Fotografie di Silvia Casadei
Quasi tutto il Rojava è un susseguirsi di terre desertiche, dove la polvere si mescola al caldo di ottobre: le temperature infatti raggiungono ancora i 30 gradi durante il giorno. Arriviamo al campo di Al-Hol verso le 10:30 del mattino, dopo circa due ore e mezza di macchina. Il campo prende il nome dalla cittadina adiacente, ma la supera di gran lunga in densità e dimensioni. Non esistono alberi né ombra, solo polvere e filo spinato che circondano l’intero perimetro, suddiviso in sezioni. È un campo fatto di tende, per lo più rattoppate e in condizioni di degrado.
Il campo si trova a circa 45 minuti di macchina dalla città di, Hesekê in direzione della frontiera con l’Iraq. Fu costruito nel 1991, a seguito della Prima Guerra del Golfo, per accogliere i numerosi profughi iracheni, data la vicinanza con il confine. Negli anni successivi ospitò sempre più rifugiati: prima quelli della Seconda Guerra del Golfo, poi, a partire dal 2014, dopo l’attacco dell’ISIS all’Iraq, molti rifugiati iracheni che si spostarono in Siria. Nel 2016, durante gli anni più bui della guerra siriana, il campo fu istituito dall’ AANES (Amministrazione Autonoma della Siria del Nord Est) come centro di custodia e di detenzione di siriani e stranieri, arrivando nel 2019 a contenere circa 63.000 persone, di 55 nazionalità diverse.
Oggi Al-Hol ospita circa 26.000 individui, il 90% sono donne con i rispettivi figli, di cui 6.300 donne e bambini stranieri provenienti da diverse nazioni: tra i foreign il gruppo più numeroso è originario della Russia, ma anche da Turchia, Germania e Francia; mogli di combattenti dell’ISIS arrestate dopo la battaglia di Baghuz.
La direttrice del campo, Gihan Hanan, che ricopre questo ruolo da circa tre anni, descrive con lucidità e precisione la complessa realtà di Al-Hol.
Secondo Hanan, il problema principale è il “radical background” della maggioranza delle persone all’interno del campo, compreso i bambini, perché come riferisce Hanan, la loro pericolosità sta nel fatto che “considerano il campo come un territorio dell’ISIS”. Il nodo centrale, spiega, resta la mentalità: un contesto sociale in cui anche i più piccoli crescono radicalizzati.
Al-Hol è una struttura vecchia e difficile da controllare. La sezione Annex, dove sono detenute le donne più radicalizzate, è probabilmente la più instabile: qui le detenute, quasi tutte foreign fighters, non hanno mai espresso il desiderio di lasciare il campo.
Un altro grande problema, ci spiega Hanan, riguarda i rimpatri.
Questa inattività ha creato un vuoto giuridico dove né i governi di origine, né l’istituzione di un tribunale internazionale, così come richiesto dall’ AANES, si stanno assumendo l’onere di giudicare queste donne per i crimini commessi. Il risultato è uno stallo legale che tiene migliaia di persone sospese in un limbo: non processate, non rimpatriate; ed è in questo vuoto che i bambini continuano a crescere senza percorsi educativi strutturati, restando sotto l’influenza di una mentalità radicale trasmessa dalle madri stesse.
Le donne radicalizzate, quelle che ancora oggi credono nella ricostruzione dello Stato Islamico, continuano a comportarsi come facevano durante il Califfato: il loro obiettivo, come ci dice la direttrice, è “fare figli che diventeranno il futuro di Daesh”
Anche la responsabile per la sicurezza del campo di Roj, Shilan e la Direttrice del campo Hikmiya Ibrahim affermano i medesimi problemi.
All’interno della sezione tre del campo di Roj vi sono anche due donne italiane.
Una di loro si chiama Meriem Rehaily, è una ragazza italo marocchina.
Meriem oggi ha quasi 29 anni, è arrivata in Siria nel 2015 per scelta, senza costrizioni: ci tiene a sottolineare “sono arrivata in Syria perché era qui che volevo venire”.
Meriem non è affatto pentita della sua scelta e non teme di nasconderlo, in più di un’occasione durante l’intervista sottolinea come la sua vita fosse bella durante il califfato, affermando con convinzione “non uscirei mai dallo stato islamico”. Meriem abitava a Raqqa, con il marito, un combattente palestinese dell’ISIS, ad oggi disperso. È arrivata dalla Turchia e per i primi sei mesi è stata all’interno di una Singer House, o case per donne nubili, prima di trovare un marito. Alla fine del conflitto come molte altre donne affiliate all’ISIS si è spostata a Deir Er Zor e qui è stata arrestata dalle forze curde. Alla domanda di come fosse la sua vita durante il califfato, Meriem risponde con una tranquillità spiazzante, raccontando la daily routine di una ragazza normale, escludendo completamente dalla narrazione gli eventi della guerra: “ la maggior parte del tempo stavo a casa, ma se volevo potevo andare al mercato e il venerdì andavo al ristorante e al fiume con mio marito”. Parla del matrimonio con il marito come di un atto di amore. Di fronte alla domanda se fosse a conoscenza degli omicidi, delle teste esposte in pubblica piazza a Raqqa, della guerra, risponde con la freddezza di chi non prova pentimento, affermando che lei era a conoscenza di tutto, ma afferma: “ non abbiamo iniziato noi per primi, è stata la coalizione che ci ha bombardato” e “ alcuni di coloro che sono stati uccisi è perché in qualche modo se la sono cercata”. Per Meriem il ritorno ad una Stato Islamico è qualcosa di possibile, perché sostiene sia la promessa fatta da Dio ed è l’unico luogo dove lei vorrebbe vivere insieme ai suoi figli.


















