DIRTY BOOTS – Elisa

Rubrica: Dirty Boots

A cura di Mattia Zoppellaro
Fotografie, Intervista e Art Direction di Mattia Zoppellaro

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Mi piace tantissimo questo posto! (*siamo nel magnifico e nuovissimo studio-skate park di Elisa a Ronchi dei Legionari*)

E i tuoi scatti saranno i primi fatti qui!

Grazie!

Vuoi una?? (*mentre si rulla una sigaretta*)

Non pensavo si potesse fumare qui con tutto sto legno…

No, no, si fuma, si fuma!
Per me è proprio un piacere, soprattutto quando sto scrivendo testi… vado davanti alla mia scrivania con la mia lampadina, i miei diari e le cuffie, devo fumare tre sigarette e stare un’ora e mezza in questa dimensione.
In genere la mattina non fumo. Però è un periodo molto intenso… ci ho messo un botto a fare questo disco… mi sto mettendo in gioco a 3000, ho avuto un momento personale particolare… di cambiamento… anche se fumo una sigaretta non succede niente.

Kurt Cobain fumava apposta le Winston rosse, gli toglieva il filtro, prima di registrare, per avere la voce più roca…

A volte con la voce pulita certe cose emozionano di meno.
Quando faccio certi generi di canzoni, magari con delle basi un po’ più spinte, un po’ più incazzate, mi devo saturare il timbro con le macchine. Altrimenti, sembro una dell’associazione cattolica ragazzi… perchè non ho fumato abbastanza.

Qual è il tuo background famigliare?

Mia madre si è innamorata di un uomo sposato, più grande di lei di 12 anni, ovvero mio padre. Non si è mai sposata.
Mio padre ha cercato di non lasciare mai l’altra famiglia, però ha vissuto anche un po’ con la nostra cercando di stare un po’ di qua, un po’ di là.
Sono stati insieme 25 anni, in questa situazione, molto particolare. Famiglie allargate… i miei nonni materni non volevano vedere mio padre, non gli parlavano…
Ho una sorella di 11 anni più grande, poi ho un altro fratello e un’altra sorella che però ho conosciuto da grande: La prima volta che ci siamo visti noi quattro tutti insieme, è stato camminando dietro la bara di nostro padre… in una situazione tra Sergio Leone e Woody Allen, ci ridiamo sopra, però era anche un po’ drammatica. Ci siamo trovati simpatici e abbiamo deciso di frequentarci un po’ più spesso (*scoppia a ridere*).

Interessante…

Tragicomico… Un po’ complicato.
Comunque poi è andata bene.
Con mia sorella di madre diversa magari ho parlato di meno. Ma con mio fratello ho un grandissimo feeling. Sono tanto grata per averlo trovato.
Anche se abbiamo idee politiche diverse… per il resto mi è veramente simpatico.
La prima volta che l’ho visto avevo 15 anni e gli ho fatto uno shampoo… Ero un po’ a disagio onestamente, poi era veramente figo, dicevo chi è sto tipo?!?
Comunque le primissime influenze musicali le ho beccate dalla mia ultima sorella: Pink Floyd, Bowie, Kate Bush, Depeche Mode. Da mia madre: Barbra Streisand, Whitney Houston, Rod Stewart.
Mio papà suonava tantissimi strumenti musicali, tutti a orecchio, come uno zingaro, con una ritmica incredibile, con la chitarra sembrava uno dei Gypsy King. Poi mio nonno suonava l’armonica a bocca e cantava veramente bene. Cantavano tutti nella mia famiglia, per il puro piacere di farlo. Mio padre suonava alle feste in casa con gli amici, anche in barca, mi portava a pescare, e poi si metteva a cucinare, mentre aspettava che l’acqua bollisse si metteva sul molo con la chitarra e tutti cantavano, canzoni napoletane, triestine…
Un mistone!
A mio nonno invece piacevano le canzoni anni 30 (*canticchia*) “E pippo pippo non lo sa…”
Fin da quando ero piccolina, lui mi metteva sulle ginocchia e suonava l’armonica, iniziava a cantare, e poi mi diceva “adesso vai tu”, e io cantavo e lui aggiungeva “adesso io vado in terza, tu stai ferma dove sei”… Ma avevo quattro anni, ero piccola! E a mia sorella diceva di andare in quinta”…

Arrangiava!

