Rubrica: Our Time
A cura di Sebastiano Leddi
Fotografie di Sam Gregg
Testo di Sebastiano Leddi
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Ho sentito parlare tanto di Sam Gregg, ma non ci eravamo mai seduti a parlare. Le sue fotografie le avevo viste girare molto, soprattutto quelle fatte a Napoli. Immagini che ti ricordi. Volti che ti restano addosso.
La nostra call è un po’ avventurosa. La linea salta, l’audio rientra, a tratti ci sovrapponiamo. Sam parla un italiano sorprendentemente buono, ma ogni tanto si perde e torna all’inglese. Sì scusa continuamente, dice che è normale, la fotografia è complicata da spiegare a parole.

Comincia a raccontare da dove viene tutto.
Tutto inizia abbastanza per caso. Aveva ventitre o ventiquattro anni. Prima lavorava nel cinema e nella televisione a Bangkok. Suo zio aveva una casa di produzione e lui era finito lì senza un vero motivo. Tre anni passati sui set, dentro produzioni televisive piuttosto grandi.
Pensava sarebbe stato un ambiente pieno di talento, di grandi registi, di direttori della fotografia incredibili. Invece no.
«La cosa che mi ha ispirato di più», mi dice, «è stata lavorare con persone che non mi ispiravano per niente».

Ride quando lo racconta. Dice che molti di quelli con cui lavorava erano aggressivi, incazzati, e soprattutto non erano molto bravi.
Facevano televisione mediocre, ma con una sicurezza enorme.
A un certo punto ha pensato: se questi possono farlo, posso provarci anch’io.
Così ha comprato una macchina fotografica.
Era il periodo del colpo di stato militare in Thailandia. Tutte le produzioni televisive si fermano. Per mesi non c’è lavoro. Sam si ritrova con tempo libero e una camera nuova.
Comincia a fotografare.
Fa un primo progetto in Thailandia che gira un po’. Oggi non lo ama molto. Dice che quelle fotografie erano troppo intense, troppo drammatiche. Però gli danno la spinta per continuare.


Poi torna in Europa. A Londra prova a lavorare in ufficio. Dura sei mesi. Dice che è stato uno dei momenti peggiori della sua vita.
Quell’estate va a trovare un amico che lavora in un ostello a Napoli.
Non sa nulla della città. Zero.
Non conosce la storia, non conosce i quartieri, non conosce i fotografi che l’hanno raccontata prima di lui. Arriva nel 2015 e dopo quattro giorni decide di restare.


Lascia Londra e si trasferisce a Napoli.
Per due anni insegna inglese. La mattina in una scuola fuori città, la sera con lezioni private nelle case della borghesia di Posillipo e via Manzoni.
Nel mezzo fotografa.
Gira per Sanità, Forcella, Quartieri Spagnoli. Senza un progetto preciso. Senza un’idea costruita. Senza riferimenti.
Dice che la sua fortuna è stata proprio quella, essere completamente ingenuo.
Non era arrivato a Napoli per fotografarla. Non era arrivato con l’idea di entrare in un immaginario. Non sapeva nemmeno che esistesse.


Oggi, dice, molti fotografi arrivano lì già con un’immagine in testa.
Hanno visto fotografie su Instagram, su riviste, nei libri. Vanno a cercare quelle stesse persone, quegli stessi luoghi.
Lui invece no.
Quando arriva non conosce niente. Cammina e basta. E probabilmente è anche per questo che le sue fotografie funzionano.
Napoli in quel momento sta cambiando. La città si sta aprendo, lentamente. Non è più quella completamente chiusa e diffidente degli anni prima. Sam arriva esattamente dentro quel passaggio.


«Se fossi arrivato cinque o dieci anni prima», dice, «non avrei potuto fare quelle foto».
Le immagini iniziano a circolare. Il suo nome anche. Ma la fotografia per lui resta ancora una cosa laterale.
Continua a lavorare nei bar, a insegnare inglese, a fare altri lavori. Guadagnare con la fotografia arriverà molto più tardi.
«In realtà», mi dice, «ho iniziato a viverci davvero solo nel 2021 o 2022».
Dieci anni dopo le prime fotografie.
Il lavoro però nel frattempo cresce. Arrivano commissioni. Un numero di Vogue Italia dedicato a Napoli. Progetti legati al calcio. Alcuni lavori commerciali.
Ma quando gli chiedo come abbia trasformato tutto questo in una professione, la risposta è vaga.
Dice che non lo sa.
«È successo e basta».

Non ha mai pensato alla fotografia come a un modo per fare soldi.
Ancora oggi, dice, ogni mattina si ricorda che il motivo per cui scatta è lo stesso di quando aveva ventitré anni, il piacere di uscire, incontrare persone, vedere il mondo.
Il resto è arrivato dopo.
A un certo punto la conversazione torna su Napoli. Gli chiedo perché se ne sia andato.
Dice che, come tutte le cose nella vita, anche una città a un certo punto bisogna lasciarla. Se vuoi cambiare, devi muoverti.
Ma c’è anche un altro motivo.
Negli ultimi anni sente un’energia diversa. Più diffidenza verso i fotografi stranieri. All’inizio, racconta, sentiva molto affetto. La sensazione che la città fosse contenta di essere raccontata.
Oggi percepisce qualcosa di più difensivo.
Dice che capisce la frustrazione verso chi arriva per due giorni, scatta qualche fotografia e se ne va.


Oggi Sam vive soprattutto a Londra. È la sua base. Ha la camera oscura, i laboratori, le attrezzature.
Ma viaggia molto. India, Grecia, Italia.
La fotografia per lui resta soprattutto un modo per incontrare persone.
Quando gli chiedo se c’è una fotografia, tra tutte quelle che ha fatto, che sente davvero rappresentativa, mi dice di no.
Non crede nell’immagine simbolo.
Il suo lavoro, dice, è piuttosto un riflesso del suo stato mentale nei diversi momenti della vita. Guardando le fotografie di dieci anni fa vede chiaramente l’ansia, la depressione, il caos di quel periodo.

Oggi sente di essere in una fase diversa.
Più tranquilla.
E anche le fotografie stanno cambiando. Dice che adesso gli interessa di più la bellezza. Le cose semplici.
Verso la fine della conversazione mi dice una cosa che mi colpisce.
Secondo lui oggi tutti hanno paura di essere diversi. Di vestirsi diversi, di comportarsi diversi, di pensare diversi.
Per questo nelle sue fotografie cerca quasi sempre lo stesso tipo di persone.
Quelli che non hanno paura.
Persone un po’ eccentriche, fuori norma, magari strane. Gente che non sente il bisogno di assomigliare agli altri.
«Io», dice, «non mi sono mai sentito una persona normale».
Forse è per questo che continua a fotografare persone che sembrano non voler diventare normali nemmeno loro.
Quando chiudiamo la call mi dice che forse sarà a Milano la settimana prossima.
«Se passo», dice, «beviamo una birra».
Gli dico di scrivermi.
