Fotografie di Rafa Jacinto
Testo e intervista di Sebastiano Leddi
Rubrica: A CURA DI
Perimetro presenta “A CURA DI“, la rubrica che incontra e conosce i curatori : i loro progetti, le loro visioni, i work in progress. Uno sguardo a 360 gradi sul contemporaneo, una bussola per orientarci tra immagini e immaginazione, presente e futuro delle arti visive.
Il nono incontro è dedicato a ENRICO CEROVAC


NOT FAR FROM HERE – Conversazione con Enrico Cerovac
Enrico Cerovac (si pronuncia Cerovaz, va puntualizzato) presenta “Not Far From Here”, un progetto visuale che raccoglie dieci anni di fotografie, video, viaggi e persone incontrate dentro e intorno alla cultura dello skateboarding. L’intervista è una chiacchierata ampia, non un botta e risposta. Un modo per entrare nel suo percorso, nei processi e nel modo in cui ha costruito un linguaggio personale a partire dalla strada.


Come stai?
Bene, anche se in un periodo molto intenso, tra gli impegni lavorativi e personali, l’organizzazione delle presentazioni di questo mio nuovo progetto devo dire che il tutto mi sta assorbendo parecchio, ma è un buon esercizio.


Cominciamo da te. Chi sei, cosa fai e come si incrociano skate e video?
Sono nato nei primissimi anni ottanta, fin da ragazzino rubavo la videocamera hi8 a mio padre per uscire in skate e filmare gli amici e tutti quei personaggi che gravitavano attorno a quella sottocultura. Non era solo documentare tricks, nel tempo avevo intuito che stavo costruendo un modo personale di guardare le cose, è stato un bello slancio per immergermi nella scena dei tempi. In seguito, quasi per gioco partendo proprio da un paesino in provincia di Trieste, dove sono cresciuto, insieme a due cari amici ho iniziato un progetto video, un’uscita annuale in VHS (in seguito anche in DVD) di circa 30 minuti che immortalava vari riders della scena snowboard e molti skateboarders italiani e non solo. Avevo solo 18 anni quando dopo la prima produzione ed uscita (senza nessun sponsor) le aziende del settore iniziarono a supportare questo progetto, dandoci la possibilità di viaggiare e confrontarci anche all’estero e a lavorare anche con altre realtà al di fuori dell’ambito board sport. Senza volerlo in quel periodo questa saga di video è stata uno dei punti di riferimento in questo settore, si girava molto, andavo in skate con i miei amici, filmavo altri skateboarders e snowboarders… sono stati anni incredibili.


Poi come si è evoluta la cosa?
Dopo 7 anni il progetto terminò, nel mentre tramite la film commission della mia regione, avevo fatto le prime esperienze su qualche set cinematografico, ma la passione per la tavola era ancora troppo forte, e comunque avevo bisogno di lavorare… quindi grazie anche all’esperienza accumulata precedentemente ho continuato gli anni successivi come consulente e team manager per un paio di brand del settore, da lì piano piano sono entrato nel mondo del marketing creativo, senza averlo programmato, poi successivamente ho iniziato a collaborare con varie case di produzione e agenzie di comunicazione passando alla regia per alcuni adv, il linguaggio che avevo inconsapevolmente costruito in parte era già vicino alle immagini che stavano entrando nelle campagne di streetwear e in seguito nella moda. La passione per i documentari, il cinema le immagini in generale è rimasta sempre, immutata.


Oggi sei regista, ma anche uno dei curatori del Surf & Skate Film Festival.
Sì cerco di continuare nel mio percorso, per quanto riguarda il festival è un progetto che dal 2017 unisce cinema, skate, surf e musica. Io mi sono sempre occupato della ricerca e dei contenuti artistici per le mostre, installazioni e alcuni contenuti destinati alla sala (specialmente lato skate). Negli anni il festival è cresciuto e arrivano tante proposte spontanee e film importanti dall’estero, ma nel mio continuo a cercare sempre storie che abbiano un’identità e una densità culturale che possano far emergere o storicizzare personaggi nati in mezzo a questa comunità.


