Luna Park

Fotografie di Toni Thorimbert

 

Mia madre era un po’ tirata coi soldi, per usare un eufemismo, così, quando in paese arrivavano le giostre, non avevo mai le mille lire da spendere per il calcio in culo o l’autoscontro. Senza soldi, l’unica cosa che potevo fare era guardare e, in questo, trovare una mia ragione, una sublimazione. Erano i primi anni settanta, facevo le medie, Battisti impazzava. Ai bordi del “tagadà” guardavo sbocciare nuovi amori, il Luna Park era il palcoscenico di una sensualità che faceva girar la testa. I tipi delle giostre erano fighi e pericolosi. Un po’ zingari, avevano il gettone che non scendeva mai. Non ero ancora fotografo allora, ma il mio modo di esserlo è nato, credo, in quei momenti di forzata osservazione della vita degli altri. Guardavo incantato i corpi parlare, scoprivo che difficilmente mentono. Anni dopo ho fotografato un Luna Park che si era accampato in certi terreni vaghi che ancora c’erano in via Tabacchi, sotto alla mia prima casa di giovane fotografo milanese. Le tipe col cappottino, i ragazzi col Caballero c’erano ancora, ma quella vitalità era al tramonto. La città già scalpitava verso un annunciato destino di metropoli, verso la modernità. Il Luna Park, gentrificato in pianta stabile fuori città, svuotato dalla sua seducente funzione iniziatica sarebbe presto diventato un’innocua attrazione domenicale per famiglie.