Sì sì, arrangiava! Poi per gioco mi faceva fare questo esercizio: lui faceva la melodia e tu dovevi andare sopra e fare tutti i layer… come quando impari una lingua fin da piccola, e infatti per me cantare è come parlare… me l’ha insegnato lui…
Poi in prima media un compagno di classe mi ha dato una cassetta dei Beatles… in seconda media esce il film di Oliver Stone dove vedo Jim Morrison che scrive sempre, e io, che già scrivevo tutti i giorni i miei diari mi rivedo in lui. Impazzisco completamente. Mi becco sta tramvata senza fine per i Doors, inizio ad appendere tutto in camera, tutte le poesie… non mi sono innamorata tanto della rockstar, quanto del poeta. Allora mi sono andata a leggere William Blake, Baudelaire, Goethe, Edgar Allan Poe, Allen Ginsberg, Kerouac, Beat Generation…
inizio proprio ad innamorarmi della scrittura, verso la seconda media inizio a scrivere tutto in inglese.
Anche dal punto di vista estetico… chiedo tutti i vestiti vecchi a mia mamma, sti pigiami che aveva tenuto dagli anni Sessanta, inizio veramente a uscire così, con i pigiama palazzo.
Quel film di Oliver Stone ha lanciato una wave pre-grunge qui in Friuli… svaligiavamo le soffitte e le cantine dei genitori, in cerca di jeans a zampa, e contemporaneamente iniziavo ad ascoltare i Sonic Youth, Smashing Pumpkins, L7, NOFX, Soundgarden… nel frattempo mi sentivo anche Janis Joplin, Big Brother and the Holding Company, Mamas and Papas, Jefferson Airplane, tutta quella roba, mega psichedelica… il pacchetto completo…
Sotto il davanzale della finestra della mia cameretta avevo scritto con l’Uniposca “Viva Ozzy e viva Madonna”.
In una sentenza la Toffoli, ragazzi! Get into the groove e Paranoid. It’s me.

Si sente da quello che fai che vieni da tanti ascolti diversi

Che figo che si capisca
Guarda, mi fa veramente il cuore.
Nei primi anni smanettavo tantissimo, anche perché facevo i dischi veramente disparati. “Pipes and Flowers” è Pop Rock, “Asile’s World” ultra elettronico, il terzo, “Then Comes the Sun”, misto tra elettronica e rock.
Poi da “Lotus” in poi si apre tutto il mondo acustico, tutto registrato su nastro, in presa diretta. Da lì è nato l’amore per la musica “stripped”. PJ Harvey e Joni Mitchell sono state un’ispirazione fortissima.
Queste donne mi hanno dato tantissimo coraggio ad essere me stessa e di non annacquarmi.

Perchè hai scelto di rimanere qui a Ronchi?

Qua si sta bene. La gente si fa i cazzi suoi e la natura è incredibile. C’è anche un po’ di anarchia.
Nel senso che la gente ama tantissimo la propria libertà, la propria vita. Vuole stare tranquilla. Vogliono vivere bene. Ci tengono. E’ il modo in cui vivono, Il modo in cui danno valore alle cose. La mente è in cima alla scala dei valori. Soprattutto qui nella parte giuliana.
A volte mi sento anche tanto sola, per l’amor di Dio… Sicuramente non offre quello che ti può offrire una grande città.
Però ho sempre pensato che se andassi via da qua, andrei all’estero. Non in una metropoli italiana. Forse anche perché mi fermerebbero tanto di più. Qui non mi caga nessuno. Per tanti sono ancora la figlia della parrucchiera. Perfetto per chi non ama stare al centro dell’attenzione, appunto. Vado a fare la spesa, tranquillissima, sempre. Il sabato pomeriggio vado nel centro commerciale.

