
Cosa facevi da bambino? Cosa ti piaceva?
Sono di Foggia, quindi sono nato e cresciuto in un contesto di provincia.
Da piccolo sicuramente non amavo quello che amavano gli altri: il calcio, la discoteca… non facevano per me. Fortuna ha voluto che abbia conosciuto persone che, come me non le amavano… Insieme a due di questi ragazzi, abbiamo iniziato ad appassionarci alla musica rap e hip hop, prima ascoltando quello americano, poi quello italiano.
Con cosa?
Eminem, “My Name Is”. Stavo iniziando il liceo. Poi ho scoperto Dr. Dre perché era il suo produttore, e da lì mi si è aperto un mondo.
Dovevi un po’ ricercare tutto, perché ovviamente 20 anni fa non era così facile trovare le cose. Anche i negozi di dischi in Puglia non avevano chissà che…
Ci facevamo arrivare dei dischi, o viaggiavamo per andare a prenderceli a Pescara o Bari.
Quando abbiamo scoperto il rap italiano c’era questo negozio di Verona, credo esista ancora, si chiama Vibra Records, era distributore ma anche e soprattutto produttore di tantissima musica, da Fibra a Bassi Maestro.
Ci facevamo arrivare i dischi, ovviamente ne prendevamo uno e lo ascoltavamo tutti. Da lì poi, un po’ per gioco, ma soprattutto per passione, ci siamo messi a fare musica. Io ho iniziato con un gruppo, eravamo in tre. Rappavamo tutti, ma costruire un percorso era difficile perché non conoscevamo nessuno che producesse.
All’inizio ci cimentavamo su delle basi di cd, programmi per fare musica, poi pezzi americani che ci piacevano, cercavamo le instrumental con vari software, tipo EMule.
Grazie anche a internet abbiamo aperto un po’ le nostre vedute. Io soprattutto andavo a scaricare, a cercare contatti, iniziavo a conoscere persone. Tipo in Svizzera ci avevano ospitato per registrare delle cose.
Con internet si è aperto sicuramente un po’ tutto. Per noi che eravamo nel buco di culo di Foggia.
Ti capisco. Io vengo da Rovigo e sono sempre stato molto grato al fatto di venire da un posto in cui devi sudartela.
Credo che questa caratteristica ci abbia formato. Devi avere tanta passione e tanta voglia però.

Se sei curioso, nascere nella provincia ti da una marcia in più. Ti incentiva.
Poi ti chiedi sempre come sarebbe stato nascere invece in un posto come Milano, per esempio, dove hai tutto a portata di mano. Forse non averlo avuto in qualche modo ti ha reso speciale.
Quando vivevi coi tuoi c’era musica in casa?
Mio padre suonava la batteria un po’ per hobby, ma non mi ricordo particolarmente di musica in casa. Durante l’adolescenza mi sono appassionato alla musica in generale, prima col pop, poi ho scoperto il rap.
Diciamo che viene più da me che dalla mia famiglia.
Lo chiedo perché nei tuoi pezzi sento tanto amore per la musica vintage. C’è tanta Motown per esempio.
Sì, ma quello è stato una cosa che ho scoperto dopo il rap. ho capito che c’era tutta una corrente di rapper e produttori, soprattutto in America, che campionavano queste tracce, mi andavo a cercare i sample per capire da dove venissero.
E quindi ho scoperto il soul.
In quel momento ero molto vicino a Ghemon, il rapper, quando mi sono trasferito a Roma.
Siamo diventati molto amici, e lui era mega appassionato di musica soul, ne sapeva tantissimo. Era il momento in cui stavo scoprendo quel tipo di rap, il primo Kanye West, Common, Hi-Tek. Mi ricordo che i dischi di Hi-Tek, mi erano piaciuti tantissimo.
Quindi ho iniziato ad affinare anche i miei gusti, a capire che non solo mi piaceva il rap, ma mi piaceva anche il rap che parlasse di qualcosa, che avesse dei contenuti.
Anche musicali.
Sì Kanye ha dei temi pazzeschi, però la musica, le produzioni, i beat…
Infatti poi ho capito che a volte basta anche solo quello.
Forse lui ha portato al grande pubblico quel tipo di campionamenti, perché se penso a Common, a Hi-Tek, eccetera, bazzicavano comunque attorno a Kanye West come produttore. Prima che poi esplodesse con i suoi dischi.
Lui, per quanto “esca spesso dai binari”, rimane uno dei più grandi.

