
Registro col computer perché mi hanno fottuto il telefono ieri sera.
No!?!?? Qui a Roma?
Si. Ero a cena con un’amica a Monti
E’ un’esperienza abbastanza unica, al di là delle ovvie difficoltà che la situazione comporta, provo una sensazione di liberazione. Non avere l’urgenza di controllare whatsapp, email, Instagram…
Ne parlavo l’altro giorno… appena questo mi si rompe del tutto (mi mostra uno smartphone con lo schermo scocciato)… Basta.
Magari mi prendo una cosa con cui chiamare le persone a me care. Ormai siamo una società
dipendente dal sapere dove sta tuo figlio, la fidanzata, tua nipote. è il piccolo dittatore che teniamo in tasca e che serviamo con piacere.
Perché alla fine noi siamo tutti schiavi del contenuto…
Siamo soli.
Quindi vedi che comunque è un’opportunità quella che ti è successa.
E trova il mio iPhone che ti dice?
Che il mio telefono era vicino alla tomba di Bud Spencer al Verano… addio. Senti tu come stai, tutto bene?
Abbastanza bene, sono in un periodo denso di cose, è uscito questo mio nuovo album…
Che ho ascoltato bene.

Ti è piaciuto?
Moltissimo.
Mi fa molto piacere.
Beh per tornare a quello che dicevamo prima, è un momento delicato perché mi obbliga a stare molto sul telefono. Quindi ho vissuto un pochino con subalternità. Anche se un tempo ero più ossessionato di essere il data analyst di me stesso, perché sono nato in una generazione di mezzo in cui i numeri sono importanti o perlomeno l’autoanalisi dei numeri ti fa capire delle cose.
Invece questa volta ho deciso di seguire una politica del porta a porta. Ascolto solo i commenti di chi mi vuole chiamare o spontaneamente dirmi cosa gli è piaciuto e cosa no. Tutto il resto me lo sono schermato. Poi vabbè, ho visto che il concerto dell’Atlantico è sold out (hanno aggiunto una data), chi lavora con me mi dice che non sono state deluse le aspettative, e non era scontato… dopo tre anni qualcuno potrebbe non aver voglia di aspettarmi.
Invece lo zoccolo duro è lì. E mi sembra che si stia anche allargando un pochino. Perchè ho scelto di parlare, di metterci la faccia, di fare tante interviste e questo presentarsi agli altri alla fine paga.
In questo disco c’è più ciccia… da tutti i punti di vista.
Sì, c’è più l’uomo, è più umano.
C’è un brano che si chiama “La felicità del cane”, che è parlato da un bambino, peraltro il figlio di mia sorella, e mi sembra che sia la traccia che sta colpendo di più… E questo mi lascia ben sperare perché non è un pezzo pop, è un monologo, uno sfogo, peraltro forse è la cosa che più mi assomiglia. Tracce così le sento molto mie. Questo tipo di scrittura io la so fare, sapere che abbia successo oltre a rendermi felice mi ha anche aperto delle prospettive nuove
E’ la mia traccia preferita. Sia a livello di musica che di testo. Poi facendo dire queste frasi ad un bambino, il rischio di cringiare tanti genitori è alto, l’ho trovata molto politically incorrect, che è una pratica sana di questi giorni. Un gesto punk.
Sì, è punk, è contro il bigottismo. Quello è il me bambino che però parla come il me ottantenne, c’è questa dicotomia, questa dialettica, vecchi-giovani, bambini che sono vecchi, vecchi che sono bambini, insomma sono varie fasi di come immagino la mia vita.
Collaborano o si auto-sabotano per portare al pubblico qualcosa. Quindi direi che è un disco che anche se in maniera superficiale è psicoanalitico e comunque rispecchia questa fase della mia vita.

