Fotografie di Francesca Napolitano

Questo progetto nasce da un’esigenza personale e collettiva: raccontare storie di donne attraverso la fotografia, restituendo loro volto, voce e dignità. Dopo anni di esperienze e riflessioni sul mio vissuto di donna, ho sentito l’urgenza di indagare quel senso di dubbio e svalutazione che spesso ci accompagna, soprattutto in contesti lavorativi. Ritraendo 14 donne diverse per età e percorso, ho voluto mostrare il filo comune che ci unisce: il talento, la passione, la forza di volontà che resistono nonostante precarietà, discriminazioni e stereotipi. Non un elogio idealizzato del femminile, ma un racconto onesto e autentico, nei luoghi dell’identità, per ricordare che la parità non è un’opinione, ma un’evidenza ancora negata. Non una celebrazione romantica del femminile, ma un racconto sincero e fedele, radicato nei luoghi che definiscono chi siamo, per affermare che la parità non è una concessione né un punto di vista: è un dato di realtà che troppo spesso continua a essere ignorato.

“Hanno dubitato delle mie potenzialità in quanto personal trainer donna, come se in qualche modo un corpo armonioso e più esile rispetto a quello maschile, sminuisse quello che è lo stereotipo di “forza” in quest’ambito; come se in qualche maniera l’estetica femminile condizionasse e rendesse poco credibile la mia figura da un punto di vista professionale e fosse quasi insolito che io potessi avere ogni idoneità per allenare sia donne che uomini, indistintamente.”

“Ho lavorato come attrice, ma la mia voce restava spesso ai margini del cono di luce. Se parlavo piano, non mi vedevano. Se alzavo il tono, diventavo accecante, fastidiosa. In un ambiente che applaude chi si impone e graffia, ho capito che la dolcezza, se non punge, resta nell’ombra. In scena potevo essere tutto, fuori dovevo ridurmi.”

“La ceramica è il mio ritorno al presente, alla lentezza, alla pazienza. Dopo anni di corse in affanno, con la mente colma, mi sono persa nel vortice del dovere.
Coraggiosamente ho scelto di fermarmi ascoltarmi e respirare. Ripartendo da zero, rivoluzionando tutto.
Oggi coltivo il mio sogno, qualunque volto decida di avere, con cura e fiducia nel tempo. E in me.”

“Faccio l’architetta da 23 anni e, sin dall’università, il trattamento studente/studentessa era nettamente diverso se i professori erano uomini (e lo erano quasi tutti).
Da professionista, in cantiere il primo giorno, se mi accompagnavo ad un uomo, tecnico o no, gli operai erano convinti fosse lui l’architetto che aspettavano, rivolgendosi a me come “signora”; in questi anni di professione potrei raccontarne tante, i cambiamenti sono lenti, si fa ancora fatica ad accettare i ruoli e le professioni declinati al femminile, figuriamoci il resto. Oggi mi sento una donna e un’architetta appagata, ma di sicuro porto con me, nel mio bagaglio esperienziale, questo fardello.”

“L’accuratezza per il dettaglio e la precisione per ogni singola parte del capo è determinante per il mio lavoro. Solo questo può generare il vero valore simbolico e morale di un capo. La figura della sarta è tanto antica, quanto rara ed essenziale per poter produrre ancora capi che, senza questo mestiere (soprattutto femminile) fatto di minuziosità e pazienza, di amore e cura, molte industrie cesserebbero di esistere.”

