DIRTY BOOTS – MARCELO BURLON

Rubrica: Dirty Boots

A cura di Mattia Zoppellaro
Fotografie e testo di Mattia Zoppellaro

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Congratulazioni per le tue nozze con Brati!

Abbiamo deciso di coronare questo nostro amore. Siamo arrivati con i nostri figli in metro a Palazzo Reale.

E quanti figli avete?

Sono tre (indica i bellissimi cani distesi sul divano): lei è Reina che sta un po’ male di stomaco, poi Noa e l’altro è Kosta, che sta più con Brati, quindi rimane a Milano.
Siamo un po’ di passaggio adesso. Tra una settimana torno a Ibiza una notte e riparto per l’Argentina.
Cerco di vivere d’estate. Non mi va più di soffrire il freddo, visto che posso farlo perché in questo momento non ho un lavoro.
Due anni fa mi sono ritirato e mi dedico a loro.
Poi suono, collaboro molto con un centro culturale che era andato a fuoco e ho aiutato a ricostruire. Lì faccio una festa dentro a un labirinto una volta al mese, con artisti che arrivano da Buenos Aires. Sto con i miei, facciamo grigliate al lago… è molto tranquillo.
Poi ogni tanto faccio qualche giorno a Buenos Aires, dove vado a trovare questo mio amico che ha una band mega famosa, si chiamano Babasónicos.

Tu sei diviso tra musica e moda…

Sì ora che ho lasciato il brand, mi piace fare shopping, però non vado più alle sfilate. Una volta fremevo per vedere tutto.
Sono interessato alla moda perché mi piace molto vestirmi, quindi compro un casino di roba, Prada, Yoshi e un sacco di giapponesi.
Ora cerco proprio di evitare la fashion week. Arrivo sempre il giorno dopo che finisce.

Beh ci hai fatto un bel po’ di tempo lì in mezzo.

È stato molto bello, perché ho lavorato un po’ come outsider, non arrivando da una scuola di moda, bensì dalla direzione creativa, collaborando con magazine, facendo lo stylist e quant’altro. Da lì diventai un marchio.
All’epoca avevo rotto le regole di tutto quello che era il sistema, portando una cosa nuova, un non-designer che fonda un marchio seguitissimo dai giovani, perché sono sempre stato a contatto diretto con loro, attraverso le mie feste.
Quindi non è che non mi interessi la moda, non mi interessa quello che si porta dietro, questo egocentrismo, questa illusione di salvare il mondo, è tutto troppo individualista. Almeno nella mia esperienza.
Ho vissuto proprio l’hype intorno al 2015… non c’era una persona che non avesse una mia maglietta.
Non avevo la possibilità di regalare i miei prodotti e i personaggi li acquistavano, in questo modo il mio marchio è esploso.
Comunque mi trovo sempre nel posto giusto al momento giusto, e questa cosa si percepiva molto nel mio marchio. Alla fine era uno stile di vita vero e proprio.
Mi piacevano questi personaggi un po’ ambigui, giovani con i tatuaggi in faccia, ragazze trans, female to male. Persone a cui in qualche modo davo un palcoscenico, con le mie sfilate, il mio lookbook, le mie feste.
Grazie anche al Covid, rimasi a Ibiza per molto tempo senza tornare a Milano, e un po’ cercai questa cosa per allontanarmi da tutto, finché ho detto basta. Invece la musica ha sempre fatto parte del mio mondo, perché iniziai nei club.
Io ho fatto la mia adolescenza in Argentina, dove si ascoltava molto la radio, tu telefonavi per fare una dedica in questi programmi serali che ascoltavamo con della musica anni ’80 incredibile. Poi quando finì la dittatura militare nell’83 emersero un sacco di band che prima erano nascoste per colpa della repressione, e io mi formai musicalmente con loro, anche come dj.
Anche se non suono uno strumento.

Qual è stato il primo pezzo che ti ha fatto innamorare della musica?