È arrivato prima lo skate o la videocamera?
Insieme. La mia generazione è cresciuta con la televisione, le VHS, i film americani al cinema. Da ragazzino registravo spezzoni da programmi TV (come USA TODAY) che passavano rari video di skate statunitensi, registravo su altri canali alcuni film di serie B, poi li montavo insieme con due videoregistratori, assurdo.. Non c’era internet o social network, prendevo e uscivo con la mia tavola, le prime immagini video che vidi in quegli anni, con quella musica, le foto e le grafiche che uscivano sulle rare riviste e fanzine che riuscivo a reperire ai tempi, tutto questo mi cambiò per sempre.
E’ stato un bel modo di evadere da tanti problemi, sai nella vita non sono mai stato molto bravo a stare in equilibrio, se ci penso è un paradosso, come lo stare su una tavola di legno con 4 ruote mi ha dato più stabilità e una direzione nel tempo rispetto a tante altre cose.


Una cosa che mi piace del tuo lavoro è la coerenza, skate, cinema, fotografia, ma con aperture verso altri mondi.
Lo skate mi ha insegnato a leggere gli spazi e le situazioni: dove altri vedono un ostacolo, uno skateboarder vede un’opportunità per farci qualcosa di diverso. È una mentalità, un attitudine che mi sono poi portato a presso anche in altre sfere della mia vita, tra cui il lavoro. Devo dire che ho avuto nel tempo tante contaminazioni che sono arrivate non solo da questo mondo, ma ripesco sempre qualcosa dal mio passato, mescolandolo poi con quello che è la mia visione odierna.


Molti tuoi lavori hanno la forma del recupero d’archivio. Perché?
Forse perché mi sono perso dei pezzi dietro lungo il percorso? Scherzi a parte, per i miei progetti personali non ho un metodo rigido. Scatto e filmo quando sento che qualcosa mi appartiene, poi lo lascio lì. Non mi considero un fotografo, per praticità ho sempre usato macchine piccole: una Contax T2 o una Minox 35gt, apparecchi che potevano stare comodi in tasca o in un marsupio, per anni ho usato una compatta di plastica della Canon che ho ancora da quando ero ragazzino, ai tempi non potevo permettermi altro. Mi lascio un po’ anche ispirare dagli eventi e poi li mischio… ti racconto anche questa: la mia T2 nel tempo ha avuto un problema tecnico di trascinamento del rullino, provocando delle sovrapposizioni non volute. Molti lo avrebbero visto come un difetto, io l’ho usato a mio favore. Nel libro a tratti si vede questa cosa: un flusso di errori, coincidenze, doppie esposizioni. È parte della storia. Anche nell’editing delle immagini del libro segue una logica che si avvicina forse più ai video, ritmo, timeline, alternanze. Alla fine ho capito che non è estetica: è come funziona la mia testa.


Insomma mi sembra di capire che hai scattato e girato un bel pò in questi anni.
In questi ultimi 10 anni avevo accumulato un consistente numero di immagini, e devo dire che questo archivio non sarebbe mai nato senza Gabriele Lopez. Abbiamo digitalizzato tutto in circa otto mesi: quando troviamo delle giornate libere che coincidevano, ci chiudevamo nel suo studio, parlando e scansionando negativi e altro materiale, confrontandoci su tanti argomenti mentre ascoltavamo le sue playlist… è stata come una terapia, poi finite queste session tornavo a casa a guardarmi e riguardarmi da solo l’archivio video. E’ stato un processo lungo e denso, ma è stato bello rallentare un pò.


