Rubrica: Rust
A cura di Roberto Graziano Moro
Fotografie di Roberto Graziano Moro
Testo di Chiara Franchi
Graphic Design Giacomo Dal Ben
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DLUCIO
In lingua portoghese, la favela è un arbusto spinoso dai piccoli fiori bianchi che prospera sui terreni più aspri. Se oggi chiamiamo favelas anche le grandi baraccopoli delle periferie brasiliane, lo dobbiamo a una collina coperta di queste piante: non perché si voglia in qualche modo elogiare la resilienza di chi, in quei bairros, si è fatto una casa con quello che aveva; ma perché dà il nome ai primi insediamenti abusivi di Rio de Janeiro, costruiti nel 1897 dai reduci dell’esercito brasiliano in risposta alla mancata concessione delle abitazioni promesse loro dallo Stato.
Oggi, a ovest di Rio, c’è una grande favela che si chiama Vila Kennedy. In origine era una distesa di casette tutte uguali, edificate negli anni Sessanta grazie a un finanziamento approvato dall’omonimo presidente americano. Il quartiere attuale è molto diverso da quello immortalato nelle foto di allora: un susseguirsi a perdita d’occhio di edifici simili eppure tutti diversi, bassi e squadrati, col tetto in eternit e le mura di nudo foratino. A ricordo dei legami con gli Stati Uniti, si erge su un piedistallo una replica in bronzo della Statua della Libertà.





Molte vie, a Vila Kennedy, portano il nome di musicisti famosi. La musica è parte integrante della storia della favela, che ha dovuto lottare sia per ottenere che per preservare i propri spazi culturali, e che nonostante la povertà è oggi un luogo piuttosto vivace. È qui che DJ Marlboro ha inventato, negli anni Ottanta, il baile funk e naturalmente non manca la scuola di samba locale. Proprio la samba è il filo che connette tutta la musica nata tra queste strade. Sono radicate nella samba le hit ballabili di DJ Marlboro, ed è dalla samba che hanno avuto origine anche i primi esperimenti con il rap – genere che come gli arbusti di favela prospera nella scarsità e nell’emergenza, e che ha trovato a Vila Kennedy terra per le proprie radici. Se negli anni in cui qui si inauguravano le prime case Jair Rodrigues pubblicava Deixa Isso Pra Là, considerata da alcuni critici la prima traccia rap della musica brasiliana, oggi la scena è ampia quanto la vista sulle coperture ondulate che si protraggono verso l’orizzonte, e piena di vita.





Dlucio fa il trapper a Vila Kennedy. Ha le gambe lunghe, un sorriso ampio e bianchissimo e una massiccia catena dorata al collo. Fino a qualche anno fa tagliava barbe e capelli e non immaginava neanche lontanamente di poter vivere di musica. La sua carriera è iniziata grazie a uno dei suoi clienti, Delano, uno dei più prominenti artisti funk brasiliani della Gen-Z, che un giorno gli ha chiesto di provare a improvvisare su un beat. Da allora è entrato a far parte della crew di Orochi, una star del rap carioca con nove milioni di follower su Instagram e hit da centinaia di milioni di stream su Spotify.
Sul suo, di profilo Spotify, Dlucio si definisce “cantor de trap e love song”. In un virgolettato, augura a tutti di “poter lottare per i propri sogni, indipendentemente da quali siano”: può sembrare un messaggio retorico, ma per chi viene dal suo background la lotta e il sogno sono tutt’altro che retorica. Sono parte della quotidianità.




Una quotidianità che Dlucio mostra nel video del suo brano Realidade de Povo, girato proprio a Vila Kennedy. Come suggerisce il titolo, è un racconto della condizione di chi vive nella favela, mostrata senza filtri da una prospettiva che unisce critica sociale e affetto per la propria comunità. La carne cucinata su una griglia accroccata, i vecchi elettrodomestici, le strade col manto divelto accompagnano momenti di semplice connessione umana: una carezza, un bambino tenuto in braccio, due amici che sorridono in camera dandosi il gomito. La “realtà del popolo” è una cosa e l’altra, e Dlucio la racconta con la sua trap lenta, al ritmo di bossa nova – un’altra figlia della samba brasiliana. Racconta la favela e attraverso la favela racconta di sé, del sogno che riempie il suo sorriso ampio e le pareti blu di una stanza piena di crepe. Racconta dell’ambizione di crescere sul terreno in cui sono piantate le sue radici, qualunque esso sia. Proprio come quell’arbusto dai piccoli fiori bianchi.




Questo progetto è stato realizzato in Brasile, a Rio de Janeiro, nella favela di Vila Kennedy, grazie al contributo di Roberto Graziano Moro e Federico Ceravolo, che hanno collaborato alla realizzazione di un contenuto video dedicato alla storia di DLucio e alla sua realtà. Un ringraziamento speciale va anche a Ferrujo, Herbert Gadelha, Samuele Arto, Bams, Catrame e a tutte le persone della favela di Vila Kennedy, che hanno reso possibile questo progetto con il loro supporto e la loro accoglienza.