Rubrica: Dirty Boots
A cura di Mattia Zoppellaro
Fotografie, Intervista e Art Direction di Mattia Zoppellaro
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Sebbene non sia un topic ben accetto negli aperitivi milanesi popolati da creativi che frequento, io amo lo sport.
Il mio punto di vista è quello del divano — o, quando capita, del seggiolino di uno stadio o di un palazzetto.
Dello sport amo il dramma, ma ancora di più l’epica, molto più della statistica. Come direbbe John Ford: “When the legend becomes fact, print the legend”.

Mi appassionano le storie degli atleti: il background, il percorso, le origini.
E tra queste storie ci sono delle costanti.
È difficile diventare campione del mondo dei pesi massimi se non vieni dalla strada.
Diego Armando Maradona sarebbe mai stato El Pibe de Oro se non fosse cresciuto a Villa Fiorito, dove in casa non c’era nemmeno un bagno?
Non è una questione romantica. È una questione di necessità.
Perché quando non hai alternative, sviluppi qualcosa che non si può insegnare: urgenza, fame, istinto.

E forse è anche per questo che tanta musica suonata — basso, chitarra, batteria — da anni sembra spesso più esercizio che necessità.
Accesso, mezzi, estetica: tutto giusto. Ma senza urgenza, difficilmente succede qualcosa che resta.
Il privilegio ti permette di iniziare.
Non ti obbliga a dire qualcosa.

Per scrivere certe cose serve altro:
“I feel like say somethin’, I feel like take somethin’
I feel like skatin’ off, I feel like waitin’ for ‘em
Maybe it’s too late for ‘em
I feel like the whole world want me to pray for ‘em
But who the fuck prayin’ for me?”
Crescere a Compton non è un dettaglio narrativo. È una grammatica.

Il rap, da questo punto di vista, è una delle poche forme musicali davvero accessibili: non richiede strumenti, né studi, né permessi.
Richiede tempo, testa e una certa quantità di realtà addosso.
Per questo i quartieri popolari non sono un limite, ma un detonatore.
Lì impari presto a stare dentro alle crepe, a muoverti con poco, a trasformare quello che manca in qualcosa che suona.

Marracash non esce dalla Barona pulito: se la porta dietro.
Negli incastri, nei silenzi, nelle parole.
Perché quando cresci così, la creatività non è un vezzo. È una via d’uscita.
E la comunità non è un concetto astratto: è sopravvivenza condivisa.
Fabio è stato plasmato dalle sue origini.
Senza la Barona, probabilmente, non esisterebbe Marracash. O, quantomeno, non così.

Oggi è uno degli artisti italiani più trasversali: sta nelle playlist dell’art director e in quelle dell’ultrà della curva.
Una presenza che tiene insieme mondi diversi, in un modo che in Italia riesce a pochi — più vicino a Vasco o Battisti che ai suoi contemporanei.
E il quartiere resta il centro della sua narrazione.
Non uno sfondo: un protagonista.

Il block party in Barona è, in questo senso, un ritorno ma anche una dichiarazione.
Niente Prato Gold, niente Area Premium.
Se vuoi stare sotto il palco, arrivi prima. Fine.
Biglietti a 25 euro, accessibili.
Prelazione per chi vive lì, CAP 20142 e 20143: i baronesi.
Dalle 16:30 suonano solo artisti local: Chef P & DJ 2P, Bandits Crew, R1MKA, Elylaba, xMikeyi, Yas Laba, Y.E.B., Mimmoflow, ABBY 6IX, RAME.
Un ecosistema, prima ancora che una lineup.

Quasi 8000 persone — tra pubblico, balconi, tetti — a ricordare una cosa semplice:
la periferia non è il margine. È spesso l’origine.
Alle 19:06, con “Badabum Cha Cha”, il quartiere esplode.
Da lì in poi il live non è una scaletta, è un percorso.
Un movimento continuo tra identità e memoria.
Brani in cui la Barona diventa codice genetico, ma anche lente per leggere il presente.
Pezzi in cui Marracash non si limita a raccontare il mito gangsta: lo smonta, lo analizza, lo ribalta.

Con “Chiedi alla polvere”, un ragazzo in prima fila — sotto il sole dalle 15:30 — urla:
“la mia stoffa è di fottuto tessuto sociale”.
E in quel momento non è solo una barra. È una sintesi.

Su “15 piani” sale Sfera Ebbasta, Straight Outta Cinisello, indossando una pertinentissima t-shirt di Boyz’N’The Hood, e viene accolto come un eroe.
Quartieri diversi che si parlano senza bisogno di traduzione.

Poi arriva “Vittima”, e il live cambia temperatura.
“Quando mi arrendo al mio lato peggiore, coltivo risentimento, perpetuo dolore”.
Marracash toglie la maschera e torna Fabio.
E ti porta dentro una zona più scomoda, più fragile, più vera.

Una ragazza disidratata viene estratta dalla folla durante Brivido (“Questo mondo fa troppo chiasso, Io non sento più quello che penso, Quello che è peggio non ricordo più quello che ho perso”), riprende i sensi e si rimette a ballare come una tarantolata un paio di brani dopo, con Cliffhanger.

E’ il momento della tossicissima Crudelia, pezzo molto utilizzato per finire le relazioni spiacevoli (ne so qualcosa… mi è stata dedicata).
Il finale è un ritorno.
“Bastavano le briciole” riporta tutto a un’infanzia che non è nostalgia, ma contesto.
Poi entra Elodie, e scopro che assieme non si esibivano in pubblico dai tempi della loro relazione, con cui canta “Niente Canzoni D’Amore”, che chiude un cerchio emotivo più che musicale.
Marra wrappa con un inedito feat Rame from Barona.

Alle 20.30 grazie ad una regia divina che regala un tramonto col cielo color Monet ce ne torniamo a casa tutti un po’ commossi: per la performance, per il calore della gente, per la sensazione di comunità. Lo spirito di quartiere è un sentimento in via d’estinzione nell’epidemia di gentrificazione che sta “eventificando” Milano sempre di più. Però la città ogni tanto riemerge e lo fa tramite la periferia. Senza filtri, senza premium, senza scorciatoie
Gimme more!
