RUST – P.I.G.

Rubrica: Rust

A cura di Roberto Graziano Moro
Fotografie di Roberto Graziano Moro
Testo di Chiara Franchi
Graphic Design Giacomo Dal Ben

 

P.I.G.

If this band did exist in the 80s when I was a youth, I could see them sharing the bill with Iconoclast – 45 Grave – Castration Squad – Legal Weapon and Dr. Know. Within every dirge-filled anthem that this band creates, I can smell the filth of L.A. and I realize that this band can’t be fucked with.”

L’entusiasmo di Sean Reveron, fondatore dell’iconico magazine Cvlt Nation, traspare forte e chiaro dalle righe di questo articolo sull’EP omonimo dei P.I.G., uscito nel 2024 per 1753. E c’è da dargli ragione, quando se li immagina in qualche locale della L.A. underground degli anni Ottanta: non solo per il sound che incrocia punk, new wave e metal; ma anche per la loro attitudine abrasiva e intransigente. È l’attitudine schietta e feroce di Los Angeles, di cui abbiamo parlato nell’ultimo numero di Rust e che oggi continua a pulsare nel sottosuolo della città.

Nella musica dei P.I.G. risuona tutta l’identità punk della Città degli Angeli, declinata in una peculiare connotazione dark. La proposta della band è radicale, fatta di pezzi brevissimi e taglienti, dominati da un basso sfrontato e dalla furiosa performance al microfono della frontwoman Blanca. Il loro EP è una stilettata: una decina di minuti in cui l’ascoltatore viene travolto da un misto di malinconia e slancio, da una rabbia che si trasforma in voglia di dimenarsi senza controllo. È una disperata e orgogliosa rivendicazione del proprio essere, di un sé abbracciato con amore selvaggio e violento, in un mondo in cui la frustrazione non sembra capace di annichilire del tutto la speranza e la voglia di lottare.

P.I.G. sta per ‘People Infected by Greed’. “We decided to name this band PIG in reference to my episodes with body dysmorphia”, ha scritto Blanca in un pezzo per Dead Relatives. For a long time I saw a pig looking back at me when I caught myself in the mirror. We thought an acronym could be cool & took some time playing with what P.I.G. could stand for – P*ssy Is Great was one of my favorites”.
Alla fine, la scelta è ricaduta su un’interpretazione politica: come spiega Blanca nello stesso articolo, l’idea di fondo è che non siano le persone ad infettare il mondo, ma l’avidità ad infettare le persone. “The virus is greed”, canta nel brano che porta il nome della band. E se il punk forse non basta come vaccino universale, sicuramente è una medicina potente, capace di curare attraverso la sua fiera affermazione di libertà e la sua potenza catartica.

In qualche modo, anche gli show dei P.I.G. hanno qualcosa di estremo e di catartico. Mentre canta, Blanca si contorce e si colpisce. Il sangue le cola dal cranio rasato sul viso, nei grandi occhi spalancati, sulle mani. C’è qualcosa di primitivo e ipnotico nella sua presenza da menade contemporanea, che traspira anche dalle foto del suo corpo accasciato sul palco. Anche attraverso le immagini si percepiscono la carica fotovoltaica nell’aria sudata, la sensazione di arsura nella gola, l’odore della città là fuori. Si avverte il fremito di un’energia senza tempo. La stessa che aleggia intorno a Los Angeles e alla sua gloriosa tradizione underground.