Cinema Club è un format che racconta il mondo del cinema attraverso una serie di interviste a registi, sceneggiatori, attori, direttori della fotografia, produttori. Cinema Club dà voce al cinema d’autore e approfondisce tematiche e visioni oltre che racconti dietro le quinte. Uno scambio di idee e alla scoperta del cinema da una prospettiva diversa.
Una rubrica di Marco Mucig
Fotografie di Andrea Bologna
Laura Samani è una regista triestina che vive e lavora a Roma. Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, esordisce nel 2021 con “Piccolo corpo”, presentato alla Semaine de la Critique di Cannes, con cui vince il David di Donatello come miglior regista esordiente. Il suo secondo lungometraggio, “Un anno di scuola”, liberamente tratto dall’omonimo racconto di Giani Stuparich, è stato presentato nella sezione Orizzonti alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia, dove Giacomo Covi ha vinto il Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile.
L’ho incontrata a Milano il giorno dopo l’anteprima del film. Un cinema: indipendente, autoriale, radicato nei territori e nelle lingue che racconta.

La prima cosa che mi ha stupito quando ho visto il trailer di “Un anno di scuola” è il salto da “Piccolo corpo”. Ho ritrovato il territorio, le origini, la lingua, ma a livello di immaginario, di storia, è stato un balzo forte da spettatore. Cosa ti ha portato a fare due film così diversi?
Da un lato ero cosciente che avrebbero preso due pieghe molto diverse, e sono da troppi anni in questo ambiente per non sapere che questa scelta porta delle conseguenze. Quindi la diversità dei progetti era in parte intenzionale: dopo “Piccolo corpo” c’è stata una felice richiesta di continuare su quel tipo di strada, cosa che non avevo nessuna intenzione di fare. E quindi il punto di partenza era chiaro, non volevo rifare lo stesso film, ma ho comunque cercato dei punti di aderenza. C’è stato un momento nella scrittura in cui provavo a tornare su quel livello di archetipo, di stilizzazione, e giustamente Elisa Dondi, la co-sceneggiatrice, mi fece presente che “Piccolo corpo” era un high concept e questo è un low concept: non era possibile renderli simili da quel punto di vista. E poi c’è una parte non cosciente, di necessità umana. Faccio l’esempio degli ex: dopo una relazione si tende a cercare una persona diametralmente opposta, perché pensi che altrimenti sarebbe continuata quella precedente. Penso che sia successo un po’ questo, alla fine.
“Non volevo più fare un film triste”, l’hai detto ieri e mi ha colpito molto. Non è solo fare il film, è tutto quello che viene prima, durante, dopo. Da autrice te lo porti dietro a lungo. L’ho trovata anche una cosa positivamente coraggiosa, perché la industry tende a farti ripetere ciò che ha funzionato, a replicare la formula. L’idea di fare un film così diverso, dire “faccio quel che voglio, non devo mettermi per forza in una scatola”, l’ho trovato molto bello.
Grazie. Però tanto ci finisci comunque in una scatola. Prima avrebbe potuto essere “quella che fa cinema di folclore gotico in Italia”, senti come suona bene, è già lì, è un’etichetta. Adesso sono quella che fa una cosa diversa dalla precedente: comunque una scatola. La questione per me è un’altra, è di sopravvivenza personale, mentale, il fatto di riconoscermi nel processo. Alla fine della giornata ci sto io per cinque anni con quell’idea, quindi deve venire innanzitutto quella. Non credo molto in quella cosa di “fare un film per il pubblico”. Non vuol dire niente questa frase, e attenzione, non vuol dire che non mi interessa chi lo guarda. A mia volta sono spettatrice, e me ne rendo conto quando vengo trattata con rispetto, o quando invece una cosa è semplicemente una replica di una replica di una replica perché volevano tirarmi dentro. Lo sento, se mi si sta dicendo la verità o una balla. E di conseguenza, mettendomi dall’altra parte, non riesco a pensare “allo spettatore XYZ”, perché sono io quella spettatrice. Non è una persona qualunque.

Una similitudine che ho trovato tra i tuoi due film è sicuramente il territorio e la lingua, il Veneto, il Friulano, i luoghi. Quella è una cosa che riconosco nel tuo lavoro e che apprezzo, da friulano, ma anche indipendentemente da quello: hai dato voce a un territorio da cui esce poco cinema. Le due protagoniste femminili, le storie diverse, eppure c’è un terreno comune.
Sulla lingua c’è qualcosa di connaturato, lo sai anche tu che vieni dalla stessa regione: parliamo tante lingue tutte male. Non so se pensi in friulano, in dialetto sloveno, in italiano.