Dove hai vissuto oltre che qui?

In America. A Londra e a Bologna.

Il tuo accento è americano, no?

Sì. Italo americano, direi. Non credo sia perfetto

Molto buono.

In realtà ho tanto orecchio musicale, quindi so fare molto bene anche quello britannico. Ad esempio con Dario (*Dardust*) scherziamo sempre. Parliamo in inglese, con l’accento britannico, per ridere. Io faccio la super british con lui. E lui mi chiama teacher. E lui è il mio lovely pupil. Sempre, da anni.

E il tuo rapporto con Londra com’era?

Sono stata quasi un anno, nove mesi. Bellissimo. Nel 99-2000.

Bel posto in quel periodo

Io bazzicavo tra Londra e Manchester, perché stavo insieme a un ragazzo inglese che aveva
una band. Era anche un DJ, gli piaceva tantissimo tutta la cultura rave. Con tutti i suoi amici fulminati andavamo un sacco a ballare tra Manchester e Londra.
Ero l’unica sobria, che non si drogava. Ma mi piaceva tantissimo la musica e ballare. Poi li portavo a casa tutti al mattino. Salvavo le persone. Facevo le centrifughe.

In che zona abitavi?

Vicino Camden. Caledonian Road.
Quelle case inglesi, a tre piani, con il giardinetto piccolo dietro.

Un botto di gente in casa?

E io avevo la mia stanza.
Poi a Bologna sono stata sei mesi, perché facevo “Asile’s World”, il mio secondo disco.
L’ho fatto tra Londra e Bologna.

L’inglese l’hai imparato da autodidatta?

Sì. In strada a 18 anni in America, con un dizionario, da sola, disperata, e basta. Berkeley, California. Bay Area. Poi sono ritornata nel 2003 perché mi sono fidanzata con un ragazzo che viveva lì. Siamo stati insieme sei anni. E vivevamo tra la California e il Friuli.

Bella combo.

Bello perché vivevamo in campagna anche là. Era figo.
I primi anni mi sono divertita tanto. Quei mesi a 18 anni mi hanno svoltato. Sono stati tanto importanti. Ho fatto un tuffo nella cultura americana. Fare le stesse cose che facevano loro, vivere al loro modo, non da turista. Ti compravi la fake ID nel campus dell’università per 30 dollari. Era una patente svizzera con il tuo nome storpiato e entravi in tutti i locali.
Uscivo spesso con dei miei amici… Claire Forlani, che ha fatto anche “Ti presento Joe Black” con Brad Pitt. E Chris, suo fratello, che aveva dieci anni in più, era completamente matto, drogatissimo, però super simpatico. Per fortuna… io ero ultra timida, lì da sola, fulminata: minigonna, fucsia, di velluto, stivali di plastica, neri, e andavo da sola in giro per Berkeley con le cuffiette. Chris mi portava a ballare con i suoi amici, mi nascondevano nel pick-up. C’erano solo tre posti davanti. E allora io dietro in mezzo alla legna sotto I teli di plastica… e fake ID per entrare!
Da Berkeley a San Francisco, per ballare.

Molto punk! Ballavi musica techno?

No c’era una band di Detroit, con tanti fregni impossibili, facevano cover anni 70, con i tacchi, le tute, tipo Bowie o Jagger… E facevano i pezzi degli Stones, glam rock, Marc Bolan… Bonazzi infiniti, ma sudici… da morir dal ridere, bravissimi. E noi andavamo a vederli.
Veramente divertente.
Poi lì ho conosciuto Ali, che è diventato un mio super amico, e mille anni dopo ci siamo messi insieme, però al tempo eravamo amici, intanto stavo scrivendo il disco. Stavo facendo Pipe.

E da lì non hai più vissuto la vita come era prima, no?