La prima cassetta che ho comprato era “Dreams of the Blue Turtles” di Sting. Avevo 9 anni.
Non avevo ancora capito di essere gay, e mi piaceva quel pezzo perchè in realtà ero innamorato di Sting.
Poi c’era una band argentina che amavo molto che si chiamava Sumo, il cantante e leader era questo aristocratico romano, Luca Prodan, che aveva fatto le scuole con Prince Charles in Inghilterra. Lui faceva uso di sostanze, non so se cocaina o cosa, e la famiglia, che aveva varie proprietà in Argentina, lo mandò a Buenos Aires a fare il detox. Proprio nella tana del lupo…
Lui è morto nell’87.
Poi amai molto Fito Paéz, diventai amico della sua fidanzata e lo portai a suonare a casa mia a Ibiza, feci un suo concerto per 150 amici.
Anche i Virus, la band dei fratelli Moura insieme ad altri due. Federico Moura era l’Art Director di Soda Stereo. Gli diceva come muoversi, cosa cantare, gli dava anche i pezzi da interpretare.
Io sono cresciuto in un villaggio hippie molto piccolo, ci conoscevamo tutti e i nostri genitori ci facevano andare a ballare fino alle 3-4 di mattina, avevo 10-11 anni. Non c’erano pericoli.
Mio papà è italiano e i suoi genitori sono del Piemonte e del Veneto. Mia mamma è nata lì in Patagonia, in quel villaggio, Bolson, ma i suoi genitori arrivavano dal Libano, quindi provengo da una famiglia di migranti, radicati lì negli anni ‘20. Poi a fine degli anni ‘60 arrivò il musical Hair, e tutti i ballerini, cantanti, attori che partecipavano al musical andarono a Bolson, tramite un loro amico che aveva visto che c’era un sacco di natura: fiumi, montagne, laghi. Arrivarono tutti questi hippie che appunto fecero la prima comunità in Sud America.

Era pre Videla?

Stiamo parlando del ‘68-’69.
La repressione è iniziata nel ‘74.

Però avevate dei posti dove andavate a ballare?

C’erano due club. Uno si chiamava “La Hayet”, l’altro “Life”. Che tra l’altro esiste ancora.

Di che anni parliamo qui?

’87-’88. Si ballava più rock nacional, perché comunque era molto ritmato, e anche musica dall’estero. Dai Technotronic agli Smiths.

L’Argentina, un po’ come la Spagna, non ha vissuto veramente gli anni ‘70 quindi alla fine del regime di Videla si è ritrovata con quella musica.

Ovviamente negli anni ‘70 ci sono stati grandi artisti che scrivevano anche contro il regime. In modo sottile, passavano la censura. C’era Espineta che lanciò Almendra nel ‘71, poi lasciò Almendra e divenne Hade, e Charly Garcia che fece Sui Generis e poi La Maquina de Hacer Pajaros, la macchina che fabbrica uccelli… folle! Poi diventò Seru Hiran, poi nell’83 fece il suo primo album da solista.
Io colleziono tra l’altro vinili a Ibiza, e ho le prime edizioni di moltissime di questi.
La musica è sempre stata nella mia storia.
Una volta arrivato in Italia iniziai subito a lavorare nel ‘92 nei club, avevo 15 anni.

Qual è il primo club in cui hai lavorato?

Nell’Aquadisco Village, a Numana in provincia di Ancona.

Prima di venire a Milano?

