Fotografie di Davide Degano

Rubrica: Periscope
A cura di Claudio Composti
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Do-li-na è una ricerca visiva che esplora le relazioni tra immagine, memoria e identità in Friuli-Venezia Giulia, una terra di confine in cui convivono culture e lingue italiana, slovena, friulana e tedesca.

Il lavoro è iniziato con una scoperta personale: solo dopo la morte di mia nonna sono venuto a conoscenza della sua eredità slovena a lungo nascosta, insieme ai documenti delle politiche di italianizzazione fasciste – in particolare la Legge Gentile del 1923 – che cercavano sistematicamente di cancellare le identità minoritarie. Questo silenzio privato si è rivelato come parte di una repressione collettiva, aprendo uno spazio per indagare la cancellazione e la sopravvivenza della memoria culturale.

Combinando tracce d’archivio personali e istituzionali, la mia ricerca artistica si interroga sul modo in cui le storie vengono ricordate, rimodellate o dimenticate e sul ruolo della fotografia nel mediare questi processi. Come ha sostenuto Allan Sekula, la fotografia non è solo un sistema di rappresentazione, ma un meccanismo che produce conoscenza e potere, plasmando il modo in cui percepiamo la realtà e l’autorità. Diventa sia una forma di prova che un terreno contestato dove si intersecano immaginazione, memoria e ideologia.

Il termine dolina non si riferisce solo alle depressioni carsiche, ma anche a bacini montani isolati che ospitano comunità remote. Questi paesaggi incarnano una geografia simbolica del margine, plasmata dalla memoria, dalla tradizione orale e dai modi di abitare la terra. Do-li-na abbraccia il margine come spazio di possibilità: come scrive Bell Hooks, non è semplicemente un luogo di esclusione, ma un luogo generativo da cui possono emergere contro-narrazioni e nuove visioni di appartenenza.

Al centro del lavoro ci sono le narrazioni orali e le mitologie popolari, frammenti di tradizioni animiste, pagane e cattoliche che persistono nella memoria collettiva della regione. Queste storie diventano strumenti epistemologici per rileggere la storia in modo critico, rivelando come la conoscenza culturale possa perdurare in forme sottili, spesso trascurate. Nelle foreste della Val Canale, della Val Resia e della Val Natisone, questi strati di memoria affiorano nel modo in cui gli animali abitano il paesaggio: come presenze che sfuggono a una chiara interpretazione, resistendo ai confini tra il visto e il non visto.

Per esplorare questa tensione, sfido le convenzioni della fotografia documentaria nella mia pratica, combinando fotografie di grande formato, riproduzioni d’archivio e registrazioni video notturne. Queste strategie visive sono messe in dialogo con documenti storici e testimonianze orali, creando una narrazione polifonica che resiste a un’unica prospettiva autorevole. In collaborazione con la Guardia Forestale, ho posizionato telecamere notturne in aree riservate a 2.200 metri di altitudine, nella regione dei Tre Confini, dove convergono Italia, Austria e Slovenia. Piuttosto che confermare simboli familiari, le registrazioni notturne rivelano vite che si svolgono al di là delle nostre narrazioni: movimenti senza storia, presenze senza comprensione.

Do-li-na posiziona così la fotografia non solo come mezzo documentario, ma come spazio di tensione tra la costruzione e l’uso di un’immagine e omissione, realtà e immaginazione. Il progetto interroga il mezzo stesso e la sua pretesa storica di verità, mettendo in discussione le responsabilità etiche e politiche insite in ogni atto visivo.

Il mio lavoro chiede: Le immagini raccontano la verità o le storie che costruiamo intorno ad esse diventano la verità? Come suggerisce Ariella Azoulay, le immagini non sono mai neutre: emergono all’interno di contesti politici, etici e narrativi. In dialogo con Frederick Douglass, che immaginava la fotografia come mezzo di autodeterminazione per i subalterni, e con le riflessioni di Achille Mbembe sull’archivio come strumento di potere che decide cosa viene ricordato e cosa cancellato, Do-li-na esamina il fragile confine tra vedere e conoscere.

In definitiva, il progetto sfida le idee dominanti di paesaggio, appartenenza e identità nazionale. Attraverso fotografie, immagini in movimento e storie raccolte, esplora ciò che permane – silenziosamente ma con forza – ai margini, negli spazi tra comprensione e mistero e nei ricordi che resistono alla cancellazione.