Rubrica: Rust
A cura di Roberto Graziano Moro
Fotografie di Roberto Graziano Moro
Testo di Chiara Franchi
Graphic Design Giacomo Dal Ben
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30 OPPORTUNITY
“Se il mio domani diventasse il mio adesso
È per questo che non mi fermo”.
Quarto Reparto, Blackbaby, Lbrown, Stelo – NEGRO
Quasi ce lo si aspetta, che un album composto, registrato e prodotto in un carcere sia un album rap. Il rap viene dalla strada, proprio come moltissimi dei giovani detenuti che hanno scambiato i piccoli reati per una via d’uscita dalla marginalità.
Ventenni o poco più, spesso di origini straniere, che hanno cercato gli strumenti per prendere il controllo delle proprie vite tra i marciapiedi, i sottopassi e i palazzi anonimi delle periferie. Ci si può sentire gangster anche lì, anche solo travestendo una vita di espedienti da qualcos’altro, in attesa del giorno in cui finalmente si svolta.
Poi la svolta arriva sul serio – ed è l’arresto.





“Il carcere è un luogo dove spesso non esiste nulla di bello”, si legge nella presentazione del Bollate Project.
Non c’è poesia nell’esperienza carceraria. Romanticizzare la vita da gangster è facile, idealizzare le sbarre, la noia, la solitudine che consuma pur nella totale assenza di privacy lo è molto meno. “So che oggigiorno la galera fa figo ma dentro quella cella si soffre, lontano da chi ami e da chi morirebbe per te”, racconta Yan, in arte Blackbaby. È nato in una favela di Rio de Janeiro e oggi sta scontando una condanna a dieci anni. Gli fa eco Cheikh, che quando rappa si fa chiamare Gringo: “Il carcere ti svuota, ti scava dentro. L’aria pesa più dei pensieri”.
Ma nonostante tutto, dentro le carceri resiste l’umanità. Ed è proprio il rap, un genere nato in contesti a cui la poesia e la bellezza sembravano negati, a offrire il linguaggio adatto a comunicarla, portando alla luce le storie e i desideri rinchiusi dentro le mura dei penitenziari. La ruvidità della vita nella street – come la chiama chi l’ha vissuta – e la fatica di poter guardare solo dentro di sé scorrono in barre a volte caustiche, a volte ironiche, a volte piene di rimpianto o di speranza. È un genere che parla una lingua schietta, specchio nitidissimo di ciò che racconta.





Nel carcere di Bollate il rap era già presente, tra gli ascolti e gli interessi dei suoi ospiti. Dal 2022 è diventato anche una forma espressiva concreta grazie a Bollate Project, un’iniziativa finanziata da Me Next Agency e sostenuta dalla Cooperativa Sociale Articolo 3.
Diretti dal producer Stefano “Stelo” Aschieri, i detenuti del Reparto giovani adulti hanno scritto, registrato e prodotto prima un EP dal titolo Mezz’ora d’aria, uscito nel 2024, poi un album che hanno intitolato 30OP e che è stato pubblicato il 24 settembre scorso su Attitude Recordz.
“I brani raccontano il peso delle decisioni, la solitudine e le difficoltà che possono accompagnare una persona anche dopo la fine della pena”, ha spiegato Aschieri, “ma soprattutto parlano della possibilità di acquisire consapevolezza, sviluppare nuovi strumenti e immaginare una direzione diversa”.




“30OP” fa riferimento all’articolo 30 dell’Ordinamento Penitenziario, quello che disciplina i permessi premio per uscire dal carcere. Come hanno spiegato le persone coinvolte, però, quell’“OP” sta anche per “opportunità”: “La mia libertà/ non mi cambierà/ l’opportunità/ trenta opportunity”, cantano Blackbaby, Ijazzy, Gringo, Lbrown e Lemillion in Posse 30OP, di cui è stato girato anche un videoclip. Un’opportunità che questi detenuti (alcuni dei quali ormai tornati liberi) sembrano intravedere anche grazie a un percorso che ha dato loro modo di raccontarsi in modo diretto e mai autoassolutorio, e che da progetto si sta trasformando in movimento artistico.




Bollate Project è culminato in un’esibizione live tenutasi nell’area esterna del penitenziario. Nelle parole degli organizzatori, “il Bollate Live Show ha unito musica live, fotografia, racconto visivo e testimonianza, dando voce al percorso artistico e umano alla base di 30OP”. I rapper Ensi, Nitro, Nerone e Mic Tyson hanno sostenuto l’iniziativa prendendo parte allo spettacolo.
Ma Bollate Project non finisce con un album e con una serata di musica e arte. Quarto Reparto, il nome collettivo che si sono dati i partecipanti al progetto riferendosi allo spazio che ospita lo studio di registrazione, è diventata una crew interna al carcere. “La musica qui non è un hobby”, spiega Gringo, “è l’unico modo che ho di restare vivo”.
In Quarto Reparto si rimane anche dopo la fine della pena. Alcuni dei membri del gruppo continuano a frequentare lo studio anche una volta tornati in libertà, costruendo un ponte che collega Bollate al mondo esterno e aprendo la strada ai compagni che si preparano a riprendere in mano le loro vite. Vite che il rap ha aiutato a mettere a fuoco. “Ho imparato a essere più grato e a sorridere anche quando sembra che non ci sia più nulla”, dice Youssef, in arte IJazzy, guardando in camera con occhi malinconici ma pieni di speranza. “Il mio sogno è semplice: costruire una famiglia e dare un amore sincero. Anche solo un po’ di quello che io non ho avuto”.




Un ringraziamento speciale al dott. Giorgio Leggieri, Direttore della Casa di Reclusione di Milano Bollate, e agli agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria Francesco Mondello, Francesco Notarnicola, Mario Di Giorgio e Roberto Cabras.
Grazie alla Seconda Casa di Reclusione di Milano Bollate, al Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, alla Cooperativa Articolo3, a Stefano “Stelo” Aschieri, Patrick Yassin, Paola Villani, Federica Parodi, Maddalena Pisati, Chiara Maffioletti, Laura Cambri e Laura Giliberto, per il contributo e il supporto al progetto.
Il progetto è stato sostenuto da Fondazione San Zeno, dal Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo e dall’8×1000 della Chiesa Valdese.