Raccontami la genesi di quel pezzo.
Beh, diciamo che le mie canzoni nascono tutte quante perché esistono delle pietre angolari…c’è una frase che mi piace e da lì comincio a costruire.
La mia scrittura non nasce mai da un’esigenza comunicativa di dire sono ad A e voglio arrivare a B, io in verità so che sono ad A e che voglio dire A, e poi mi lascio sorprendere da me stesso.
Quindi parti da una frase.
Esatto. Un giorno stavo guardando gli europei di calcio con un mio amico, che anche lui in quel momento aveva iniziato a leggere libri di Jung e Freud, durante la partita mi ha detto: “Chissà cosa penserebbe Freud di questi calciatori con i capelli rosa?”. Una frase che è del mio amico Caio… Da lì son partito a scrivere il pezzo
È stata quella la scintilla.
Poi ci sono varie citazioni da libri, secondo me è impossibile trovare tutte le fonti, ho citato e travisato miliardi di cose.
Nella “Felicità del cane” c’è proprio questo pastiche, il mio collage più totale.

La tua scrittura è un insieme di immagini estrapolate da libri o film, sei una specie di fotografo di conversazioni, mi sembra di vedere degli estratti di serate con gli amici.
Giusto, io ho paura di perdermi le cose, bravo, io faccio delle foto, e come il fotografo, non ho inventato niente, è la montagna che è bella, però sei tu che hai avuto la sensibilità di fotografarla in quel momento, e l’hai fatta tua con la tua emozione.
Poi come tutti i fotografi lavori per sottrazione, nel senso che sottrai qualcosa, lo mischi assieme ad altre in un editing.
Esatto, io sono un editor, non sono uno scrittore, non sono un’origine creatrice, io creo per giustapposizione, sottraggo e poi giustappongo, poi ho anche un talento per le melodie, magari in quella canzone no, perché è un testo parlato e non lo è neanche da me. Però la melodia è un’altra roba che hai dentro da quando sei piccolo…la musicalità, è come l’acquaticità, ci sono persone che le metti nell’acqua e nuotano, a me mi metti dentro uno studio con della musica strumentale e anche se non so suonare una melodia sopra e te la so fare.
Ed è anche il motivo per cui gente come Giorgio Poi o Niccolò Contessa, si è trovata bene a lavorare con me, perché oltre al fatto testuale, gli piace vedere quando arrivo a delle melodie che loro non penserebbero, ed è per questo che poi riusciamo a non pestarci i piedi in uno studio

Si sente che, per esempio, quando lavora con te, Niccolò Contessa suona molto diversamente rispetto a quello che fa con il suo progetto (I Cani).
TF: Infatti nel collaborare con Giorgio Poi, tra le mille cose positive che mi ha portato, volevo anche dimostrare qualcosa a chi diceva che io sono un epigono dei Cani. Anche se pure Nicolò è un genio,
MZ: Quindi tu vorresti cercare di collaborare con produttori diversi anche per dischi futuri?
TF: Sì, vorrei arrivare a una credibilità per cui chiunque vorrebbe lavorare con me. Non sembra molto umile come pensiero, però io non sono musicista, ho la chitarra, ma so fare giusto il giro di Do… Il mio livello di musica non è il mio livello di testi e di idee. Il problema è che poi il tempo è denaro, Giorgio ha il tour, Niccolò la sua musica e i figli…
Quindi io vorrei poter ogni giorno andare in studio da qualcuno e che qualcuno abbia voglia di lavorare con me. Mi sto cercando di ampliare da questo punto di vista, però mi basterebbero anche loro due per tutta la vita. Però, chissà…

Cosa ti ha fatto innamorare della musica?
Bella domanda. E’ successo quando già facevo rap Una persona molto importante per me, cioè il marito di mia cugina, mi ha fatto sentire The Rip dei Portishead, quella canzone mi ha cambiato la vita. Dico ma che cazzo sto a fare rap!? La musica è un’altra.
Io ho avuto una genesi strana, da bambino fino ai 10-11 anni ascoltavo musica stupenda, me la faceva ascoltare mia madre
Di cosa parliamo?
Da Jarrett ai Beatles, musica vera. Poi da adolescente ho inizaito ad ascoltare quello che andava di moda, rap o house, roba da discoteca… roba che, tra virgolette, ti toglie i neuroni. insomma sono stato per 5-6 anni completamente annullato dalla moda.
Poi al liceo mi sono appassionato veramente al rap italiano: Truceclan, Achille Lauro degli inizi, che aveva un progetto abbastanza interessante. Lì ho preso dimestichezza con lo scrivere canzoni.
Avevo fatto uscire 3 o 4 pezzi dal 2017 al 2020 su YouTube, e mi avevano chiamato il “Battiato della trap”. Ho conosciuto Niccolò Contessa ho detto, oh ma in verità a me piace Chopin, mi piacciono i Portishead, non me ne frega un cazzo di questa roba.
Ho riascoltato The Rip proprio l’altra sera… traccia epocale!
Beth Gibbons è incredibile, e poi adoro Geoff Barrow. Se il mio progetto andasse bene e le case discografiche avessero soldi da investire sul mio disco, mi piacerebbe lavorare con lui… oppure andare una settimana a Bristol (città dei Portishead) e provare a fare qualcosa assieme. E’ un progetto ambizioso, ma sarebbe bello vedere se a qualcuno di non italiano può interessare la mia musicalità. Sarebbe interessante scoprirlo.