Sì, vivevo con i miei genitori, che avevano deciso di trasferirsi dalla Patagonia alle Marche perchè avevano amici lì, in un piccolo paese sul mare Adriatico molto carino.
Lasciamo tutto in Argentina per venire qua a iniziare da zero. Durante la settimana lavoravo in fabbrica con mia mamma, ci svegliavamo alle 4 del mattino, poi nel pomeriggio e nel weekend andavamo a fare le pulizie negli hotel.
Questa è stata un po’ la mia adolescenza. Feci seconda e terza media perché i miei titoli di studio argentini non erano validi qui, ho dovuto rifare quei due anni. Mi è servito perché ho imparato benissimo l’italiano… rimanevo anche fuori dall’orario scolastico con un professore…secondo me ero un po’ innamorato di lui… lo capii dopo.
Inizio a lavorare nel club nel 92, poi il collegamento con Riccione viene subito.
Negli anni ‘90 in Italia si viaggiava molto per andare alle feste o agli after. Facevi 400-500 chilometri per andare a ballare. La comunità del clubbing era molto piccola ma si muoveva tanto, e comunque i club erano grandi.
Si viaggiava in treno o in macchina. Noi dalle Marche, lavoravamo fino alle 5 di mattino, prendevamo la superstrada e andavamo nella zona di Perugia a fare l’after. Mettevamo Bjork sull’autoradio, ingoiavamo una pastiglia di ecstasy e guidavamo per 3-4 ore per arrivare all’altra festa dove ci aspettavano i nostri amici che lavoravano in quel club. Ci si univa in un after venendo da città diverse.
La cultura del clubbing era pazzesca in quegli anni.
Ci davamo appuntamento nell’autogrill di Misano Adriatico. Ci si trovava lì e si partiva tutti insieme in carovana.

Quando sei arrivato a Milano?

Ho iniziato a frequentare Milano con gli amici di Orea Malià di Riccione. Venivamo a trovare I loro colleghi milanesi e andavamo assieme all’Hollywood.
Poi arrivai definitivamente nel ‘98. Avevo conosciuto nelle Marche un gruppo di ragazzi di venti, ventun’anni, che era sceso per un weekend… c’era una stilista di Miu Miu, un altro che faceva gli accessori per Costume National, un altro che lavorava per Nike… un bel mix… Ovviamente vennero alla festa più figa, che organizzavo io! Ci siamo conosciuti e questa mia amica mi fa “cosa fai? Devi venire a Milano”. Mi diede le chiavi di casa sua e mi dice: “non ci sono per un mese, stai da me”.
Avevo mollato le droghe e avevo deciso comunque di crearmi un futuro, perché finora non avevo concluso molto. Avevo soltanto fatto festa, che era pazzesco, e comunque mi guadagnavo i miei soldini e contribuivo alle spese in casa, però dal lunedì al venerdì ero lì a cazzeggiare con gli amici per poi lavorare il weekend. Quindi ad un certo punto ho detto “vado a Milano a fare qualcosa di concreto”.
Qui avevo un po’ di amichetti e iniziamo a fare delle feste piccole nei vari bar di Milano. Ne ricordo una al Lilì La Tigresse che era questo lap dance club dietro corso Buenos Aires. Un giorno arrivò Maurizia Paradiso, è salita sul bancone del bar dove c’erano altre ragazze che ballavano, ha preso il secchio del ghiaccio dello champagne e si è messa a urinare nel bancone, per far vedere che era operata. Pazzesca.
Era una festa piccolina, comunque iniziavamo a muovere un po’ di gente.

Lì avevi la musica in testa però, non la moda

Le feste! Io facevo le feste!
Avevo anche lavorato come modello per un po’ di marchi, tipo Nose…

Da teenager in casa di mia nonna avevo attaccata in camera questa foto della Nose con te morto per terra!

“Fashion victim”.

Flash pazzesco, te la mando. Ho capito qualche anno fa che eri tu.

Questa era la seconda, ne avevo fatta un’altra prima, perché all’epoca compravano molta pubblicità sui giornali…
Quando arrivo a Milano mi accorgo che la gente che frequentavo mia coetanea avevano già dei lavori fichissimi, quindi mi hanno ispirato per mettere le basi e sperare che qualcosa arrivasse.
Facevo casting, continuavo a fare pubblicità commerciali, comunque mi mantenevo e pagavo l’affitto.
Ad un certo punto condividevo questa casa, un loft nei navigli pazzesco dove dormivamo quasi tutti nella stessa stanza. Avevamo deciso di fare una festa per carnevale e avevamo invitato tutti. C’era il mondo intero, tutta la Milano nuova. Mentre fuori quella vecchia si accorgeva che c’era un cambiamento nell’aria.