Io penso in italiano, perché la mia famiglia non è interamente triestina. Ma penso che sia una caratteristica molto specifica della regione, avere almeno tre lingue, se non di più. Fino a che arriva un progetto che deve essere girato in inglese, per me la naturalezza è questa: non c’è una lingua ufficiale. Trovo molto finta la cosa dell’italiano perfetto, dell’assenza di inflessione, dello studiare dizione. Abbiamo sdoganato storicamente molti dialetti, oltre al romanesco, il campano soprattutto in questo momento, e a me dispiace quando un progetto ambientato in Friuli-Venezia Giulia o in Veneto ha quel personaggio che è solo una macchietta che marca tantissimo l’accento.
E poi il tuo film esce quasi in sync con “La città di pianura” di Francesco Sossai.
Là c’è un lavoro sulla realtà che è straordinario. E con Francesco ce lo diciamo spesso che i nostri due progetti si parlano.
Nella mia rubrica mi piace dare voce a quel tipo di cinema, e mi è venuto spontaneo andare a pescare film e autori che escono un po’ da Roma. Adesso escono due film che arrivano dal Nord-Est, lo trovo bellissimo, c’è una nuova onda. E il prossimo? Stai già pensando a qualcosa?
No, sto pensando adesso, principalmente anche perché la promozione in Italia deve ancora iniziare e sarà abbastanza impegnativa. Una cosina per volta.
Mi ha colpito sapere che durante il lockdown, mentre stavi ancora finendo “Piccolo corpo”, hai riletto il romanzo di Giani Stuparich e hai pensato: “Questo è il mio prossimo film”. Avere la forza mentale di proiettarsi già avanti, in quel momento.
Più che forza mentale, mi sono proprio attaccata a quella cosa. Avevamo un altro ordine di problemi nel lockdown, di mera sopravvivenza, perché soprattutto le prime settimane me le ricordo con grande angoscia, veramente con grande angoscia. Il nostro set si era fermato dopo neanche dieci giorni di ripresa, che nel quadro generale non è niente, ma poi siamo stati fermi otto mesi, senza sapere se la produzione sarebbe ripartita. Quindi attaccarmi alla professione, anche in forma di immaginazione, era un modo per stare in piedi. In quello stesso periodo mi sono riscritta all’università, ho letto e scritto moltissimo, cose che rileggo e dico: no, non mi interessa più, ma si è mosso tanto, più dentro che fuori, ovviamente, fuori non potevamo andarci. Una parte di quell’orticello che coltivavo per tenermi impegnata ha visto la luce ed è “Un anno di scuola”. Non immaginare che avessi tutto già chiaro: era una delle tante cose in cantiere, la più voluminosa che poi ha preso la luce. L’università invece l’ho mollata dopo.
A cosa ti eri iscritta?
Di nuovo al DAMS per fare la specialistica, che non avevo mai fatto, avevo solo la triennale. Poi ho fatto il Centro Sperimentale. Mi ero detta: voglio formalizzare una cosa che sto già facendo, che è l’insegnamento delle discipline dello spettacolo e della comunicazione. Quindi mi sono iscritta a “Educazione ai media”, a Udine. Non mi sono iscritta proprio durante il lockdown, un po’ più in là, però avevo già iniziato a informarmi, avevo preso i libri.



A chi insegni?
Dipende, adesso non sto insegnando. Ho insegnato al CISA a Locarno, in Svizzera, ho seguito dei corti al centro sperimentale, ho fatto percorsi con bambini delle scuole elementari, cose molto varie.
Dove vivi adesso?
A Roma, dal 2013. Poi ci sono state cose altalenanti, però mi ci ha portata il Centro Sperimentale, per studiare. Sono stata presa nel 2013, ho studiato lì per tre anni, poi sono rimasta a orbitare nei paraggi.
È quasi un clichè: la regista che vive a Roma e deve vivere a Roma per fare cinema. (ride)
No, non è vera questa cosa, per me non è vera. Tutto ciò che ho fatto in questi anni, le storie che ho elaborato insieme alla mia squadra, non sono ambientate nel Lazio, né ha un cast di nomi grossi: ha un cast di persone che parlano in dialetto, quello del Friuli-Venezia Giulia.

Al di là della battuta: ho un amico sceneggiatore con cui un giorno è venuta fuori questa cosa di vivere a Roma. Mi fa: “Io non voglio vivere a Roma, anche se tutti me lo dicono, perché non voglio scrivere storie ambientate a Roma, voglio vivere dove vivono le mie storie”. Quella frase me la continuo a ripetere. Ti è mancato, in questi anni, vivere nei posti che poi racconti?