Tu hai iniziato rappando, senza suonare strumenti?
Ho fatto un po’ di pianoforte, un po’ di chitarra, però non mi sono mai applicato in niente nella vita, purtroppo. Non sono mai arrivato a un buon livello di nulla. Di cose che si apprendono, da docente a discente, ho sempre deluso tutti I maestri. Però sono stato sempre in ascolto, sono una bronsa cuerta (una persona apparentemente tranquilla, silenziosa o inoffensiva che, sotto la cenere, nasconde una natura vivace, passionale o, talvolta, pericolosa e imprevedibile, pronta a divampare come brace ardente) come dite voi in Veneto. Comunque sotto sotto preparavo una mia rivoluzione.
Io non suono, dò input. La mia musica è parole, sensazioni, regia. E come I veri registi non so fare un cazzo in realtà…
Io sono discriminatorio, cioè discrimino, dico questo fa schifo, quello è bello.
Scegli.

Quando vado in studio con Niccolò o Giorgio, che sanno potenzialmente fare tutto, se io non gli do un input, loro non sanno cosa fare, anzi farebbero quello che gli va di fare per loro. Un bel aspetto di lavorare con me è che dico delle cose, anche se sono delle cazzate… però le dico, ci provo.
Recentemente ho ascoltato un’intervista di Tarantino, dove diceva che il regista non dovrebbe sapere utilizzare una macchina da presa o un software di montaggio,…
Non deve incasinarsi il cervello con delle nozioni che non gli serviranno a nulla. Deve dire questo mi piace, questo non mi piace. Paradossalmente il regista è la persona senza cui il film non potrebbe essere fatto, però è l’unica sul set che non sa fare un cazzo.
Vero.

Che fanno i tuoi?
Figlio di un professore e di un’erborista.
Che però avevano una passione per la musica, ascoltavano?
Sì, sì, mio padre più letteratura, lui è più il verbo e mia madre la musica, musica alta, come lo vedi con i CD, cose che ho ereditato da mia madre…
Tutti quelli di classica me li sono comprati da solo a dire la verità…
La musica l’ho sempre ascoltata tantissimo. In questi ultimi due anni di lavorazione del disco un po’ meno, ho anche letto meno, però prima ho fatto una bella scorpacciata. In quest’ultimo disco c’è stata un po’ di sfiducia verso l’altro. nel senso che proprio perché io rubo, saccheggio, fotografo, sottraggo, ero troppo insofferente… entravo subito in conflitto, non riuscivo a godermi le cose perché volevo subito farle mie, quindi ho detto,vabbè, devo un attimo depurarmi, non posso essere così tirannico con quello che mi è sempre piaciuto.
Quindi questo disco l’ho fatto un po’ a memoria, cioè le reference erano tutte sedimentate in cose che ho fatto due, tre, cinque, dieci, vent’anni fa.
Non sono ancora arrivato a un’essenzialità, forse è una cosa a cui punterei.

Dici di non essere essenziale? A me i tuoi testi sembrano molto lapidari.
Sì, però non sono ancora elegantissimi… il linguaggio più essenziale e più elegante è quello in cui non ci sono orpelli, frasi oracolari, morbide, sono ancora presenti degli spigoli in questo disco.
Che vorresti togliere?
Una delle cose che mi piacerebbe realizzare è una canzone pura. senza rimandi ad altro. In questo disco ti porto nei posti, nei luoghi, nei musei…
Vorrei una canzone di linguaggio che riflette su se stesso, più taoista.

