso difficile da affrontare?

AD: Combatto contro diverse mie attitudini. Una delle più importanti e totalizzanti ha proprio a che fare con la fame, la fame di vita. Porta a un paradosso, quello di inseguire sempre qualcosa, porta al muoversi sempre con velocità, con voracità, pur sapendo che conoscenza ed essenza risiedono nella lentezza, nel gustare meno ma con attenzione e totale presenza.

Una condizione che trovo ad esempio, quando scrivo: scrivere mi costringe spesso a dover rallentare, riconsiderare, ascoltare.

EJ: Uno degli aspetti più divertenti e insieme amari dello spettacolo è la relazione del re con la corte e la famiglia che lo circonda, interessata solo alle uova d’oro. Una dinamica attuale anche nel mondo della produzione musicale in cui gli artisti spesso subiscono le pressioni di un sistema interessato solo al profitto. È qualcosa che hai mai vissuto?

AD: Tutti in qualche modo vengono oggi toccati da queste dinamiche ma, forse aiutato anche dalle mie insicurezze, ho sempre provato a guardare oltre, a non percepire mai la gara, a circondarmi di persone e realtà che ragionavano diversamente, o almeno ci provavano. Sono affamato di vita ma non di fama e sono stranamente molto cauto quando si tratta di musica. Mi sono sempre mosso molto lentamente e questo mi ha permesso di fare molte esperienze, di maturare, di conoscere profondamente le dinamiche del mondo della musica. Non mi interessa la competizione, se non con me stesso. È più qualcosa che ha a che fare con il provare a conoscermi sempre più profondamente, con l’abbattere barriere e comunicare, incontrare. Penso a questa esperienza come a un’esperienza di vita, come qualcosa che può umanamente arricchirmi, non impoverirmi. Purtroppo c’è un’industria che si muove in direzione opposta e le prime vittime sono gli artisti, soprattutto i più giovani, che spesso vengono spremuti, mortificati e buttati via. Sembra non esserci più tempo per permetter loro di crescere, maturare passo dopo passo. Si alimentano vanità sperando di ottenere hit da classifica inserendoli in disumane catene di montaggio che considerano solo il profitto

EJ: Emma Dante riscrive la favola di Basile con un linguaggio potente e diretto in cui tutto è fisico: gli attori si mettono a nudo, mangiano cibo vero, bevono, ballano e soffrono in scena esponendosi completamente. Anche il successo, in qualche modo, ti mette a nudo di fronte agli occhi del pubblico: tu come lo vivi?

AD: Mi ha sempre affascinato il potere fisico del Teatro: i corpi degli attori, le parole lanciate in un buio che le rende tangibili.

Il successo, invece, è qualcosa di meno fisico, non ti mette a nudo. Il successo è un malinteso.

La gente tende a cristallizzarti in un’immagine che ha di te, dimenticando che dietro, in realtà, c’è la costante metamorfosi di un essere umano.

Mi sento fortunato perché il mio pubblico, la gente che mi segue davvero e conosce quel che faccio, è sempre molto carina e attenta con me, molto rispettosa. Forse perché cerco, per quanto possibile, di non mettere distanza tra quello che faccio e quello che sono.

EJ: La musica ha un ruolo centrale in questo spettacolo: passando dal Settecento di Händel si

arriva alla Passacaglia di Battiato riportando anche musicalmente il barocco ai giorni nostri e facendo della contaminazione tra presente e passato uno dei punti di forza di questo lavoro. Nel tuo fare musica, quali sono le influenze che ti hanno ispirato di più?

• AD: Anche io ho fatto viaggi molto lunghi, ampi. Ho ascoltato tanta musica degli anni sessanta e poi tanto brit rock degli anni novanta. Tanti cantautori italiani e tante band inglesi. E poi anche il soul, molta musica black, musica per film. Oggi mi sto appassionando anche alla musica elettronica. Non voglio pormi limiti, voglio sentirmi figlio di tutto.

EJ: In questo spettacolo strabordante c’è molto sud: la Sicilia di Emma Dante e di Battiato, la napoletanità di Basile. Una reinterpretazione del barocco in chiave contemporanea e pop. Anche il tuo DNA riporta a sud: cosa ti è piaciuto di più?

AD: Ho amato la recitazione, il lavoro pazzesco fatto dagli attori e sugli attori, il costante gioco con un pubblico silente che è presenza, la collettività che diventa corpo unico e che si muove nell’affamata ferocia di una storia che ci appartiene.