IN THE NAME OF GODDESS

Fotografie di Gio Blonde

Sacro“è una parola di origine indoeuropea e significa separato, interdetto. 

Sì perché gli uomini le cose sacre le hanno tenute separate perché considerate pericolose, superiori a loro, difficili da gestire e/o controllare. Un luogo/ mondo dove regna il caos, la sessualità diventa selvaggia. Dove la bellezza, la violenza, il trauma, la tenerezza si contaminano. Tutto quello che non può essere definito e governato dalla ragione, suscita inquietudine e/o paura. 

Anche la religione (soprattutto quella cristiana ) ha fatto da sempre azione di contenimento di questa dimensione, perché per essa il sacro è imprevedibile e va tenuto a distanza. Quindi, se le religioni sono strutture spesso rigide, la sacralità è una propensione (che mi piace chiamare desiderio) dell’uomo ad andare oltre sé stesso, oltre la propria finitudine. Una sorta di dimensione trascendentale. 

In questo Matrix io mi sono ri-trovata e con esso la mia Sacralità: in ogni incontro, ogni sentimento d’amore, in una poesia, in una promessa. In un viaggio. In un volto, anche mai più rivisto. In ogni immagine fotografata. Benedizione e maledizione al tempo stesso; come qualcosa da temere ma anche una forza attrattiva allo stesso tempo. Perché la paura mi ha sempre richiamato in qualche modo.  

Una potenza che mi ha rivelato la verità delle cose. Anche quelle più scomode e tristi. 

Qualche mese fa durante una delle mie notti insonni ho ripreso in mano M. Eliade. Ecco l’autore parla proprio di ierofanie come   manifestazioni del divino: oggetti, luoghi, avvenimenti; qualsiasi cosa che, per chi la percepisce, assume un carattere sacro e sovrannaturale. È così che mi sento da quando la dimensione fotografica è entrata nella mia vita. (e viceversa) Come la ierofania di Eliade. Una sorta di preghiera autentica ma senza conoscere alcun tipo di religione. Un rituale che mi rassicura.