La mia ultima estate a 18 anni…

Com’è stato? Come hai percepito il successo da “Labyrinth” in poi?

Ero sicuramente in botta, in una botta totale, non me l’aspettavo… ci speravo, però mi sono onestamente quasi spaventata… sebbene mi sentissi fortissima contemporaneamente mi sentivo anche un po’ piena di traumi… super incazzata, con un motore di rabbia gigantesco… contavo su quello.
A me interessava andare, suonare, viaggiare, fare esperienze, con questa nuova vita che mi si srotolava davanti.
Però soffrivo tantissimo la parte del confronto col mondo, non mi sentivo per niente pronta, anche a parlare… per me era un disastro, mi sentivo ignorantissima.
Poi ho sofferto tanto per avere solo la terza media, mi sono sentita, e a volte mi sento ancora, estremamente inadeguata, inferiore a tutti, al punto che spesso rispondevo a monosillabi… mi vergognavo anche.

La sindrome dell’impostore.

Esatto!

Mi ricordo le tue prime volte in tv. Eri timidissima!

Ora mi sembri super sciolta. No?

No.

Non sono ancora in bolla, magari ti sembra perché siamo qua, perché sei tu.

Sono molto selettiva, entrare veramente dentro di me e capire cosa penso realmente è abbastanza un casino.

Sicuramente ho imparato a gestire certe situazioni. A Sanremo mi è venuto un attacco di panico sul palco.

L’anno in cui hai vinto?

Quando ero ospite, nel 2019. 

Non è così strano che mi possa venire un attacco di ansia durante delle conferenze stampa, o magari anche ad una cena. Non sono molto sociale, lo sono con gli amici o con le persone con cui io mi sento tranquilla, ma a volte vado tantissimo in sbattimento.

Quando avevo fotografato il backstage di “An Intimate Night”, che era strapieno di star, ti percepivo totalmente a tuo agio.

Quelli erano tutti amici!

Allora hai una marea di amici…

Sono poche le persone che io chiamerei per confidarmi se ho qualche problema. Però sono tantissime quelle a cui voglio bene, con cui sto bene e mi diverto. Di base la mia porta è spalancata.
Può succedere che qualcuno mi dica qualcosa che mi faccia spaventare “Attivate le sentinelle interne!” (*fa la voce di “Inside Out”*). E magari non se ne accorge nemmeno… perchè ho imparato a gestire. Ma ciò che sento dentro di me è l’inferno.

Ti è accaduto di recente?

Mi è successo tre giorni fa… non ho niente contro di loro, erano anche carini, per l’amor di Dio.

Non occorre che tu mi dica chi…

Non ti dico chi, anche perché non so chi siano, per fortuna…
Ero in montagna con amici, c’era il dj set di Salmo, che ha spaccato tutto! Ero con mia sorella e altri amici, stavamo ballando e a un certo punto si sono avvicinati dei ragazzi che non conoscevo, ma che mi hanno riconosciuta, hanno iniziato a ballare vicino a me, una battuta, due battute, alla terza mi sembrava di star facendo una performance, mi inizia il disagio.

Quasi harassing…

Se non conosco bene le persone e iniziano a farmi tante domande… io sono molto educata, troppo educata… divento pazza.

E non ti incazzi?

No, non me lo permetto, assolutamente, devi proprio fare un casino… se sei proprio una testa di cazzo e fai qualcosa di pesantissimo, divento uno scaricatore di porto. Ma sono over-polite, per questo a volte non si capisce cosa io stia veramente pensando.
Ultimamente mi ero anche un po’ persa. Negli ultimi anni mi è successo più volte, di non capire dove io fossi o cosa io volessi veramente.
Mi ero incastrata anche con la scrittura di questo disco… parla di crisi, di dolore, di cambiamento ed era talmente pesante che non riuscivo a finirlo. Alla fine ce l’ho fatta.

Quindi il processo di scrittura del disco è partito dalla crisi o si è bloccato con una crisi?

