RUST – REVERIE

Rubrica: Rust

A cura di Roberto Graziano Moro
Fotografie di Roberto Graziano Moro
Testo di Chiara Franchi
Graphic Design Giacomo Dal Ben

 

REVERIE

Per almeno metà della sua vita, Jordan Caceres ha sognato di scappare.
Non era importante dove: bastava che fosse lontano dalla casa piena di problemi, dalla scuola dove faceva fatica a integrarsi, da un mondo che sembrava tagliato apposta per non starle addosso in nessun modo.
Più lontano che da tutto il resto, però, ha provato a scappare da sé stessa. Droga, depressione, arresti, fino a prendere in considerazione la fuga definitiva – quella dalla vita.
Eppure, Jordan Caceres ha sempre avuto in tasca un veicolo capace di portarla più lontano di quanto le sue gambe avrebbero mai potuto. Un veicolo chiamato “poesia”, che le permette di srotolare sulla carta il groviglio delle sue emozioni. L’ha scoperta da piccola, in modo del tutto istintivo, e se l’è portata dietro nelle sale d’attesa degli psicologi scolastici, o mentre bazzicava la strada insieme alle gang a cui si era unita. La poesia è allo stesso tempo l’ancora che l’ha tenuta in piedi e il paio d’ali che l’ha portata dove voleva essere.

Voleva essere una MC, Jordan, in un momento in cui le donne che facevano rap erano ancora relativamente poche e poco considerate. “Non male, per essere una ragazza”, dicevano.
Solo che Jordan non è mai stata “non male”: è talentuosa.  Le sue poesie hanno preso vita in un flow sfacciato e disarmante, vero fino a fare male eppure in qualche modo luminoso, come se ad ogni barra il racconto della sua storia complicata si facesse più leggero.
Ha scelto di chiamarsi Reverie. Il suo primo mixtape si intitola “Castle In The Air”. Sogni, fantasie, ma stavolta sono sogni e fantasie di vita. Ce l’ha scritto anche sulla pelle: “This life’s but a dream we’re blessed to be living”.

Il rap di Reverie è crudo, nel senso più puro del termine. Minimale, diretto, scevro da virtuosismi e da sovrabbondanze retoriche. Racconta spaccati di vita con la semplicità di chi potrebbe dirti le stesse identiche cose al telefono, stabilendo con l’ascoltatore una connessione intima e confidenziale.
Nei suoi brani ci sono la gioia e la fatica di riemergere dall’abisso, la lotta quotidiana per restare a galla, l’orgoglio di avercela fatta ma soprattutto le paure, le insicurezze, lo sfinimento di tener testa alle dipendenze. C’è il dolore di assistere inermi all’autodistruzione dei propri cari, ma anche la determinazione di non lasciarsi riportare sul fondo. Sono le confidenze dell’amica più tosta e onesta che non sapevi di avere. Sono vita vera, senza filtri.

Vita vera e sogno, insieme: dopotutto, “Reverie” significa “fantasticheria”.
Per tanto tempo, Jordan Caceres ha fantasticato di essere ovunque tranne dov’era. Oggi ha trasformato quel desiderio di evasione in qualcosa di molto concreto: ciò che serviva a costruire castelli in aria, oggi ha gettato le fondamenta di una casa e di una carriera. La sua arte, ciò che più di tutto la aiutava a fuggire, è diventata la ragione per restare.
Non solo: quello di Reverie non vuole essere soltanto un riscatto personale, ma un messaggio di dignità e speranza per tutta la comunità latina di cui fa parte, per le altre donne e per chiunque viva una situazione di disagio. Come scrive in “Nothing to say”: “I see it in my people’s eyes- evil desperation / Let em know they’re not alone, a little piece of motivation / Yo, I spit it for my community, I spit it for my women /I spit it for the children & the folks locked up in prison.”