OUR TIME – MARIA CLARA MACRÌ

Rubrica: Our Time

A cura di Sebastiano Leddi

Fotografie di Maria Clara Macrì

Testo di Sebastiano Leddi

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Questo è il nostro tempo.
Quello in cui le immagini non bastano più per stupire, ma servono per capire il presente.
Ogni mese celebriamo i fotografi più amati e seguiti dalla nostra community.
Qualcuno che, con il suo lavoro, riesce a raccontare il presente, qualcuno che interpreta il nostro tempo e che vorremmo rimanesse oltre il nostro tempo.

Mary risponde da Parigi. Dice che è nella sua casetta minuscola. Da come la inquadra potrebbe anche sembrare enorme, ma ci tiene a specificare che no, è piccola davvero.
Ride subito. Parla veloce. Parte da lontano, ma senza nostalgia. Più che raccontare una carriera, ricostruisce una serie di passaggi. Di fughe. Di intuizioni. Di aperture improvvise.

Le dico che questa rubrica prova a celebrare i fotografi più amati dalla community di Perimetro. Che abbiamo incrociato dati, nomi, sondaggi. E che lei, lì dentro, è molto in alto. Sembra sorpresa, ma fino a un certo punto.
Quando comincia a raccontarsi, la prima cosa che emerge non è la fotografia. È il bisogno di esprimersi.

Da bambina, dice, sapeva già di voler parlare al mondo. Non sapeva ancora con quale mezzo. Per molto tempo ha pensato che sarebbe stata la scrittura. Poi il disegno, la pittura, tutto quello che permetteva di tradurre emozioni, visioni, inquietudini. La spinta era già lì. Solo che non era così evidente da essere incoraggiata.
Quando chiede di fare il liceo artistico, le viene negato. Quando prova a immaginarsi in un percorso più apertamente creativo, stessa situazione. Alla fine studia Storia. Eppure, mentre lo dice, è chiarissima una cosa, quella deviazione non la vive come una sconfitta. Anzi. Dice che il suo lavoro nasce anche da lì. Dallo sguardo storico, antropologico, politico. Dal bisogno di leggere la società, non solo di guardarla.

Nelle sue fotografie, dice, c’è sempre una visione etica. Un’idea del corpo, del genere, della trasformazione. E c’è sempre anche uno studio, più o meno consapevole, di quello che una persona rappresenta dentro il proprio tempo. La fotografia arriva dopo.

 

Prima ruba macchine fotografiche agli amici. Scatta senza sapere bene cosa stia facendo. A volte senza nemmeno vedere davvero le immagini che produce. Poi, a Londra, ne arriva una sua. E lì succede qualcosa. Dice che è stata la fotografia a scegliere lei, più che il contrario.
Frequentava mostre, opening, librerie. Studiava da sola. Leggeva saggi, cercava libri, costruiva una sua educazione visiva personale. Non era ancora il tempo in cui Instagram ti consegnava una genealogia già pronta. Molte cose se l’è dovute andare a cercare. Altre le ha scoperte tardi. Alcune in ritardo clamoroso. Quando trova Nan Goldin, per esempio, è come aprire un’altra porta. Ma il momento davvero decisivo non è quello.

Mi racconta di un amico, Guido, il suo migliore amico. Gli chiede di venire a casa. Fa con lui uno dei suoi primi esperimenti di ritratto. È nudo. Si affida completamente. Lei fotografa e capisce qualcosa di molto preciso. Capisce che vuole stare lì. In quella libertà. In quell’intimità. In quella possibilità di accedere a una persona senza rubarle niente.
Dice che è stato un file mentale che si è aperto di colpo. Da lì in poi succedono varie cose. Qualcuno vede alcune sue fotografie fatte a Londra e le propone una mostra a Napoli. Lei è giovanissima, si sente impreparata, quasi fuori posto. Ma la mostra si fa. Viene gente. Le comprano le foto. Poco dopo un altro episodio.

Doveva accompagnare il lavoro di un maestro, Luciano Ferrara, a Fotografia Europea, a Reggio Emilia. All’ultimo lui non riesce più a partecipare. Lo spazio però ormai è preso. Va riempito.
Mary prende un progetto che aveva fatto quasi d’istinto con due ragazze incontrate per strada a Napoli. Corre da Luigi Fedullo, stampatore e compagno di lotte, gli dice di aiutarla a tirare fuori qualcosa da quel materiale quasi non selezionato.

Parte. Allestisce. Anche lì la reazione è forte. Anche lì le foto vengono viste, amate, comprate. Quando lo racconta, torna su un’idea che per lei è centrale: a volte è la fotografia che ti cerca. Ti spinge. Ti costringe quasi a riconoscerti. Per un po’, però, continua a stare nel mezzo.
Fa altri lavori. Si arrangia. Non si sente ancora “fotografa” nel senso pieno del termine. Sta ancora sperimentando. Sta ancora cercando il punto esatto in cui credere fino in fondo a quello che fa. Quel punto arriva nel 2018.
Parte per l’America con l’idea di cominciare il suo primo libro, In Her Rooms. Il progetto consiste nell’ by incontrare donne, entrare nelle loro stanze, ritrarle nei luoghi dell’intimità, costruire un racconto che tenga insieme corpo, spazio, identità.