Perché adesso hai deciso di uscire con un libro?
L’80% del materiale digitalizzato è inedito, scattato/girato tra: Milano, Torino, Trieste, Ljubljana, Copenhagen, Londra, Parigi, Fuerteventura, New York, Los Angeles, São Paulo… quando per la prima volta l’ho messo tutto insieme senza un ordine né una selezione, in realtà ci ho visto un percorso. Alla fine mi sono accorto che tutto ciò che cercavo non era poi così lontano da dove sono partito, che le stesse persone che ho avuto la fortuna di incontrare, in determinati momenti e luoghi diversi, in un modo o nell’altro condividevano la mia stessa visione, questo lavoro è diventato un omaggio a queste persone, ai luoghi attraversati, a quei spazi, a questa ricerca e visione comune che ha influenzato, e continua ad influenzare in maniera significativa la mia vita ed il mio percorso lavorativo. Per me il libro racconta questo.


È un progetto più personale o artistico?
Entrambi direi. È un bel punto di passaggio, dieci anni: 2015–2025. Non so cosa verrà dopo…


Chi ha lavorato al progetto insieme a te?
Come già detto la digitalizzazione delle foto e provini è avvenuta grazie Gabriele Lopez/Red Room.
La parte di grafica, come per i due miei progetti precedenti è stata affidata a Studio Iknoki, in particolare ho lavorato a stretto contatto con Christian Jugovac, uno dei due founder, lui mi conosce da una vita e sa un po’ come ragiono sul lavoro, mi è stato vicino e supportato su tutta la lunga parte di presentazione, editing del libro e tutto quello che riguarda i contenuti della comunicazione, la sua presenza è stata fondamentale; poi anche per questo lavoro c’è stata una consulenza su più fronti (oltre l’allestimento foto) da parte di un altro nostro coetaneo, Paolo Bazzana.
In particolare per “Not Far From Here” ho avuto la fortuna di avere il supporto di Carhartt WIP e della paziente Giulia Castagnoli, e da parte di Whitstand Film che è il publisher del progetto insieme a Skinnerboox, un ringraziamento particolare a Davide Ferazza e tutto il suo team. Vorrei ringraziare inoltre Luca Scarpellini, Davide Minoja e i ragazzi di Studio Cirasa.
Senza di loro non esisterebbe nulla. Grazie per aver creduto.


Dove potremo vedere il libro?
La prima presentazione sarà a Milano il 26 novembre, presso Spazio Milesi, via Felice Casati 29.
Il progetto non è solo un archivio di dieci anni raccolto in un libro. È un’esposizione/installazione, con video, materiali fotografici, inoltre ci sarà durante la serata una performance del collettivo MYS che costruirà una traccia sonora unica dal vivo, questa traccia rimarrà poi in loop nello spazio per tutta la durata della mostra, immergendo così lo spettatore in un tempo sospeso e perpetuo. Per questo evento avrò un supporto speciale da parte dei ragazzi di Futura Research che metteranno a disposizione per questa installazione i loro bellissimi speakers, oltre e i ragazzi di Birra Vetra, che ci sono sempre stati fino dal mio primo progetto.
La seconda presentazione sarà a Roma il 12 dicembre, ospiti dai ragazzi di Palazzo Offline.
La serata qui sarà più intima: teche con materiali originali, provini, un video in loop, un focus diretto sul libro… more info soon!


Cosa succede dopo Not Far From Here?
Per il 2026 stiamo già lavorando ad altre tappe ed appuntamenti per il progetto, sia in Italia che all’estero. Poi come sai quest’anno è uscito anche un documentario che ho realizzato per un importante brand internazionale del panorama snowboard, mi è servito molto per capire che uno dei miei desideri per il futuro è quello di fare lavori che raccontino più storie, e non solo prodotti. Poi da tempo sto cercando di portare avanti un docu/film e c’è sempre in ballo un corto, ma per certe cose occorre il giusto tempo e risorse, vedremo… chissà nel mentre forse porterò a riparare la Contax : )

Ci vediamo il 26 Novembre, mi sa che ci sarà un bel po’ di casino!
Diciamo che spero sia più un buon pretesto per rivedersi, un occasione reale di incontro in un momento in cui viviamo sempre più spesso dietro uno schermo. Grazie ed un abbraccio Seba, a presto!