Invece con la grafica come avevi fatto?
E’ stata un po’ una conseguenza della musica. Nel mio gruppo, ero io quello che diceva, “faccio la grafica”.
Ma non sapevo nulla, non conoscevo nemmeno l’esistenza di Photoshop.
Quindi zero upbringing scolastico.
Zero, ho fatto lo scientifico, non c’entrava niente. Però ho sempre saputo disegnare. Anche se nella grafica non è che serva tanto saperlo fare… questo l’ho capito poi.
Mi ricordo che mi dilettavo a fare copertine dei miei demo con PowerPoint. Alcune cose, erano anche carine. Quando sono arrivato alla fine del liceo dovevo scegliere cosa fare nella mia vita. Per puro caso ho visto che c’erano delle scuole che avevano l’indirizzo di graphic design, e ho iniziato lo IED.
Anch’io ho fatto lo IED. E spezzo una lancia in suo favore. Al tempo costava anche meno.
Molto meno! Ogni anno costa di più, mi sa.
Penso che il valore dello IED fosse proporzionale a quanto la gente che avevi in classe avesse voglia di fare qualcosa. Perché gli insegnanti erano in bolla, e se si creava quel minimo di competizione tra, che ne so, me e un altro fotografo, allora lì sentivo che la cosa funzionasse.
Io invece mi meravigliavo quando vedevo persone in classe un po’ svogliate. Quasi parcheggiate.
Stai pagando un botto di soldi! E io non capivo… cazzo se vieni qua devi avere un’idea abbastanza precisa…
L’hai fatto a Milano o a Roma?
Roma. Ci sono stato giusto i tre anni di IED.
In che zona vivevi?
Stavo al quartiere africano, viale Eritrea, viale Libia.

Io l’ho fatto qua a Milano in via Sciesa. Roma non ti ha fatto venire voglia di rimanere là?
Diciamo che Roma non era proprio la mia scelta. Io sapevo che mi sarebbe piaciuta Milano. Però a 18 anni a Roma c’era già mia sorella, era un po’ più comodo.
Lì ho conosciuto appunto Ghemon e tutto un gruppo di persone che bazzicavano attorno all’hip hop, alla musica rap.
Tutti non romani, tutti lì per altri motivi.
Roma mi ha dato una formazione. Lì ho iniziato seriamente il mio percorso come rapper da singolo. Prima avevo fatto due dischi con il mio ex-gruppo, anche con un discreto successo per i tempi.
Da quando mi sono trasferito a Roma è iniziato il mio vero percorso musicale. Anche grazie all’incontro con Mondo Marcio, che è stato il mio mentore d’etichetta per tanti anni.
Nonostante quello, a livello di città non era troppo la mia vibe.
Nei miei testi dico spesso, e a volte mi scoccio a ripeterlo, perché sembra una roba ridicola… io non amo il caldo, l’estate, eccetera. Per me Milano era nord…
La manica lunga a Roma è difficile da portare.
Esatto. Poi in realtà quando sono arrivato a Milano, ho capito che anche qui non è che faccia tutto sto freddo. Comunque Milano la vedevo come un po’ più vicina sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista delle arti visive.
Tu sei un po’ nordico come mentalità. Anche somaticamente sei un po’ normanno…
Beh nella zona della Puglia da dove vengo io, c’è proprio questo mix.
Mi piace. Il tempo nuvoloso, la pioggia… mi fanno stare meglio che una giornata così (questa intervista avviene in una assolatissima giornata di inizio autunno, NDA).
Sono stato un capodanno a Tromso, in Norvegia, dove non c’era sole praticamente mai. Mi è piaciuto molto. Poi non so com’è vivere lì, dove non hai la luce per vari mesi. Però sperimenterei domani.
Non avrei paura del fatto di non avere mai luce.
A me è capitato di provare entrambe, sia l’estate che l’inverno nei paesi nordici… ho trovato molto più inquietante il fatto che il sole non scendesse.
Esatto, io sono stato in Islanda l’estate. Un po’ creepy, a volte. Vai a dormire, c’è ancora il sole alto.
Poi bisogna vedere che effetto fa dopo qualche anno che vivi lì. che tipo di prezzo devi pagare.
Beh, hanno la percentuale più alta di suicidi.