Mi ero bloccata per una una crisi subdola. Non ancora elaborata… La stavo ancora attraversando. Mi sono messa a scrivere di tutto. E’ come se la musica mi avesse mostrato come mi sentissi. Come se mi avvertisse.
E come sempre mi ha salvata, mi ha aperto gli occhi. Per l’ennesima volta mi ha chiesto: E’ questo che vuoi? E’ così che sei?
Va sempre così, per fortuna. E avere questa fortuna non è da sottovalutare. Perché alla fine è un dialogo con te stesso e col mondo. E’ un’opportunità per avere maggiore consapevolezza.
Questa è anche un’occasione per me, perché sei tu e siamo qua a parlarne così. Non credo che avrò tantissime altre occasioni di questo tipo…
Questo disco parla di cambiamento, di trasformazione, di dolore…tantissimo!
Riguarda il cadere, andare in mille pezzi, frantumarsi e rimettersi insieme guardando la realtà, la verità, ripartendo dall’onestà più pura e a volte cruda, brutale… Racconta di vari tipi di disagio anche sociale.
Sono stata più sociopolitica del solito.
E’ un’epoca molto bizzarra, se avessi saputo parlare bene magari sarei entrata in politica o avrei fatto altro, ma se canto un cazzo di motivo ci sarà!

Domandone: Cosa ne pensi del mondo in questi ultimi tempi?

Ti parlo da persona che in realtà è molto poco politicizzata. Ne sono sempre rimasta molto fuori, la trovavo una cosa confusa più che ermetica, molto poco comprensibile. La politica fa poco per avvicinarsi ai giovani, devi essere tu ad informarti, e a volte è abbastanza complesso muoversi per scoprire ciò che conta. E anche e soprattutto ciò che è vero…
Molto marcio è venuto a galla negli ultimi tempi, ed è come se avesse aiutato a vedere bene da che parte stare, almeno a me personalmente ha fatto questo effetto. Certe cose sono talmente ignobili ed inaccettabili che è facile capire cosa si deve fare.
Anche rispetto a Gaza.
Mio nonno che era stato un partigiano, un prigioniero politico, ha passato a Buchenwald un anno e mezzo, a 21 anni, mia nonna pensava fosse morto…
Adesso quello che succede a Gaza è un’ ingiustizia simile, che a differenza di allora è sotto gli occhi del mondo. Mi fa molto male vedere l’indifferenza, vedere anche un certo tipo di risposte un po’ ipocrite da parte dei politici. In tanti casi mi sembrano impossibilitati a fare qualcosa, perché sono a loro volta vittime di giochi di potere più grandi di loro.
Poi però guardo a paesi come la Spagna dove sono state prese delle posizioni chiare, responsabili e mi dispiace che da noi non succeda questo.

Un politico non si esprime perché è codardo, o peggio ancora perché la pensa come Netanyahu

Io penso sia molto più grave di così. Io penso che loro sappiano bene che certe cose non le possono fare perché uscirebbero da certi accordi.
Il tutto è successo così velocemente e ha avuto degli appoggi e dei silenzi talmente sospettosi da sembrare grotteschi, bizzarri… si è formato un quadro di una realtà distopica.
Contemporaneamente anche in America la situazione dell’ICE è sotto gli occhi del mondo… per noi che non abbiamo vissuto la Seconda Guerra Mondiale, che non abbiamo vissuto Hitler, questa sfacciataggine sembra una cosa inedita… in vari posti del mondo
sbandierano l’autoritarismo in un modo assurdo. E’ come commettere un omicidio a mezzogiorno nella piazza del paese: spari a una persona, ti rimetti la pistola nella tasca del tuo bel vestito, vai a bere un’acqua minerale al bar di fronte e torni a casa. E nessuno ti dice niente!
Eppure sappiamo benissimo che è già successa altre volte nella storia, e sappiamo perfettamente a dove porta. Tantissime persone sono spaventate, siamo tutti in stato di allerta.
Sono molto colpita dalla risposta di milioni di giovani in giro per il mondo. L’indignazione e l’empatia verso gli oppressi, verso i popoli schiacciati da interessi geopolitici e economici che non li riguardano, da risorse loro rubate che non gli sono mai state legittimate ma in realtà gli appartengono da sempre.