Parliamo di fine anni ‘90?

Parliamo del ’98-’99. Essendo nuovo in città, avendo 21 anni, unisco la cultura del clubbing con conoscenze più modaiole…il mix era molto bello. Ad una di queste feste erano stati invitati i ragazzi di Primo Piano Gallery, quelli che chiudevano la stazione Centrale e facevano le feste di Dolce Gabbana. Erano molto potenti a quell’epoca come organizzatori, e il venerdì facevano i Magazzini. Loro non prendevano a lavorare nessuno da molti anni, però gli sarebbe piaciuto avermi alla porta, perché avevano capito che avevo un mio seguito. Diventai il portinaio dei Magazzini Generali per tanti anni.
Facevo il selector e soprattutto davo il benvenuto. Lo facevo con altre persone, non ero da solo, però avevo il mio pubblico. Avevo in una tasca cento drink, in un’altra tasca cento pass, e facevo divertire gratis nella serata più bella, che era frequentatissima nel mondo della moda. Dolce & Gabbana, Dries Van Noten. David Byrne presentò lì il suo libro. Era un posto culturalmente importante.
Lì ho avuto la possibilità di ampliare le mie conoscenze.
Ad un certo punto la PR di Nose, per la quale avevo fatto la pubblicità, mi disse che aveva bisogno di me. Io volevo andarmene a Londra a imparare l’inglese, e mi fa “no, stai qua, perché abbiamo bisogno di una figura come la tua, che abbia in mano un pubblico”. Non c’erano i social media, ero io il social media, il ponte tra il pubblico e il marchio, e quindi iniziai a fare pubbliche relazioni per Nose, diventai press office dal niente. Imparai il mestiere sul campo.

Mi piaceva Nose

Era un brand fichissimo, c’erano molti soldi perché era della Fornari, quindi Fornarina. Era un marchio non commerciale, quindi tutte le cose che si facevano erano un pezzo culturale abbastanza importante. Facevi la festa con Darren Emerson, degli Underworld, c’erano cose molto fiche.
Iniziando a fare pubbliche relazioni per loro passai dalla notte al giorno, e iniziai a conoscere un’altra Milano: stylist, giornalisti, direttori di giornali. Capii che era molto facile per me relazionarmi con le persone.

E’ quasi un paradosso, avere questo talento venendo dalla terra al confine del mondo…

Mia mamma aveva un’agenzia di viaggi in Patagonia, quindi è sempre stata in contatto con persone che arrivavano da fuori, da Buenos Aires, ma anche dall’estero, quindi aveva una propensione alle pubbliche relazioni.
Dai Magazzini il gruppo se ne andò, lasciarono a me i Magazzini e la festa diventò mia. Iniziai poi a conoscere altri personaggi, arrivò Domenico Dolce e mi disse “guarda che ho un progetto per te”, gli dico “ma io lavoro per Nose”, mi risponde “ti chiameranno lunedì, se hai voglia facciamo una bella cosa”. Lunedì firmai per Dolce & Gabbana.
Feci quasi un anno di pubbliche relazioni per loro. Imparai un casino! Lì conobbi Riccardo Tisci, eravamo migliori amici, quindi facevo pubbliche relazioni per lui, parallelamente a Dolce & Gabbana e alle feste ai Magazzini. D&G mi permetteva di lavorare per altri marchi, avevo una mailing list molto importante e iniziai a fare feste per tanti. La prima in assoluto, prima di D&G, è stata quella per il 25esimo anniversario di Armani, dove per la prima volta prendevano un PR esterno all’azienda perché avevano capito che il mio giro comunque era molto più democratico, molto più internazionale. C’erano streetwear kids, modaioli, tripli cognomi, drag queen, borghesotti milanesi…
Poi feci un’agenzia di pubbliche relazioni dove lavoravo da solo, non avevo soldi per pagare nessuno, facevo l’assistente a me stesso, e organizzavo eventi per tutti gli stilisti. C’era Prada che inaugurava un negozio e io facevo la mailing list, Replay Jeans faceva una festa e io suonavo, facevo pubbliche relazioni, aiutavo nella produzione e in più sceglievo anche gli artisti che si esibivano.
Pian piano il mio cachet è aumentato. Facevo PR per la Galleria Cardi, di tutte le inaugurazioni me ne occupavo io. Abbiamo fatto il concerto di Prince per Versace… delle cose veramente incredibili con dei budget assurdi, per cui ti chiedi: “ma veramente stai spendendo 3 milioni di euro per un party?!?”
Con Replay magari risparmiavano due anni di budget del marketing e poi lo riversavano tutto in una festa.
Quell’epoca l’ho vissuta in pieno. Ho sfruttato ogni cosa. C’erano giorni che magari arrivavo al Salone del Mobile e inauguravo il negozio di Marc Jacobs, poi ti facevo un cocktail per un altro marchio, e finivamo a fare la festa all’Hangar Bicocca. Magari in un giorno facevo quattro eventi fatturati, quindi per me era incredibile!
Questo molto prima del marchio.
Nel frattempo lavoravo anche per Rodeo.