Non per l’ispirazione, perché se un posto lo conosci te lo porti dentro. In qualunque caso fai ricerca. Potenzialmente, se c’è la curiosità e la pazienza di stare in un posto, puoi conoscerlo, ma devi avvicinarti con queste due borsette: pazienza e curiosità. Un conto è Trieste ambientata negli anni del liceo, che è una città che non è più così, quindi anche quella è una riscoperta. Delle valli del Natisone invece non avevo nessuna conoscenza, e lì ho girato il mio corto: anche là ci sono dovuta andare, fare uno studio. Studio è una parola fredda: è un’indagine, che presuppone il fatto che stai cercando qualcosa che non sai cos’è, perché è un po’ lo spirito del luogo. E lo trovi in parte nella solitudine, stando in un posto, sedendoti, non facendo niente. Sono innumerevoli le volte in cui sono andata da sola nelle location in cui poi avremmo girato e mi sono semplicemente seduta. Ma al tempo stesso devi metterti in una condizione di affollamento: andare nei bar, parlare con gli anziani, consegnarti nelle mani di qualcuno che ti dice “c’è una vecchietta nell’altro paese che…”, e poi magari quell’incontro non finisce neanche nel film. Stare lì ti fa capire in che modo il territorio, e intendo proprio il terreno, la salinità, la pendenza, il livello di pH, condiziona le persone, il carattere, il modo di camminare e di parlare. Un conto è avere a che fare con gli abitanti di Caorle: l’orizzonte è dritto, e si sente. Un conto è la Carnia, con le sue montagne. È inevitabile: il territorio è interiorizzato nell’indole di una popolazione. Io sono cittadina di una città verticale, che è al mare ma anche al Carso, piena di contraddizioni. Ma cosa ne so io di cosa significa crescere a Topolò, nell’angolo più remoto delle Valli del Natisone? Cosa fa dentro di te, cosa provoca? Questa cosa bisogna capirla, e per capirla ci vuole quella postura di curiosità e pazienza.
Abbiamo nominato Sossai, quali altri registi italiani segui, vai a vedere?
Ce ne sono diversi. Da un lato persone con cui c’è un cammino parallelo, dato dall’età e dalla fase di carriera: oltre a Francesco Sossai, che stimo molto e a cui voglio bene, ti posso dire Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi (autori di “Re Granchio”, “Testa o Croce”). Li considero coetanei di cinema: abbiamo fatto l’esordio insieme a Cannes, poi il secondo film di nuovo in contemporanea, lo stesso anno. E poi ci sono persone che sono più avanti in tanti sensi, che hanno aperto la strada. Una di queste è Alice Rohrwacher, che ha aperto la strada a molte delle cose di cui stiamo parlando, il fatto di abbassare, nel senso più bello, nel senso gramsciano del termine, il tipo di racconto, portarlo vicino alla terra, a un livello di maggiore comprensibilità. L’uso del dialetto, l’uso di attori e attrici che sono per la prima volta sullo schermo.
In ‘Piccolo corpo’ hai lavorato con attori non professionisti, o comunque all’esordio. Con ‘Un anno di scuola’ hai continuato su quella strada, e Giacomo Covi ha vinto il Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile a Venezia. Da cosa arriva questa scelta?
Da casualità. È una scelta, ma è anche l’unica alternativa: se le premesse sono che il racconto è ambientato in un certo posto e la lingua deve essere quella, per me non ci credo che un professionista possa arrivarci fino in fondo. Ci può essere uno studio sul dialetto, sull’inflessione, ma è molto raro riuscire a comprendere davvero quello spirito. Detto questo mi contraddico, perché ci sono eccezioni. Una è stata Ondina Quadri, che interpreta Lince in “Piccolo corpo”: non è carnica, non è cresciuta in Carnia, ma ha una bendisposizione rara a stare sul territorio. Una capacità camaleontica notevolissima, e le sono stati dati degli strumenti di preparazione per avvicinarsi al personaggio in maniera credibile. Ha passato mesi in Carnia sforzandosi di parlare in dialetto, di stare nei bar, di non fare la straniera. Lo sapevano tutti che non era del paese, eravamo a Pesaris, non ci si confonde come nella grande metropoli, l’hanno sgamata immediatamente. Ma erano ben disposti proprio perché hanno capito che la curiosità era reale. Le eccezioni esistono, ma sono eccezioni di curiosità umana, non di tecnica. Ho la sensazione che le persone la sentano questa differenza, che non ci sia un approfittarsene, un obiettivo più grande. Il film è sempre un pretesto per conoscere meglio un luogo, una persona, noi stessi. E a cascata le persone che scelgo tendono ad avere un approccio simile. È difficile che si avvicini a me qualcuno che vuole fare un “one man show” nel proprio reparto, un reparto in cui è tipico che succeda è la fotografia. Da noi non c’è spazio per quella cosa, non perché sia vietata, ma perché il resto delle energie ha un’onda lunga, più calma, di lavoro collettivo, di sintonizzazione. Non so, sembro una fricchettona quando dico ‘ste cose, spero che si stia capendo.