Senti Milano casa?
A Milano ci sto da un bel po’ di anni, forse una quindicina ormai. Sotto certi punti di vista la sento casa. Però, se penso a un futuro, non so se mi vedo qui. Non so se avrei il coraggio di andare in un altro paese lontano. Trovo più credibile trovare un posto, magari in Italia, magari in montagna, che è anche una dimensione che mi piace tanto.
I tuoi testi parlano principalmente di te, sono un riflesso delle tue esperienze…
È più un guardarsi dentro, quindi lo potrei fare dappertutto.
Ripeti molte volte, che ti senti un po’ solo nel mondo del hip hop. Soprattutto rispetto a quel rap fatto di ostentazione, di machismo. In quello italiano per molti versi, sembra di essere ritornati al periodo degli NWA… soprattutto a livello di tematiche…
Anche quando ho iniziato non c’erano troppi esempi di rapper italiani intimisti , che parlassero della propria vulnerabilità.
Dall’inizio della mia carriera ho sempre parlato di queste cose. Quindi spesso mi sento da solo.
Nel fare quello che faccio vedo che comunque ho un pubblico che cresce sempre di più e di questo sono, ovviamente, ancora più contento, perché riflette la mia visione.
Ovviamente negli anni è successo qualcosa per cui ho fatto delle scelte anche per allargare il pubblico, ma viene sempre dalla mia testa.
In questo disco però sono proprio tornato all’essenza, ho scelto di fare quello che mi pareva.
In questo ultimo disco, il livello di introspezione è ancora più esasperato rispetto agli altri. Mi è rimasto molto nel cuore “Alfabeto”. Com’è la genesi di un tuo pezzo?
Parte dalla musica.

I produttori ti danno il beat?
Sì. Nella fattispecie in questo disco ho lavorato con Lunar, che è mio amico e collaboratore da tantissimo tempo.
E per la prima volta ci sono anche tante basi di Fudasca, che è un ragazzo di Roma che ho conosciuto da poco, ma ho trovato molto affine, sia personalmente che musicalmente.
Le sue basi mi hanno ispirato molto. Mi ha riempito di materiale.
“Alfabeto” è prodotto da lui. E lui mi ha fatto un po’ tornare a questo uso dei sample. Lui fa molto digging, ma soprattutto li produce. Quindi magari chiama un cantante, gli fa dire delle cose e choppa.
E’ bello anche assistere al suo processo creativo.
Le strumentali che sono uscite erano tutte molto ispiranti per me.
Non sono uno che scrive senza, magari mi posso appuntare una rima perché c’è un concetto figo, però non succede quasi mai… è più un “metto play e vediamo cosa succede”.
Deve partire da quello, infatti io non ho mai, forse tranne una volta, usato i type beat, che è una cosa che invece ultimamente si usa tanto.
E’ comunque figo scrivere e poi farti fare il beat. Però per me i suoni specifici, come si evolve la strumentale, sono fondamentali per rappare.
In questo caso per esempio, lo facevate a distanza? Lui ti mandava i pezzi?
Sì. Anche se in realtà ci siamo beccati molte volte. Lui è di Roma però sta sempre qui, come tutti quelli che fanno musica e che provano a non trasferirsi a Milano… ci passano tre settimane ogni mese… quindi ci siamo visti spesso.
A volte preferisco la distanza. Per il tipo di scrittura che ho funziona meglio se sto da solo.
Ci si vede magari per iniziare delle idee a livello strumentale, magari io posso dare degli input, però è raro che in questo processo io inizi a scrivere. Di base facciamo un beat, poi io me ne torno a casa.
E a quel punto devi star da solo?
Sì poi è successo ovviamente che scrivessi anche in studio, però è molto più efficace stare da solo.
Ci si vede una volta che il pezzo c’è. Base, liriche, ritornello. Ci becchiamo per raffinare, registrare e impacchettare il tutto al meglio.
Poi c’è anche il pezzo che hai fatto con Tredici, Ho letto che è venuto un po’ per caso…
Sì, “Solamente di Te”, uno degli ultimi pezzi che abbiamo fatto.
Mi mancava una traccia. Fudasca mi ha passato quel beat, ho iniziato a scrivere e avevo chiuso il pezzo. Gliel’ho mandato quest’estate, lui era in tour con Pietro, con cui ha lavorato all’ultimo disco, tra l’altro uno più belli di quest’anno secondo me.
Pietro è uno dei pochi nella scena che trovo molto affine a me, e avevo in mente di farlo saltare su uno o due pezzi, ma avevo altre cose in mente… Fudasca mi dice, “oh vedi che stavo ascoltando il pezzo, Pietro l’ha sentito per caso, vorrebbe fare una strofa qua, è gasato”, e ho detto vabbè, allora perfetto!