Quando ne parlava prima di partire, le chiedevano tutti la stessa cosa: ma i soggetti li trovi lì?
Lei rispondeva di sì.
Come se fosse la cosa più normale del mondo.

 

Dice che lo sapeva. Che era convinta che sarebbe successo. E infatti succede. Le persone si fidano. Le aprono le porte. Le consegnano tempo, empatia, libertà.
A un certo punto, nel deserto, vicino al confine con il Messico, guardando le stelle, arriva la chiarezza. Non la chiama vocazione. La chiama consapevolezza.

Capisce che non può fare nient’altro. Che quella non è una possibilità tra le altre. È la sua vita.

Mi colpisce una cosa che dice a questo punto: non era solo il capire che voleva fare la fotografa. Era il capire perché lo voleva fare. Perché lì dentro c’era già tutto. Il suo modo di guardare il mondo, di incontrare gli altri, di incontrare se stessa. Da allora, dice, non è cambiato il nucleo. Si è solo rafforzato. Sono cambiate le responsabilità.
Dopo il primo libro arriva anche un altro peso: le aspettative, l’attenzione, il fatto che le persone inizino a guardarti già immaginando qualcosa da te. Prima si sentiva più libera. Più “cavalla pazza”, dice. Meno obbligata a rispondere a un’immagine di sé. Poi arriva la pandemia.

Per un progetto come In Her Rooms è quasi il contrario di tutto: niente viaggi, niente incontri, niente nuove stanze. Eppure quella sospensione finisce per essere anche il tempo giusto per chiudere il lavoro. Fa editing, traduce i diari, costruisce il libro.
Quando esce, nel 2021, il mondo è appena passato attraverso un’esperienza collettiva di reclusione domestica. Le persone sono state chiuse nelle proprie stanze. Le immagini di quel progetto, in quel momento, trovano un ascolto particolare.

Intanto il lavoro aveva già iniziato a girare. Prima all’estero che in Italia. Le pubblicazioni, gli articoli, l’attenzione.
Ma c’è un altro passaggio interessante nel modo in cui ne parla: dice che mentre il libro usciva, in un certo senso lo sentiva già superato.
Non perché non fosse importante. Lo è ancora, e probabilmente lo diventerà ancora di più col tempo. Ma perché il mondo intorno stava già cambiando di nuovo.

Alcune delle persone fotografate nel frattempo avevano attraversato transizioni profonde. Alcune non si riconoscevano più nei pronomi con cui erano state raccontate. E questo, per lei, rendeva già evidente un fatto: non si può chiudere per sempre un essere umano dentro una definizione fissa.

A un certo punto lascia anche quella casa di Reggio Emilia che, per molti, era diventata quasi parte del suo immaginario. Dice che dopo aver fatto un libro sull’importanza di avere uno spazio proprio, ha capito di sentirsi quasi in gabbia dentro quello spazio così coltivato, così definito, così suo.
E allora cambia ancora. Va a Parigi.
Qui il racconto si fa più aperto, più irrequieto.

Parigi le piace, ma non la idealizza. È una città velocissima e lentissima insieme, dice. Devi starci dentro davvero. Essere sul pezzo. Muoverti. Incontrare. Perderti meno passaggi possibile. Lei però continua a lavorare molto in Italia, a fare avanti e indietro, e questa doppia appartenenza la tiene in uno stato di transito continuo.

Tra il 2018 e il 2024 postava molto di più. Oggi molto meno. Instagram, per come lo vede lei, è diventato un centro commerciale. Più la vita si sposta online, più lei sente il bisogno di stare offline. Di andare in controtendenza. Di proteggere una zona più reale, meno esposta, meno immediata.

Nel frattempo sta lavorando a un nuovo libro. Non vuole raccontarlo troppo. Dice solo che nasce da una frase: la stanza sono io.

Se In Her Rooms era un lavoro di interni, questo nuovo progetto apre le porte. Le spalanca. Entra nel tessuto urbano, va fuori, ma senza perdere intimità. Tiene ancora insieme vicinanza ed empatia, solo in un’altra forma. Più aperta. Più notturna. Più caotica. Rispecchia il caos del presente, dice. Ed è ancora in corso.
Più volte ha pensato di averlo chiuso. Più volte è successo qualcosa che l’ha costretta a riaprirlo. Per lei fare un libro non è una produzione seriale. È un processo lungo, quasi organico. Non riesce a lasciarlo andare finché non sente che è davvero intero.

Nel presente, mi dice, c’è anche un altro tema che torna: la casa.
A Parigi vive una dimensione di casa studio molto intima che la spinge a stare più fuori nel contesto urbano che a ricreare il luogo dell’accoglienza delle cene e delle feste.
Le ha permesso di aprirsi ancora di più, di stare nel flusso, di fare il libro che sta facendo. Ma dopo due anni le manca un pezzo fondamentale della sua personalità perchè la casa, per lei, non è solo un rifugio.

Le manca ricevere. Cucinare. Avere piante ovunque. Fare spazio agli altri. Tenere insieme vita e lavoro dentro un luogo che non sia solo funzionale ma anche affettivo.