Fotografie di Julieta Brigo

La Corea del Nord è stata un viaggio in uno specchio controllato. Ogni mio passo era guidato, ogni mio sguardo osservato. Ciò che non potevo fotografare pesava più di ciò che potevo fotografare. L’assenza è diventata protagonista: strade vuote, statue monumentali, gesti studiati, momenti congelati nella disciplina. Mi sentivo dentro un palcoscenico dove realtà e rappresentazione erano indistinguibili, dove il confine tra verità e recitazione era sfumato. La macchina fotografica, il mio unico strumento, è diventata anche il mio limite. Ho fotografato ciò che era permesso, pensando costantemente a tutto ciò che rimaneva fuori dall’inquadratura: i gesti proibiti, le risate spontanee mai mostrate, i dettagli umani cancellati. La censura è diventata parte dell’immagine, un silenzio inevitabile che aleggiava su ogni scatto. Viaggiare lì non significava conoscere un Paese, ma sfiorare un confine invisibile, una soglia che mi ricordava che la fotografia non mostra mai tutto, che interi mondi rimangono fuori dall’inquadratura, potenti nella loro assenza.