Ti capita spesso che “il caso” abbia una componente?
Sì, al 100%.
Se ci pensi già il fatto di scrivere quando c’è la base… succede che magari racconti una cosa senza neanche averlo premeditato.
Iniziare a scrivere e non sapere bene dove si va a finire, quello è la parte che ancora mi emoziona tantissimo.
Per me il caso è fondamentale. Io ti parlo da fotografo, mi piace molto improvvisare…
Nell’arte in generale…
Anche nella grafica vado molto a sentimento.
Un altro pezzo che mi ha colpito tantissimo è “A Ciel Sereno”. Il modo in cui la base e il testo dialogano è assolutamente sorprendente, anzi direi geniale… non ti aspetti quello che ad un certo punto succede…
Guarda, credo sia uno dei momenti in cui questa cosa del caso sia stata più eclatante.
Avevo ascoltato il disco di faccianuvola (la voce campionata della traccia), che mi era piaciuto molto, un cantautore molto particolare. Avevo sentito questo pezzo e l’avevo mandato a Fudasca dicendo, “prova a prendere questa frase, questo momento”, che poi è il ritornello, “proviamo a costruirci un beat, secondo me può essere figo”.
L’idea mi intrigava. Lui poi ha fatto il beat, me l’ha mandato, mi piaceva.
Quando mi sono messo a scriverlo non avevo premeditato di raccontare questa storia, è successo. Dalle prime parole poi mi è sembrato chiaro, subito. Si è scritto praticamente da sé, e il caso vuole che appunto il ritornello abbia tre significati diversi nei tre punti del pezzo, della storia.
E quando l’ho riascoltato e ci ho pensato, “se questa non è la magia della musica, non so…”.
Complimenti, veramente forte. E’ proprio bello il modo in cui il brano ti sorprende, è uplifting seppur drammatico, e quando esce fuori il senso del testo è proprio lacerante. La storia di cui parli è accaduta veramente immagino…
Sì.

In questo disco hai tagliato tanti pezzi?
Sì, diciamo che ho fatto tanti brani. Ne ho sicuramente un’altra decina di finiti.
Di solito quello che faccio è quello che metto, però questo disco ha avuto una gestazione diversa. Più o meno faccio quasi un album all’anno, ma non perché lo voglia, semplicemente succede.
Invece qui ne sono passati due dall’ultimo.
Evidentemente avevo un po’ voglia di ritrovare qualcosa che mi piacesse, Tra un progetto e l’altro spesso non hai tempo di rielaborare le cose che ti succedono.
Quando scarti un pezzo, lo metti nel cassetto o lo butti?
In genere sono molto selettivo già quando scrivo, quindi se ho messo giù una cosa non è che mi faccia schifo dopo tre mesi… di solito qualcosa ripesco.
In questo caso certi brani scartati sono molto validi e li farò uscire. Ovviamente c’è bisogno poi di chiudere il tutto in un progetto che sia anche lo specchio di quello che si ritrova in quel momento.
C’erano dei pezzi che magari erano sacrificabili e all’interno della tracklist non ce li vedevo benissimo, ho preferito semplicemente metterli via.
Nel periodo trascorso dall’ultimo disco ho comunque fatto uscire dei singoli.
E un EP.
Sì. Tra l’altro quell’EP è proprio l’essenza di questo tipo di scrittura, del tipo “ascolto una base e vedo dove mi porta”.
Con “Introspezione” ho proprio fatto questo lavoro. Avevo dei sample di Pierfrancesco Pasini, il mio tastierista, nonché amico e collaboratore. Lui lavora anche con produttori esteri. Lui è un pianista molto bravo, e ha questi sample pack che avevo sentito… gli ho detto, “no bro, non mi dire niente, mandameli” perché ho quest’idea di fare dei pezzi piano e voce dove mi lascio andare.
Ovviamente un disco tutto in quella maniera sarebbe stato pesante anche per me, però mi piace ed è stato accolto bene, sapevo che con il disco successivo volevamo seguire quella direzione.
Mi piace moltissimo la frase “Per ogni cosa che non fai, dai la colpa a qualcuno. Per ogni colpa che non hai, puoi gridare lo giuro”.
Questo è “Sognare in grande”.
Sì, lì parli molto delle tue origini, e del prendere e andare via. L’ho sentito molto risonante a livello personale. Perché tornando al discorso di prima, è un grande privilegio riuscire a nascere in un posto dimenticato da Dio.
Sì, quando ci sei dentro lo capisci.