Rispetto alla seconda guerra mondiale ora abbiamo le immagini di quello che sta succedendo.
Dei campi di concentramento non si conosceva l’esistenza.

Tanti mi hanno criticato quando ho fatto quel video in cui ho pianto, perché stavo sperando, forse anche ingenuamente, che la Global Sumud Flottilla riuscisse ad arrivare su quella spiaggia, per aprire questo corridoio umanitario, questo varco…
Mi ha fatto male il tono con cui ha risposto la Meloni, quando le è stato chiesto perché l’Italia non sia andata a difendere gli italiani sopra a quelle navi. Lei ha risposto che il loro era un atto irresponsabile e che le persone non erano state invitate ad andare in mezzo al mare a mettere a repentaglio le loro vite, ma erano state caldamente consigliate fino all’ultimo momento di tornare indietro, perché a fare quel genere di cose si sarebbe occupato il governo italiano. Ha proprio detto che gli aiuti sarebbero potuti arrivare in poche ore. Ha nominato alcune basi italiane che erano vicine e da cui sarebbero potuti partire gli aiuti.
Lì mi si è spezzato il cuore, perché contemporaneamente vedevo bambini che morivano di fame, gente dissanguata, medici che non sapevano più con quali strumenti operare le persone… a me sembra estremamente grave che il capo di un governo dica una cosa del genere, avrei preferito il silenzio.
Chiamare irresponsabili le uniche persone che hanno cercato di fare qualcosa, dire che gli aiuti sarebbero arrivati in poche ore, per me è stato un intervento di una violenza inaudita. Mi ha proprio fatto male, come cittadina italiana mi sono sentita completamente allo sbando e complice di una cosa sbagliata. Frustrata dal non poter fare nulla.
In preda a quei sentimento ho preso il telefono e ho fatto un video che ho mandato su Instagram taggando la Global Sumud Flottilla e Giorgia Meloni e in lacrime ho detto: “Adesso mandateli voi gli aiuti”
Sono stata attaccata tantissimo, senza saperlo, perché non guardo regolarmente i social. I miei amici mi hanno scritto: “mi sa che stai vivendo la tua prima shitstorm” io non me ne ero neanche accorta, ero totalmente sommersa dalle critiche di gente che mi diceva che fingevo, che stavo piangendo per finta, che stavo facendo tutto questo per chissà che tornaconto.
Lì ho capito che la trappola più grande è la disumanizzazione, perdere ogni empatia nei confronti di un altro essere umano, indipendentemente dalle atrocità che sta subendo. ho capito che io non potrò mai essere così e mi sono paradossalmente rasserenata, non mi ha fatto nessun effetto, non pensavo di essere così forte, pensavo di andare completamente in confusione, in paranoia.
Non è successo. vuol dire che, a quasi 50 anni, sono pronta a dire quello che penso ed essere quello che sono, non me ne frega un cazzo se non mi credono, io so cos’è vero o no. Se i miei figli vedono quel video, va bene, non mi vergogno e non mi pento di niente, anzi sono fiera di avere ancora tutta la mia empatia intatta.
Il sistema capitalista vuole disumanizzare le persone, vuole ucciderne i sentimenti per avere più facilità ad avere miliardi di clienti, di utenti che producono, spendono, vivono, muoiono… non ce l’ha fatta con me, su di me ha fallito. Questo va bene.
Non ho fatto un’azione partitica, non sono andata contro la destra, non sono stata con la sinistra, anche se è chiaro che simpatizzo di più per quest’ultima, quello che ho fatto appartiene a una questione civile. Che a sua volta appartiene agli esseri umani, anzi all’essere umano.