Era un bel magazine!

Molto. A Rodeo sono anche diventato stylist, e collaboravo contemporaneamente per GQ Germania, Playboy Francia, Crash Magazine… lavoravo un casino.
E poi diventai music designer, quindi a un certo punto facevo anche le musiche per le sfilate di un botto di stilisti.
Lasciai D&G, entrai a lavorare con Alessandro Dell’Acqua come celebrities PR.

E poi ci fu Pink Is Punk

A un certo punto conosco Andrea Mazzantini, Dumbo e tutto questo gruppetto di skaters, graffiti artist, e abbiamo deciso di lanciare Pink Is Punk al Bond. E spacca un casino!
Quindi noi gay modaioli e tutto questo mondo etero streetwear assieme come fratelli!
C’è stata una rivoluzione culturale a Milano.

Il tuo brand è riuscito ad unire due cose che prima di allora erano separate, cultura gay e street

Sì, la figata di County è che era inclusivo al massimo grado. Non c’erano età, religioni, sesso che dividevano.

E lo street in realtà non è mai stato tanto inclusivo come movimento

Mai, anzi, molto omofobico.
Finché comunque le generazioni sono iniziate a cambiare, la gente ha iniziato a capire che il mondo funzionava in un altro modo, o poteva funzionare in un altro modo. E infatti ha funzionato in un altro modo.
Il Bond diventa troppo piccolo e torniamo ai Magazzini, nel basement. E lì feste con Raf Simons, Tilda Swinton… diventava un punto di ritrovo molto importante anche per chi arrivava in città. Dovevi andare alla festa perché sapevi che lì trovavi il mondo. Anche collegamenti professionali: I nuovi fotografi in città andavano lì perché magari c’era l’agente delle modelle che poi loro sentivano il lunedì.
C’era uno scambio molto organico, non era forzato. Infatti era quello il bello, perché ancora non c’era il boom dei social media, era tutto molto fresco.
Contemporaneamente andavo in giro a suonare per tutto il mondo. Una volta al mese facevo il Chelsea Hotel a New York, poi andavo a Barcellona dove facevo un altro residency alla festa di Silvia Prada. Poi andavo a Beirut o Mosca. Suonavo spesso anche a Kiev, scendevo dall’aereo privato che mi pagava il cliente e c’era una Bentley che mi aspettava con I fiori e lo champagne. Follia… Non bevo neanche.
Oggi ho giornate liberissime e sono felicissimo di questo.

Adesso cosa fai?

Non faccio un cazzo.

Sei in vacanza?

Vivo in vacanza, gioco a padel, faccio lezioni di padel, mi occupo del mio club in Patagonia. Ho un orto organico a Ibiza, pazzesco.

Ma con tutte lerobe che hai fatto, non ti annoi?