Cioè?
Cioè più come frasi che puoi trovare dentro al tao, non so se…
Non l’ho mai letto.
Sono delle frasi che appunto sono in moto con loro stesse e basta.
Dicono e disdicono loro stesse, non ti portano in nessun luogo. Le mie canzoni sono cinematografiche, perché ti portano delle immagini, ti portano al museo di Dresda, al concerto dei Velvet Underground. Vorrei una canzone senza immagini. Una preghiera, non so che cosa potrebbe essere. Mi piacerebbe provare a lavorare su quel tipo di linguaggio, essenziale, perché in realtà le parole hanno senso anche senza l’immagine che uno vuole dargli.

Tipo Battiato?
“Ti vengo a cercare anche solo per vederti o parlare”.
Lì c’è quella pace, è zen. Non hai “le barricate, le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso”.
C’è il senso di togliere quella dimensione politica e mettere più la dimensione del Tao, cioè accettazione totale.
Oppure “Noi non siamo mai morti, noi non siamo mai nati”… quel Battiato lì.
Il titolo Lunedì è bellissimo.
Quando l’ho trovato stavo lì. Stavo seduto dove sei seduto tu.
A un certo punto il disco lo dovevo chiamare Los Angeles, perché avevo fatto una canzone che poi non è nel disco, e si chiama appunto Los Angeles.
Peraltro era tutta su David Lynch
L’hai scritta quando è morto?
No, prima.
Ah, gli hai portato…sfiga.

Ho detto a Giorgio: “Facciamo una canzone di Battiato ma reggaeton”.
Belle coordinate.
Comunque abbiamo diversi scarti che potrebbero essere ripresi.
Sei un artista che lavora con le cose che non ha portato avanti? Le riproponi?
Certo, le riciclo.
Questo è stato il primo brano su cui avete lavorato?
No. Uno degli ultimi, però Il titolo Lunedì è venuto praticamente alla fine. Quindi a un certo punto c’è questa suggestione Los Angeles.
Quando successe il Pandoro Gate di Chiara Ferragni uscì questa notizia fantastica: lei assunse una società di consulenze che faceva gestione delle crisi d’immagine.
É un nome bellissimo.
Quindi volevo chiamare il disco Gestione delle Crisi d’Immagine. Però un giorno ero a pranzo con Sorrentino. Gliel’ho raccontato e lui mi ha detto: “Troppo lungo” dice “Gestione della Crisi” o “Crisi d’Immagine”.
Il titolo a due parole era escluso.. I miei dischi precedenti sono “Merce Funebre” e “Privilegio Raro”… non volevo fare una trilogia. Quindi la scelta era tra tre parole o una sola… ad un certo punto mi sono reso conto che il mondo a cui mi stavo avvicinando era quello di Giorgio Poi, di Calcutta… Schegge, Relax,… Tutti questi titoli monoparola. E Lunedì secondo me era potente. Da lunedì faccio quello. Lunedì si apre il sipario, inizia la commedia umana e ti devi far trovare pronto.

Sei stato dietro a questo disco due anni?
Ci siamo visti per la prima volta a Natale 2023, ma il disco è stato fatto nel 2024.
Era pronto all’inizio del 2025 ma poi, siccome a primavera uscivano i dischi di Giorgio e de I Cani è rimasto lì per un po’. Mi sembra che questa attesa stia pagando perché ora c’è stato il mio momento, non so come dire…
Non ho in mente altri esempi di musica a te affine che sia uscita in questo periodo.
Anche perché prima di Sanremo è rischioso… Mi sembra che abbiamo imbroccato due o tre cose…
Tu arrivi con il testo?
Io arrivo con le reference. In Vanagloria ho detto voglio usare la ritmica di “Drinking in LA” dei Bran Van 3000, voglio i suoni di questa batteria. Io vado con le reference molto precise.
È molto da fotografo. Tu scatti?
Faccio le foto che neanche… proprio a cazzo di cane
E’ uno dei modi migliori…