No, è interessantissimo, parli del fare film come di un “noi”, come di un collettivo.
È un “noi”, sì. Ovviamente ognuno si prende le proprie responsabilità nel proprio reparto, ma, per restare sull’esempio del direttore della fotografia: se arriva una persona che ha la fissa che i tagli devono essere così, che sotto N scariche non si gira, che luce naturale non esiste, non lavoreremo bene. Lo dico subito, nei colloqui, questo termine orrendo, per conoscere una nuova collaborazione: dico subito quali sono le cose che non funzioneranno. Non perché il mio credo sia un dogma, solo luce naturale, tutto long take. Ma perché se conosciamo il progetto possiamo prevedere insieme le sue bellezze, le sue difficoltà, le delusioni. Girare con attori all’esordio vuol dire che tutto il tempo che riusciamo a tenerci per loro è un regalo. Quindi non mi permetterò mai di andare dai reparti dicendo “questa cosa me la devi fare così”. Quello che consegno loro è: “Tu ci devi metter poco”. Non mi interessa se vuoi fare la sera prima un prelight tutto al millimetro. Mi interessa che la mattina seguente i ragazzi non abbiano segni in terra, perché quei segni impediscono loro di stare nel racconto.
Come è nata la collaborazione con Elisa Dondi, e con Marco Borromei, con cui avete scritto “Piccolo corpo” in tre?
Ci siamo incontrati al Centro Sperimentale, eravamo allo stesso anno, loro sceneggiatura, io regia, con lezioni spesso condivise. Con Elisa ho fatto il corto che ci ha fatto accedere entrambe al Centro: nell’ultima fase di selezione, il propedeutico, prendevano dodici persone per sei posti, con un mese di lezioni nel mezzo. Un momento molto angosciante, molto crudele. Eravamo state accoppiate per fare un corto e siamo entrate entrambe, ma poi non abbiamo lavorato insieme subito. Ho iniziato con Marco, ci siamo scelti, e poi sul corto di diploma, “La santa”, abbiamo lavorato tutti e tre. E poi “Piccolo corpo”.
“Un anno di scuola” l’hai sviluppato alla Résidence du Festival de Cannes. Quanto sono stati importanti per te i programmi di sviluppo (Cannes, Torino Film Lab), oltre al centro sperimentale? Spazi in cui si incontrano le persone giuste.
Il Torino Film Lab è stato molto importante come acquisizione di un metodo, mi viene da dirti. Al Centro sono entrata senza una rete, senza sapere che tipo di storia volevo raccontare, ci ho messo quei tre anni per capire cosa volevo fare, almeno come prima cosa. L’evento più importante è stato l’incontro con persone con cui tutt’oggi lavoro e immagino insieme, che è una delle forme più alte dell’amicizia, alla fine. Al Torino Film Lab invece, più che persone, perché vai con il tuo progetto e ci sono già le squadre, e poi ognuno torna nel suo continente, c’è stato un imparare un metodo: non solo nella scrittura, ma nel dare feedback ai progetti degli altri in maniera angolata. È impossibile dimenticarsi dove ti toccano le cose, non puoi restituire qualcosa in maniera neutra, ci puoi provare ma è difficilissimo. La cosa principale che ho imparato là è evitare di dire “mi piace o non mi piace”, articolare le osservazioni ricordandoti che il progetto non è tuo, è dell’altra persona. Al Centro non avevo imparato questo: erano sempre molto personalistiche le opinioni, “ma secondo me…”. Imparare a fare domande, a sottolineare le incongruenze logiche. Il Centro in assoluto è stato però il luogo dove questi pianeti si sono incontrati.



E poi c’è il fatto di venire dal Friuli, una regione dove il cinema quasi non esisteva fino a qualche anno fa, e che è diventata un baluardo: la Film Commission, il Fondo Audiovisivo, le case di produzione. Hai fatto due film con Nadia Trevisan di Nefertiti Film, è importante avere una produttrice con cui parli la stessa lingua, anche geograficamente.
Quando ci siamo incontrate stavo cercando qualcuno che producesse il mio primo film, e lei stava cercando una nuova voce. È stato un incontro naturale e comprensibile da entrambe le parti. Ed è anche una cosa da non trascurare quando si parla di come si comincia, perché spesso mi avvicinano ragazze e ragazzi ai primi passi che chiedono: “Come si fa a produrre un film?” Io non lo so, non sono produttrice, ma bisogna prima capirsi, parlare la stessa lingua. Perché tante volte ti viene inculcata l’idea di puntare subito a livelli che non ti appartengono ancora. E invece una cosa che può avere senso, e che secondo me viene sottovalutata, è mettersi semplicemente insieme tra amici e provare a fare le cose.