Compro arte, guardo il mondo da un’altra prospettiva. Da un oblò. Ringraziando tutti i giorni, perché sono grato per quello che mi è successo. Ovviamente non me l’ha regalato nessuno, però la combinazione di eventi che mi ha portato qui è stata bellissima. Ho un’esperienza di vita pazzesca, anche attraverso il lavoro, perché comunque per molti anni la mia vita era il mio lavoro.

Cosa fanno adesso i tuoi genitori?

Sono pensionati, hanno 80 anni.

Sono ancora qui in Italia?

Sono tornati in Argentina dopo 23 anni in Italia. Stanno da Dio, però non fanno più niente. Mia mamma è sempre coinvolta nell’organizzazione del comune, c’è l’anniversario del paese, quindi la chiamano perché è la vecchia paesana. La pioniera del turismo. E’ un personaggio importante. Le hanno dedicato una piazza, in vita.

Hai sempre avuto un buon rapporto con loro?

Con i miei? Pazzesco. Quando capii la mia sessualità li chiamai, ero innamorato di un ragazzo e glielo raccontai, ero già a Milano, avevo vent’anni.
Anche se alla fine non ci sarebbe mai stato il bisogno: l’avevano capito: I capelli blu me li tingeva mia mamma. Feci tutti i colori. Tutti! Era veramente incredibile.
Ti mostro le foto (tira fuori una bellissima collezione di immagini anni ’90)
E quanto mi piacevano le ecstasy!

Com’è stata la tua prima esperienza?

Un ragazzo di Alessandria che spacciava era venuto lì e ci ha detto, ragazzi è ora di diventare grandi. Una a testa.

Quanti anni avevi?

17.

Anche io. 17 anni la prima. È stata sconvolgente! Ricordo che quando l’ho presa non mi piaceva tanto la musica dance- techno… la pastiglia mi inizia a salire e sento questa forte energia in tutto il corpo, che non riesco ad esternare… la musica non mi arrivava. I miei amici mi hanno consigliato di provare comunque a muovermi. Dopo i primi due passi mi è sembrato di rompere una gabbia di vetro… Le altre pastiglie sono state belle ma la prima è stata un’epifania.

Io la prima con uno dei miei migliori amici. Eravamo in un bagno di un club a fare sesso e ci è salita in quel momento. Avevamo l’hotel sopra perché lavoravamo in quel club. Andiamo in stanza ed erano tipo passate sei ore. Sentiamo bussare, “ma che cazzo fate qua? vi stiamo cercando dappertutto”. Avevamo lasciato la festa.
Poi decidiamo di farci una doccia, e passano altre 5 ore…
Finché ci siamo ripresi e ci hanno portato ad un after. Che meraviglia!

Ti hanno mai contattato per scrivere una serie tv?

Più che altro c’è una casa di produzione di Milano che me l’ha proposta. Mi hanno messo in contatto con Flavio Lucitelli. Ha scritto una serie con Luca Guadagnino, quella a Chioggia.

“We are who we are”. Molto bella.

L’ha scritta con Luca. Ci siamo conosciuti, è venuto a Ibiza e ci siamo chiusi un weekend a parlare, a raccontare la storia, a creare i personaggi. L’ha scritta veramente bene.
Siamo agli sgoccioli, manca poco. Perché la storia è pazzesca, veramente bella bella.

Saresti anche il produttore?

Non voglio spenderci soldi… Però creativamente sì, devo esserci in tutto e per tutto.

E chi sceglieresti come attore?

Dovrebbero essere tre persone a interpretarmi: un ragazzino che dalla Patagonia arriva in Italia, io dai ventuno ai venticinque e poi la mia versione adulta.

Chi vorresti interpretasse te adulto?

Mi sarebbe piaciuto Spadino, Giacomo Ferrara. Tra l’altro gli ho mandato la storia e gli è piaciuta.

Avreste anche qualcosa di somaticamente affine…

Sì perché poi non è bello ma ha un qualcosa…

E’ affascinante.

Sì non è bello alla Alessandro Borghi. Giacomo è un bello-strano, cool.

Raccontami un po’ di te e Brati, quando vi siete conosciuti?

