DOVE DOVEVO ESSERE

Un viaggio tra le macerie della Turchia

Fotografie di Gian Luca Bianco

Ci sono viaggi che si scelgono e viaggi che, in qualche modo, scelgono te. Quando il 6 febbraio 2023 la terra ha tremato con una violenza inaudita in Turchia e Siria, sapevo che qualcosa dentro di me si stava già muovendo. Non era solo l’eco di un disastro naturale, ma il richiamo di un’umanità spezzata, un’urgenza che non lasciava spazio all’indifferenza.

Sono partito da Milano in camper, attraversando i Balcani, oltrepassando confini, lasciandomi alle spalle il comfort della mia quotidianità per addentrarmi in una terra devastata. La mia destinazione era Antiochia, nella provincia di Hatay, una delle aree più colpite dal sisma. Non sapevo esattamente cosa avrei trovato, ma sentivo che era lì che dovevo essere.

Non era il mio primo incontro con la distruzione di un terremoto. La mia ricerca artistica ha sempre attraversato il tema delle fratture, delle macerie, della perdita e della ricostruzione, sia fisica che interiore. Con il mio progetto artistico permanente Imbilico perpetua motus terra, ho esplorato il terremoto del centro Italia del 2016-2017, come metafora delle ferite umane, delle nostre rotture e del modo in cui possiamo trasformare il crollo in una nuova forma di esistenza. Il terremoto non è solo un evento geologico: è una rivelazione, uno squarcio che ci costringe a guardare oltre, a ricostruire, a recuperare dall’oblio ciò che credevamo perso per sempre.

Le immagini che ho raccolto in Turchia sono il riflesso di questa ricerca. Ho fotografato città intere cancellate, ridotte a cumuli di detriti, eppure ancora cariche della presenza di chi vi ha vissuto. Ho catturato volti segnati dal dolore, dalla fatica, dallo sgomento ma mai rassegnati e sempre pronti ad un sorriso, con la dignità di chi conosce la resilienza. Ho documentato mani che scavano tra le macerie, segni di vita tra il nulla, oggetti quotidiani rimasti incastrati tra le rovine, a ricordarci che lì, fino a pochi istanti prima, esisteva una casa, una storia, un mondo, delle vite.

Fotografare il disastro non è mai un atto neutrale. È un equilibrio precario tra il desiderio di documentare e il rispetto per chi sta vivendo una tragedia indicibile. Ogni scatto è stato un dialogo silenzioso tra me e le persone che incontravo. Non volevo solo portare immagini al mondo esterno, volevo che le persone si sentissero viste, riconosciute, che la loro sofferenza non fosse dimenticata, volevo che non si sentissero soli e abbandonati.

Questo viaggio non è stato unico, ma si è ripetuto tre volte, in tre missioni differenti. Le prime due a febbraio e marzo, subito dopo il sisma e una a dicembre, quando l’attenzione del mondo era già sfumata su altro, ma la realtà sul campo raccontava ancora di sofferenza, di precarietà, di ritardi, lenti e difficoltosi. Tornare era necessario. Non solo per proseguire la documentazione, ma per testimoniare che il tempo non cancella il bisogno, che la tragedia non si esaurisce nel clamore iniziale, che dietro i numeri e le statistiche ci sono persone che lottano per tornare a vivere, per non abbandonare tutto.

Quello che ho vissuto in Turchia ha cambiato il mio modo di vedere la fotografia e me stesso. Non si trattava solo di un reportage, ma di un viaggio dentro la fragilità e la forza dell’essere umano. Si trattava di rimettere insieme comunità, di ricollegarle anche in modo metaforico, creando nuovi luoghi di incontro e condivisione. La testimonianza non è un bello scatto ma è nella presenza, nell’ascolto, nella capacità di restare accanto, senza cercare risposte, accettando e vivendo ciò che c’é.

Le fotografie che presento in questa serie sono frammenti di un’esperienza molto molto più ampia. Sono accenni, che non chiedono solo di essere guardate, ma sentite. Oltre la devastazione, oltre il dolore, oltre il vuoto lasciato dal terremoto, c’è un filo invisibile che lega tutte queste storie: la forza di chi non si arrende, la dignità di chi resiste, la luce che si insinua tra le crepe più profonde.

Questo viaggio non è mio.

È il viaggio di tutti coloro che ho incontrato, dei bambini, degli anziani, degli ultimi. È il loro sguardo che vi consegno perché non siano dimenticati.