


“Più le cose vanno bene artisticamente e più ti accorgi di come tutto vada male. Quando arranchi non senti la pressione del mondo, ma del tuo piccolo.
Adesso che la gente compra mi son rotto il cazzo e non faccio più fiori, neanche morto. Se poi la gente smette di comprare amen… frega un cazzo. Io non voglio essere Warhol, il soldo non è il centro della mia ricerca…
Anche se ora sto preparando un lavoro sulle spine, una catalogazione, molto clinica… stile polizia.”


Jacopo vive con il suo ragazzo Augustin in uno studio-appartamento nella zona più elegantemente zozza di Spezia, dietro la stazione, a Piazza Brin.
Dei calchi in gesso di varie epoche sono attaccati ai muri scrostati che li circondano. Mani, piedi, teste di fauno e qualche cazzo emergono dalle pareti, sembra di stare in un set di un film zombie disegnato da Canova.
Foto di Tognazzi e Fassbinder spuntano tra i cofanetti di “Drive In” e “Mildred e George”.
Nel soppalco il letto è sepolto sotto una valanga di Tshirt di band hardcore che neanche a Camden negli anni 90.
Io frequentavo un centro sociale occupato, dove ho conosciuto Benzo, cantante del gruppo punk Fallout. Lui mi ha motivato, facendomi capire che non solo gli artisti ma anche i meccanici come me possono esprimersi, fare arte. Mi ha trasmesso il concetto del “do it yourself”.
Inizio a scattare e finisco a Milano, son rimasto lì per circa 4 anni. Tappa fondamentale perché lì ho veramente capito che non sono un fotografo. Avvicinandomi a riviste e clienti di varia natura mi sono accorto che stavo cambiando… io ho moltissimo rispetto nei confronti dei fotografi che riescono ad esprimersi anche attraverso i lavori commerciali, ma non fa per me… Quindi sono scappato, tornando a Spezia, casa mia, e aprendo il B Tomic, locale in cui ho fatto suonare I miei artisti preferiti (Lydia Lunch, Six Organs of Admittance, Hugo Race, Teho Teardo, Pierpaolo Capovilla, Iosonouncane, Mars, Giovanni Lindo Ferretti).

Sono seduto tra un ritratto di Debbie Harry e uno di Valentino (non il motociclista) in pose drogate di eleganza
Per realizzarli ho fatto clic 2 volte, sono praticamente scatti rubati, tra un servizio per un magazine e una festa. Non ho fatto tante star quante te ma mi son divertito molto. Non potrò usare più queste immagini perché non le sento più appartenere a me.
Entra un ragazzo che assomiglia molto a Jacopo con un paio di quadri sotto il braccio. Li ha trovati nella spazzatura, sono bellissimi… 1600-1700
Lui è il mio gemello, è qui a Spezia per qualche giorno, torna poco… abita a Barcellona, fa il pittore. Ci vediamo poco e viviamo lontani, ma ci sentiamo molto vicini. Guarda che avere un gemello è proprio una roba strana!
Hai culo che oggi ci puoi fare una foto assieme.



Jacopo sciabatta fino alla trattoria sotto casa dove andiamo a mangiare in una mezza dozzina di persone. Siamo io, il suo assistente, Augustin, suo fratello e la sua osteopata. Ho la sensazione che Jacopo passi poco tempo da solo, non per necessità, ma per una sua capacità quasi innata di attirare gente a sè.
Sto anche lavorando ad un libro per la mostra a Genova, dove fotografo dettagli di quadri. Si chiama “Jacopo Benassi Libero”, perché mi libero da tutti gli schemi della fotografia… a parte il flash, uno strumento che non riesco ad abbandonare. Senza non riesco a scattare. Mi piace molto esteticamente, è una luce totalizzante, che copre tutte le altre.
E’ una maledizione perché mi nego certe cose che col flash non si possono fotografare, tipo il cielo… E poi lo uso perché ho un problema di attenzione. Non riesco a stare troppo dietro alla tecnica fotografica.
Col flash non ci penso.
Mia madre mi ha mostrato la pagella delle elementari in cui la maestra diceva: “Jacopo è un ragazzo molto intelligente ma non riesce a mantenere l’attenzione.”
Ho imparato ad amare questo mio limite, mi fa tendere all’improvvisazione, alla spontaneità, al perseguimento dell’errore…
Le mie cornici sono sbagliate, le faccio male, anzi lascio proprio andare questo “farle male”, me ne sbatto, e quando cerco di migliorarle diventano una schifezza. Anche quando applico i tagli sul vetro lo faccio spinto dal momento. L’immediatezza è per me fondamentale. Il digitale nella fotografia è una manna dal cielo! Ha eliminato un mucchio di passaggi, io ho bisogno di vedere subito, senza dover troppo pensare… odio scegliere!
Però mi piace molto la qualità… grande formato e camere della madonna. Mi piace la chiarezza.
Anche se sono punk uso Hasselblad o Leica… a parte stasera, perché durante la performance do le macchine al pubblico che mi fotografa, e le mie Nikon sono indistruttibili.
Sia chiaro dopo a Carrara tu puoi fotografare quello che vuoi… non so cosa succederà ma ti posso assicurare che mi spoglio e sfascio qualcosa.


Carrara è vuota mentre cerchiamo un posto per fare un veloce aperitivo. Siamo le uniche anime quando ci sediamo in un bar di Piazza Alberica, che suona a tutto volume il live set di Woodstock dei Ten Years After.
Ci spostiamo verso lo spazio gestito dal collettivo “Cinico”, un gruppo di giovanissimi studenti dell’Accademia che organizza una loro mostra, oltre ad ospitare la performance di Jacopo, che è prevista per le 20.
Alle 20.15 oltre un centinaio di persone sono ipnotizzate da questo grosso barbuto nudo, con la faccia ricoperta di hummus, che sfascia la sua chitarra al ritmo dronante di un feedback che lacera i timpani.
Anche le mie performance sono improvvisate, non ho mai provato a suonare quello che hai sentito stasera. Non mi aspettavo nemmeno di distruggere l’installazione al centro della stanza… era un’opera collettiva dei ragazzi (che ammettono sia diventata più interessante dopo “l’intervento” del Maestro ndr).
Quella di stasera si intitola “Hummus won’t cry”. Ispirata ad un libro di immagini di un illustratore libanese sul tema guerra (“Beirut won’t cry” di Mazen Kerbaj). L’hummus è un piatto nato in Libano che gli israeliani hanno commercializzato. Un’appropriazione come tante altre…



Ceniamo leggeri in un locale ARCI dove dei teenager suonano del reggae improvvisato sotto una bandiera Palestinese.
Io ho dei grossi limiti, non mi sento neanche un fotografo, quando sono in giro con il mio ragazzo non faccio foto ai nostri momenti. Ho sempre amato i fotoreporter, ma non ne ho né il coraggio né la forza…
Però dall’altro lato la fotografia è quella che mi da il permesso di dire “ho 30 anni di esperienza, andate affanculo”.