Vent’anni fa. Lui frequentava le mie feste, prima con il suo fidanzato ai Magazzini, e lì ci vedevamo sporadicamente. Poi con gli anni compariva sempre di più nel gruppo di amici, oppure nel bar che frequentavo. E un giorno l’ho invitato con un altro suo fidanzato a una mia festa pazza in casa mia quando ero single, anno 2016, 2017. E poi a un certo punto, non so come, iniziamo a frequentarci. Un giorno gli dico, “io tra un mese parto per l’Argentina perché inauguro casa, faccio questo festival pazzesco con Devendra e altri artisti, se hai voglia di venire facciamo una prova per vedere come stiamo, se dormiamo bene insieme. Altrimenti ho un po’ di casette lì in Argentina, e dormi da un’altra parte”.
Quel mese abbiamo subito legato.
In tutto questo non ti ho detto che io ho sempre praticato il buddhismo, la Soka Gakkai. E anche lui frequentava il centro culturale buddhista, quindi c’era qualcosa che ci accomunava al di là della musica o della moda. Lui all’epoca lavorava per Gucci, con Alessandro Michele, e gli dissi “dai vieni a lavorare con me, almeno viaggiamo insieme, costruiamo qualcosa”.
Era un momento in cui ero un po’ stanco del marchio, l’energia mi era calata un casino, quindi avevo bisogno di un boost.
Infatti quando è arrivato abbiamo cambiato un sacco di cose, ho fatto gli ultimi anni lavorando con lui e sicuramente mi ha aiutato anche a chiudere in bellezza quel periodo. Sono quasi otto anni.

Non sono pochi, io non ho mai avuto una storia di otto anni.

Fino a Brati io quattro al massimo. Poi siamo adulti e consapevoli, quindi magari io faccio tre mesi da solo in Patagonia, ci manchiamo un casino… Poi abbiamo creato questa splendida famiglia con i tre cagnoloni.

Beh è importante che uno dei due non patisca il tempo e la distanza.

Sì, altrimenti non funzionerebbe. Io sono di base a Ibiza, lui Milano, quindi ognuno ha il proprio mondo, le proprie cose, ma poi ovviamente siamo una famiglia.
Ci diamo molto spazio, quello è sicuramente la chiave per il successo.

Le relazioni più durature sono quelle dove ti concedi spazio e tempo per i fatti tuoi, per i tuoi giri, per le tue cose. Trovo un po’ tossico stare assieme sempre e costantemente.

Io all’inizio era un po’ ossessivo, “dove vai, andiamo insieme, viaggio con te, ti seguo”, poi ti rendi conto che non può funzionare. Piano piano siamo maturati, proprio nella relazione stessa. Abbiamo proprio imparato ad amare da entrambi.
Magari hai avuto tante esperienze in cui credi di essere stato innamorato… però capisci di esserlo quando riesci a costruire una cosa che rimanga così solida e duratura… non tolgo valore alle storie passate, perchè grazie a quelle oggi sono quello che sono. Gli sbagli che ho fatto e le cose che ho imparato nelle altre relazioni mi hanno portato qua.
Però quello che stiamo vivendo noi in questo momento, penso che sia una cosa super speciale, siamo proprio una famiglia.
C’eravamo già sposati in Patagonia, però poi abbiamo deciso di farlo comunque a Milano perché era un gesto molto simbolico. Milano è una città dove abbiamo deciso entrambi di vivere, ovviamente oggi apparteniamo a Milano, diciamo che è la nostra città adottiva

Da che città viene Brati?

Da Nis, Una città piccolina nel sud della Serbia.

Una cosa che ho notato è che tante persone creative, tante persone che hanno bisogno di esprimersi, vengono da posti più o meno sperduti. Posti che ti fanno sviluppare la curiosità di andare fuori dalle palle.

Sì, ti dà la voglia di vedere cosa c’è dall’altra parte. Anche se a volte non trovi ciò che ti aspettavi.

Anche rimanere delusi è utile. Ti fa crescere.

Ci porta poi qua, alla fine.