Volevo parlare con te di una cosa con cui non ho mai parlato durante queste interviste… il calcio, che io amo alla follia.
Io pure.
Come è iniziata la tua passione? È una cosa di famiglia?
La passione per la Lazio è di famiglia perché lo era mio nonno.
Mio padre è un uomo del novecento, è un appassionato di tutti gli sport… lui è molto mentale, subconsciamente gli piace quello che lui non potrà mai essere… quindi io mi sono appassionato a tutti gli sport. Non solo al calcio.
A me piace molto l’epica dello sport. L’altro giorno ho visto la semifinale tra Sinner e Djokovic. E non mi è neanche dispiaciuto così tanto che Jannik abbia perso perché alla fine è stata un’esperienza veramente epica. Mi piace anche l’atletica, il minimalismo dei cento metri. Estremamente zen.
L’eiaculazione precoce.
Hai meno di 10 secondi e devi fare la prestazione per la quale hai lavorato negli ultimi 4 anni… Nel calcio non sempre chi gioca meglio vince, è una roba molto difficile da trovare negli altri sport… adoro questa mancanza di meritocrazia.
Perché appunto il calcio è la commedia umana…fingi…la vittoria è l’unica cosa che conta.
Sei pronto a corromperti per la vittoria. L’etica dello sport si è un po’ persa. Un tempo non era così. Infatti il problema è la commistione tra tra capitalismo e sport.
Vincere al 95esimo con un goal di mano è molto più interessante che schiantare 6 a 0 l’avversario. Una soddisfazione che appunto una netta vittoria non porterebbe. Quindi giocare sporco fa molto parte del calcio.
Assolutamente.

Io mi innamorai del calcio quando ero piccolino.
Di che squadra sei?
Juve.
Classico!
Durante la finale di Coppa Intercontinentale tra Juventus e Argentinos Juniors a Tokyo. Platini fece un goal pazzesco che gli annullarono per un motivo tuttora sconosciuto e lui protestò sdraiandosi a terra con uno sguardo indolente da attore consumato… Diventai Juventino, perchè in quel momento mi innamorai di lui
Ammmazza bello…
Ai mondiali successivi, in Messico l’Italia affrontò la Francia e io tifai Francia perchè ci giocava Platini.
Che icon. Stupenda questa cosa
Vai a vedere le partite?
Sì all’Olimpico, ma quest’anno è molto dura essere della Lazio.
Eh avete un presidente un po’ così.

Tu invidi le persone che si ricordano tutto e quelle che sanno disegnare.
Io ho tanti vuoti di memoria perché bevo tanto, poi mi drogo anche, più o meno in questo decennio… sono stato godibile per gli altri ma ho pochi ricordi. Invece invidio chi ha quel tipo di cultura, vecchio stampo che si ricorda tutto, sa tutto a memoria. Ho un grande trauma da piccolo, perché ero bravo a comunicare ma quando sei piccolo non gliene frega niente a nessuno se sei bravo a parlare, invece chi sapeva disegnare creava linguaggi e mondi, destava stupori.
Il tuo tipo di pittura non è un tipo di pittura di chi sa disegnare.
Esatto. sono curioso di vedere cosa farei oggi. Però questa cosa la riprenderei (indica un quadro attaccato alla parete).
In verità qui il senso dell’opera è cancellare una cosa che mi appartiene dall’infanzia.
Questo era un quadro che avevano comprato i miei genitori, una cosa che non ce la facevo più a vedere…
Ero un ragazzo di 19 anni che non voleva più vedere, che non ce la faceva più ad essere governato da quell’immagine.
Quindi l’hai cancellata.
La vera cosa interessante è quella, è l’esigenza di cancellare.
Senza affrontare la tela con un’idea predefinita?
No, non pianifico un cazzo.
Anche quando scrivi?
Esatto, il paradigma è lo stesso.
Io sono una scimmia, in quel caso una scimmia con in mano il pennello. Però il fatto che non fosse una tela bianca mi ha aiutato. Per partire dalla tela bianca bisogna essere bravi. Questo comunque, tra virgolette, è quasi un oltraggio. C’è una violenza qui, una violenza di fondo.
A te piace andare contro…
Moltissimo. Però andare contro vuol dire anche venire incontro. È questa la cosa bella, scontrarsi è anche avvicinarsi. Per tornare a quel discorso del Tao che facevamo prima. Che poi anche la violenza è una forma di comunicazione. Sei più da pasta? O faccio un bel minestrone?
Pasta, il minestrone non è fotogenico.
Beh allora usciamo un attimo a comprare del sugo.
Se vuoi aspettami qui.
Vengo, così facciamo due foto.