“Essere una coreografa e danzatrice donna oggi significa abitare un terreno duplice: da un lato, quello della creazione, del corpo che parla, dell’espressione che libera; dall’altro, quello di un sistema che, pur presentandosi come inclusivo, spesso conserva meccanismi silenziosi ma profondi di esclusione o svalutazione. Non sempre si tratta di parole dette. A volte è uno sguardo che ti pesa addosso, una domanda che non arriva, dover gestire l’ambiguità di attenzioni che non hanno nulla a che fare con il lavoro, che invadono uno spazio che dovrebbe essere sacro e professionale.
Altre volte, è il sentirsi osservata prima che ascoltata, come se il corpo in scena non potesse mai essere del tutto separato da ciò che rappresenta agli occhi degli altri. Non si tratta sempre di atti espliciti, ma di sfumature, di quella “invisibilità” che pesa.
Eppure, in quello spazio sottile e spesso fragile, ho trovato una forza radicale: quella della creazione. Ogni gesto, ogni scelta scenica, ogni silenzio danzato diventa allora un atto politico, un’affermazione di presenza. Nonostante tutto, questo percorso mi ha dato immense gioie: la possibilità di generare senso, di costruire comunità attraverso il corpo, di essere testimone e portatrice di nuove narrazioni. Ma so anche che ogni passo che faccio sulla scena è un passo che ancora oggi scava, rompe, costruisce dentro un sistema che va, pezzo dopo pezzo, riscritto.”

“Quello che sono riuscita a diventare lo devo alle persone che più ho amato al mondo e che, qualsiasi cosa volessi realizzare mi dicevano di no. E’ stata una continua sfida tramutare i no, in si nella mia vita e nella mia carriera.
Qualsiasi cosa abbia voluto concretizzare non ha mai avuto consensi, tutto ciò che ho costruito è stata una vera conquista per me. Ho dovuto tirar fuori le unghie per dimostrare quanto fossi in grado: arredare è tutto il mio mondo e ho costruito questo sogno andando contro tutto e tutti. Sono passati 30 anni e solo ora posso dire a gran voce che è tutto merito della mia ostinatezza, senza la quale oggi non sarei qui.”

“Ho sempre pensato che l’arte mi avrebbe dato una possibilità e tramite essa mi sono conosciuta profondamente. L’inchiostro è l’arma che utilizzo per esprimere tutto ciò che è in me: rabbia, passione, idee, valori, ribellione, ingiustizia. Il corpo è la tela su cui mi esprimo e molto spesso è doloroso dover realizzare che ci siano ancora moltissimi stereotipi legati all’aspetto fisico, da sopportare. Da una parte il desiderio di voler mostrare e di voler abbellire la propria pelle, dall’altra il bisogno di doversi nascondere per non sentirsi “divers*”, come se ci fosse un unico modello di bellezza da seguire e, se si ha qualche imperfezione o qualche forma in più o in meno, non si rientra in quel canone e si è molto infelici.”

Quando lavoravo come assistente della Direttrice del corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma, una collega mi disse: “Noi donne non siamo portate per comandare, dobbiamo farcene una ragione”. La Treccani per “comandare” da come definizione: ordinare, imporre di fare una cosa. Socialmente parlando, il genere femminile è legittimato nell’esercitare azioni di ascolto, quindi per definizione volte all’accoglimento di una prospettiva altra. Come può ad oggi essere considerato politicamente efficiente il comandare e non l’ascoltare, se la politica dovrebbe avere come oggetto l’interesse pubblico, l’altro?
Mi sono spesso trovata ad essere la più giovane e l’unica donna negli ambienti lavorativi in cui mi sono formata, inizialmente non capace di spiegarmi il bias che portava i miei colleghi a trattarmi in modo differente rispetto a miei coetanei uomini, convinta che meritavo di occupare un certo spazio solo se avessi provato di essere più brava degli altri, più determinata.

“SONO UNA FEMMINA.  A volte, scelgo di apparire svampita. Un modo tutto mio per rendere più vivaci e leggere le interazioni con certi, che spesso mi confondono con una visione fragile e retrograda. Mi diverte vedere quanto poco serva a confermare questi grandi stereotipi. Ma dentro, un brivido non felino, mi attraversa ogni volta che capisco che, per molti, non è una finzione — è la realtà che si aspettano da me.”

