Buongiorno Direttore!
Una rubrica a cura di Mario Zanaria
Intervista di Sebastiano Leddi
Fotografie di Mario Zanaria
Con Giovanni Audiffredi, EIC/ Direttore di Esquire Italia & MH – Men’s Health
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Con Giovanni Audiffredi ci siamo visti negli uffici di Hearst Italia. Volevo parlarci per capire soprattutto da dove viene il suo modo di guardare le cose. Più che le strategie editoriali, mi interessava il percorso: come si forma uno sguardo così netto, come si costruisce nel tempo.
Ne è uscita una conversazione molto personale, prima ancora che professionale.

Partiamo da te. Da dove nasce questa tua relazione con l’editoria?
Credo di essere un “vero” figlio degli anni Ottanta. Sono del ’71, e sono stato molto segnato dalla decade successiva. Da quel mondo lì, dalla forza visiva che aveva. Mio padre era architetto. Io dormivo nel suo studio di casa, tra tecnigrafo, libri e riviste. Domus, Abitare, Casabella. Non avevo i poster dei cantanti, ma manifesti delle mostre.
Quello è stato il primo imprinting. Un rapporto molto forte con l’immagine, prima ancora che con la scrittura.


Quindi l’immagine arriva prima?
Crescono insieme, ma sì, l’immagine per me è sempre stata centrale. Io ho visto il passaggio dalla televisione in bianco e nero al colore, poi i VHS, i CD, gli schermi. In questi decenni la cosa che è esplosa più di tutte è l’immagine, che ha influenzato il mio modo di pensare.

Eppure parti dalla radio.
Sì, ho iniziato a lavorare a Italia Radio, nel ’92. Era la radio del Partito Comunista. Ci sono rimasto sei anni ed è stata una scuola enorme. Mi occupavo di relazioni industriali. Avevo una passione per i luoghi di produzione e per la fabbrica. Ho fatto anche una tesi sul Metallurgico, il giornale della FIOM. Era una scuola di vita.

Cosa ti attirava di quel mondo?
L’autenticità. Le persone, i problemi, le storie. Erano tutte cose molto vere. E poi i luoghi: Mirafiori, l’Olivetti, la Falck. Li trovavo bellissimi, affascinanti. Lontano dal mio spettro borghese. C’era una potenza nel fare, nel lavorare per costruire, che mi colpiva molto.


Poi il passaggio all’editoria più classica.
Sì, ma la cosa importante è che da quei primi passi ho iniziato a maturare un metodo: l’idea di fare le cose seriamente, con cura. Poi ho fatto tante esperienze completamente diverse: Capital, Anna, Chi, Vanity Fair, AD, GQ, Esquire. Ho sempre cercato di non restare fermo, di cambiare, di mettermi in difficoltà. A me piace fare cose diverse, cambiando prospettiva.
Oggi ti trovi a lavorare su due testate molto diverse, Esquire e Men’s Health. Che visione stai portando?
In entrambi i casi, con il team, abbiamo cercato di dare un’identità più chiara.
Men’s Health era un brand molto legato al fitness. Abbiamo dilatato il suo perimetro. Oggi è più vicino a un’idea di life sport contemporaneo, dove conta il benessere complessivo: corpo, mente, stile di vita. Non solo palestra, ma anche cultura dello sport, luoghi, persone.
Su Esquire invece abbiamo fatto un lavoro diverso. Abbiamo spostato il giornale verso un territorio più culturale: arti visive, regia, architettura, attualità. Personaggi meno prevedibili, più pensiero, meno intrattenimento puro. In entrambi i casi il punto era lo stesso: non fare quello che fanno gli altri.

Hai avuto dei riferimenti?
Tanti. Io sono molto grato alle persone con cui ho lavorato.
Luca Dini, Umberto Brindani, Giovanni Iozzia. E poi Elena Mantaut, che per me è stata una maestra importante ai tempi di Anna.
Sono persone che mi hanno insegnato spinto ad esplorare, a fare fatica, a ragionare sulle cose, anche le più banali.


Ti sembra di essere cambiato nel tempo?
Onestamente no, non tanto. Ho sempre avuto le idee abbastanza chiare. Forse perché sono cresciuto in una famiglia in cui era meglio averle. Aver la capacità di scegliere è sinonimo di maturità editoriale. Faccio anche tante cose di slancio, ma poi ci lavoro con attenzione e mi piace condividere tutti i passaggi con la squadra. Detesto fare le cose a caso.
Hai dei rimpianti?
No. Ho fatto degli errori, sicuramente, ma non ho rimpianti veri.
Mi sono sempre divertito. Anche nelle esperienze più lontane da quello che faccio oggi. Ho fatto il giornalino dello SPI-CGIL con lo stesso entusiasmo con cui oggi faccio Esquire.
Non c’è niente che rinnegherei. Fare il cronista in Costa Smeralda o una storia di copertina con un grande artista, sono diversi solo per i superficiali.

Cosa ti guida nel lavoro?
La curiosità. E il metodo.
Io non credo nella ripetizione. Se una cosa l’abbiamo già fatta, non mi interessa rifarla uguale.
La routine mi dà fastidio. Proprio fisicamente.
Cerco sempre di trovare un modo diverso, anche a costo di complicarmi la vita.
Questa cosa si vede anche nei giornali che dirigi.
Sì, perché per me è una questione di identità. Non ha senso fare le cose per stare dentro a un flusso. Preferisco che i giornali siano un’anomalia sorprendente.
Su Esquire abbiamo scelto di non inseguire il mainstream. Abbiamo portato dentro artisti, registi, architetti, mondi che raramente stanno in copertina.
Su Men’s Health abbiamo tolto tutto quello che era più stereotipato. L’uomo palestrato in copertina, sostituito da un fermo immagine dell’azione sportiva. Abbiamo scelto un forte linguaggio fotografico, più simile a quello televisivo.
In entrambi i casi abbiamo cercato di costruire un’identità fortemente riconoscibile.


Quanto conta l’immagine, oggi?
Tantissimo. Io lo dico sempre, in modo un po’ brutale: del tuo pezzo, all’inizio, non interessa a nessuno. Prima viene la foto, l’illustrazione. Se l’immagine non funziona, non entri nemmeno nel testo. È la nostra società che prima guarda e sceglie. Poi certo, il testo deve essere bello, scritto bene, serio. Ma l’attenzione parte da lì.
Ti senti in competizione con altri mondi? Influencer, creator…
No. Non mi ha mai interessato questa gerarchia. Siamo tutti comunicatori. Con linguaggi diversi, regole diverse. Non mi fanno paura. Mi interessa capire cosa fanno.
E l’intelligenza artificiale?
È uno strumento. Ma il risultato, per ora, non mi convince. Lo trovo freddo. Non è una questione ideologica. Semplicemente, non è quello che cerco.

Ultima cosa. Dove va l’editoria?
Per me l’editoria è un contenitore molto più grande del giornalismo. È comunicazione, in tutte le forme. Anche apparecchiare una tavola, in un certo senso, è un gesto editoriale. Serve a trasmettere un’idea. Oggi la parte più forte è quella legata ai social. È lì che succedono le cose più veloci. Ma non credo alla scomparsa degli altri mezzi. Coesistono tutti. La differenza la fa sempre l’identità.
E la carta?
Ha senso se è fatta bene. Se è autorevole. Se offre un’emozione. La cosa di cui sono più contento è aver dato a Esquire e MH-Men’s Health, la possibilità di avere un futuro. Un futuro reale, che sta in piedi anche economicamente. Poi quanto durerà non lo so. Ma intanto c’è.