OUR TIME – GABRIELE GALIMBERTI

Rubrica: Our Time

A cura di Sebastiano Leddi

Fotografie di Gabriele Galimberti

Testo di Sebastiano Leddi

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Questo è il nostro tempo.
Quello in cui le immagini non bastano più per stupire, ma servono per capire il presente.
Ogni mese celebriamo i fotografi più amati e seguiti dalla nostra community.
Qualcuno che, con il suo lavoro, riesce a raccontare il presente, qualcuno che interpreta il nostro tempo e che vorremmo rimanesse oltre il nostro tempo.

A un certo punto ti accorgi che il tuo nome gira. Non sai bene quando succede, ma succede.
Gli chiedo quando se n’è accorto davvero.

Dice che se deve proprio scegliere un momento, allora sì, più o meno tra il 2011 e il 2013.
Aveva una rubrica fissa su la Repubblica. Stava facendo il giro del mondo. Una storia alla settimana. Una scadenza che ti obbliga a pensare, ma soprattutto a produrre.

Poi però arriva quel lavoro sui giochi dei bambini.
E lì cambia tutto.

Non nasce come progetto. Nasce perché una sua amica gli chiede di fotografare la stanza della figlia. Mettono in ordine i giochi insieme, senza pensarci troppo. Scatta. Fine.
Poi succede di nuovo. E poi ancora.

Quando il lavoro esce, siamo nel 2013. I social stanno esplodendo. Le immagini iniziano a girare da sole, fuori controllo.
A un certo punto Facebook lo segnala come il progetto più condiviso dell’anno. Milioni di condivisioni.
Da lì arrivano editori, libri, chiamate dall’estero.

Dice una cosa molto semplice:
“È successo. Non l’ho pianificato.”

 

Parliamo di collezioni. Nei suoi lavori tornano spesso oggetti, accumuli, archivi.
Gli chiedo se colleziona qualcosa anche lui.

Sì.
Le istruzioni di sicurezza degli aerei. E i tagliandi dei biglietti.

Dal primo volo intercontinentale ha iniziato a portarli via. Ora ne ha più di mille. Da ogni parte del mondo.
Ogni tanto li guarda e prova a ricordarsi dove era, che momento della vita era.
Una memoria piegata in quattro.

A un certo punto gli chiedo se, tra tutte le immagini che ha scattato, ce n’è una che sente davvero sua.
Non “la migliore”. Proprio quella che lo rappresenta di più.

All’inizio dice di no. Dice che non è una sola.
Poi si ferma un attimo.
E ne tira fuori una precisa.

È quella dell’uomo con i lanciafiamme.
Acqua azzurra, sole pieno.
Per terra, davanti a lui, una distesa di fucili ordinati uno accanto all’altro.
E lui che spara fuoco, letteralmente. Un lanciafiamme in mano, le fiamme che tagliano l’inquadratura.

Dice che per lui quella foto è una sintesi.
C’è ironia, c’è qualcosa di assurdo, ma è tutto vero.
E soprattutto ci sono più storie nello stesso momento.

La guardi una volta e vedi il gesto.
Poi torni indietro e noti le armi, l’accumulo, quasi ossessivo.
Poi ancora la piscina, la casa, un contesto domestico che potrebbe essere qualunque.
Una scena americana che sembra costruita, e invece no.

Dice che gli piacciono le immagini così.
Quelle che non si consumano subito.
Quelle che ti costringono a guardare meglio.

 

Gli chiedo se, arrivato a questo punto, c’è qualcosa che sente di non aver ancora fatto.

Dice che in questo momento è in pace.
Fino a qualche anno fa aveva sempre addosso la pressione del “prossimo progetto”. Ora si è calmata. Non sparita, ma più silenziosa.

Il video però lo incuriosisce. Non lo ha mai affrontato davvero.
E poi c’è un’altra cosa, fare qualcosa di più libero, meno incasellato. Provare a uscire dal suo stesso modo di fotografare.

Gli chiedo se quando trovi un linguaggio così forte non rischi di restarne intrappolato.

Dice che sì, in parte succede.
Quando una cosa funziona ed è riconoscibile, è naturale tornarci. Anche perché spesso è quello che ti chiedono.

Ma non la vive come una gabbia.
Se domani gli viene voglia di fare altro, lo fa.
Se continua a fare quello che fa, non lo vive come una costrizione.

Gli chiedo qual è il suo vero talento, al di là della fotografia.

Dice le persone.
Dice che riesce a entrare facilmente nelle case, nelle vite degli altri.
Le sue foto non sono mai rubate. Chiedono tempo, collaborazione.
Non è “io prendo qualcosa da te”, è “facciamo una cosa insieme”.

Parliamo di giovani fotografi.
Dice che sono tantissimi. Più di quando ha iniziato lui.

Vede molta fotografia che guarda se stessa. Molto specchio.
Non dice che sia sbagliato. Dice solo che spesso manca una storia che vada oltre chi scatta.

Prima di salutarci gli chiedo un’ultima cosa.
Un autoritratto. Niente di costruito, niente archivio. Una foto fatta adesso.

Mi promette che me la manderà.
La scatterà la mattina stessa del giorno in cui pubblicheremo il pezzo.

Sempre tirati, sempre sul filo del rasoio!