“Lavoro nell’ambito della moda, come scrittrice, da ormai un decennio. Se è un’industria che appare prettamente femminile, non direi che ai miei inizi abbia avvertito tanta sorellanza. Ricordo ancora un aneddoto del mio primo lavoro in cui una collega mi disse che sembravo una “poco di buono” perché avevo indossato una gonna sopra il ginocchio per la prima volta. Moltissime, troppe opinioni legate all’aspetto estetico, sia da parte di uomini che da parte di donne, in un contesto in cui nessuno dovrebbe sentirsi tanto in difficoltà, perché si, questi commenti creano un profondo disagio. Quando leggo di professionisti rinomati che parlano della moda come uno spazio di libertà, mi viene da sorridere…perché tutta questa libertà non la vedo affatto, anzi. C’è da lavorare sulla sorellanza, ma anche sulla tossicità della moda.

Penso che la parità debba esser proprio questa: esistono al mondo persone che hanno parità di valore e di competenze e, a parità di ciò, donne e uomini non devono godere di trattamenti diversi e non servono opinioni in nessun caso, ma solo consapevolezza. Le donne e gli uomini, devono entrambi basarsi su questi valori. E nient’altro. 

Per me le parole sono azioni e scelgo come utilizzarle per sensibilizzare la gente circa molte tematiche ancora oscure agli occhi di molt*, attraverso interviste a professionist* nel sottore della moda e storie sulla diaspora africana in Europa. Educare è fondamentale. Discuterne non è mai troppo.”

“Per la società di oggi esser donna e perlopiù giovane sembra essere una condanna, un difetto, più che un valore aggiunto. Ho studiato, mi sono messa in gioco per molti anni, sebbene il sistema mi abbia spesso messo a dura prova facendomi sentire, talvolta, mortificata di fronte a tanta rigida indisponibilità nel credere in me; la politica, ad esempio, è sempre stata una grande passione e mi sono lanciata in quest’esperienza senza esitazioni, perché so di avere tutte le carte a mio favore. La mia figura di donna è messa spesso in discussione perché c’è ancora moltissima chiusura, un rifiuto nel voler accogliere qualcosa a cui probabilmente non si è (purtroppo) ancora così abituati, in un contesto patriarcale e radicato. Ma non mi fermerò e continuerò ad osare, a battermi, a scontrarmi, ad aver fiducia in quello che sono: una giovane donna, si, che sa esattamente quel che vuole e dove sta andando. E forse questo disturba un po’.”

“L’arte mi da la possibilità di interfacciarmi sia con donne che con uomini. Attraverso le mie creazioni e i miei gioielli, celebro ogni giorno ogni donna, ogni persona. Ogni lavoro è unico e prezioso e mi da tanta felicità il pensiero che, chiunque indossi ciò che ho creato con le mie stesse mani, possa indossarlo dandone un significato simbolico: molti fiori all’apparenza sembrano fragili e delicati, ma in realtà resistono a tutte le intemperie. Non temono il caldo, né il freddo. Sono meravigliosi, quanto forti e stabili. Dedicarmi alla pittura, alla fotografia e ai gioielli è stata una scelta naturale, nata dal desiderio di dare spazio a ciò che ho sempre amato fare. Non ho mai abbandonato né la pittura né la fotografia: oggi porto avanti tutte e tre le cose, lasciando che si intreccino e si nutrano a vicenda.
Poter contare sulla libertà di intraprendere questo cammino è stato un dono: mi sta insegnando la pazienza, la dedizione e il valore delle cose fatte con le mani e con il cuore.
Spero che un domani, guardandomi indietro, possa raccontare di aver liberamente scelto e di aver costruito qualcosa che mi somigli davvero, senza scendere più a compromessi.
Questa è la serenità professionale che auguro a tutt*.”

“Mi ci è voluto molto tempo per trovare la mia voce, e ora che ce l’ho, non resterò in silenzio.”