Rubrica: Rust
A cura di Roberto Graziano Moro
Fotografie di Roberto Graziano Moro
Testo di Chiara Franchi
Graphic Design Giacomo Dal Ben
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GRAND GUIGNOL
“Amo quando non ci sono le transenne.”
Nicola Redavid, in arte Ozone Dehumanizer, si sente più a suo agio sul palco quando il palco non c’è. La sua dimensione ideale è quella in cui i concerti diventano qualcosa di organico, che gli si aggrappa letteralmente addosso: “Stare in un buco di culo di posto con centocinquanta persone per me è tutto: mettermi faccia a faccia con il pubblico, stare testa contro testa e diventare un’unica creatura che canta i pezzi… Amo passare il microfono a qualcuno e sentirlo finire le barre al posto mio. Insomma, mi piacciono le situazioni hardcore”.





L’attitudine hardcore è uno dei capisaldi di Ozone Dehumanizer, progetto rap con le radici saldamente affondante nel black metal. “Ho sempre ascoltato più black metal che rap,” ci spiega Nicola, mentre fuma circondato da Madonne e icone sacre. “Ero un ragazzino solitario della provincia barese, sono cresciuto isolato, in mezzo ai campi. Mi rispecchiavo molto in quella musica e in quell’estetica”.




Ozone Dehumanizer nasce nel 2014 con l’idea di portare nel rap il gusto underground per l’estremo, che Nicola frequenta anche col suo progetto black metal Sentiero dei Principi. Musica ed estetica viaggiano insieme, nutrendosi degli artisti più eretici della scena black francese, del cinema di Tarkovskij e Bergman, di gore di nicchia, neofolk, Jung e Leopardi.
L’approccio è fin da subito molto riconoscibile e impattante: Ozone Dehumanizer cresce di live in live, di mixtape in EP, fino al primo album “Nihil2”, alla consacrazione con “Nihil3” e all’incontro con Trivel. Negli ultimi anni, attraverso il suo passamontagna nero, ha visto praticamente tutta l’Italia.





Lo stile di Ozone Dehumanizer è tagliente, sfrontato, privo di compromessi. I testi sono disturbanti e provocatori; le basi lo-fi, orrorifiche; le grafiche che accompagnano la musica sempre minimali e dissacranti. “Le cose un po’ proibite o un po’ sbagliate mi stimolano in un modo particolare. Credo che mi facciano sentire vivo,” continua Nicola. “Estremo, per me, è quello che sa scioccare in maniera artistica. Estremo è respingere l’idea che tutto debba essere giusto e inoffensivo – soprattutto se ci si intestano certi principi solo per profitto. Estremo è fare un film o scrivere una canzone per parlare di qualcosa che fa davvero parte di te anche se è brutta, anche se nessuno è d’accordo. È esprimersi avendo come unico limite la libertà altrui. Non è un caso se l’estremo resta nell’underground.”




Giocare con l’estremo richiede una certa disponibilità a confrontarsi con gli aspetti peggiori dell’umano e a collocarsi ai margini, in molti sensi: significa esplorare senza pregiudizi i bassifondi dell’anima, ma anche fare i conti con la repulsione verso certi contenuti, soprattutto se affrontati in modo esplicito e a volte intenzionalmente esasperato. Abbiamo chiesto a Nicola come vive questo aspetto della sua ricerca: “Nelle mie canzoni spesso riprendo temi che mi hanno sconvolto. Magari sono cose che moralmente mi fanno schifo o che provengono da artisti di cui non condivido nulla, ma il modo in cui certe opere arrivano come una mazzata tra capo e collo per me è una fonte di ispirazione. Mi colpisce l’idea che certe cose esistano e che siano fatte apposta per sconvolgere. Capisco chi non è d’accordo, ma in fondo mi piace l’idea che un certo modo di vedere le cose possa essere solo mio.”





Esperienze come quella di Ozone Dehumanizer aprono un varco sui limiti estremi del sottosuolo musicale e culturale, esponendo l’osceno e urlando cose al limite dell’indicibile. Ci costringono a guardare quello che ci ripugna, a riempirci le narici del tanfo di una realtà putrescente.
“Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione?”, scriveva Nietzsche nella “Gaia Scienza”: come il folle uomo del celebre aforisma, gli ambasciatori dell’estremo vengono ad annunciarci verità mostruose e destabilizzanti che sono già lì, davanti a noi.
Un delitto di cui reggiamo ancora l’arma in mano.
Un incubo che assomiglia spaventosamente al mondo che abitiamo da svegli.