RUST – SLAY SQUAD

Rubrica: Rust

A cura di Roberto Graziano Moro
Fotografie di Roberto Graziano Moro
Testo di Chiara Franchi
Graphic Design Giacomo Dal Ben

 

GHETTO METAL

L’Inghilterra di metà anni Settanta è la rappresentazione plastica di un impero in declino. I giorni in cui l’Union Jack sventolava su un vasto dominio coloniale, la sterlina era la moneta forte e il Regno Unito esercitava un’indiscussa leadership industriale e politica sull’Occidente sono tramontati per sempre. I nuovi giorni sono turbolenti – anzi, violenti. Sono i giorni di una crisi economica senza precedenti, di proteste e scioperi che culminano, negli anni Ottanta, con gli scontri tra polizia e manifestanti a Londra, a Liverpool e nelle sedi minerarie di tutto il paese. È l’età dell’oro della lady di ferro, Margaret Thatcher.
Le strade sono piene di giovani arrabbiati, soprattutto uomini, soprattutto bianchi, figli disoccupati e disillusi di una working class che si sente tradita dai partiti e dalla storia.
Sono questi giovani che, dopo la fiammata del punk e nel pieno dell’ondata new wave, ridefiniscono quello che fino ad allora era comunemente detto heavy rock, inventando ciò che oggi chiamiamo heavy metal: un genere musicale in cui conta soprattutto fare rumore, tanto rumore; in cui la realtà viene fatta a pezzi a colpi di riff e urla, e, se proprio non viene giù, la si rimpiazza con storie di libertà, di vite che non sono la propria, di eroismi fantastici e avventure sopra le righe.

Gli Stati Uniti degli anni Duemilaventi sono la rappresentazione plastica di un impero in declino. I giorni in cui la Stars and Stripes sventolava su un dominio globale costruito con un mix di armi e soft power, in cui il mercato USA sembrava incrollabile e la leadership della Casa Bianca inscalfibile sono tramontati, forse per sempre. I nuovi giorni, drammatici e violenti, sono iniziati con la pandemia e l’assassinio di George Floyd. Sono giorni di incertezza profonda, in cui un sistema apparentemente indistruttibile mostra quanto e quanto in profondità si fosse guastato dall’interno. Sono i giorni di Trump presidente, dell’assalto al Campidoglio, dello sbriciolamento di un fronte democratico fragilissimo e pieno di contraddizioni.
Le strade sono piene di giovani arrabbiati: uomini, donne, persone non binarie; moltissimi appartengono a minoranze etniche, moltissimi sono neri. Sono i figli mai veramente riconosciuti di un’immigrazione vitale eppure ripudiata, di un colonialismo mai risolto, di una società sempre più iniqua e disgregata.
A Los Angeles, nella città in cui le crepe sulla vernice dell’illusione sono più larghe — con Hollywood che sovrasta le tendopoli di Skid Row e i monolocali in affitto a 2500$ al mese — lo spirito della New Wave of British Heavy Metal si è in qualche modo reincarnato. A resuscitarlo è un’altra marginalità, insieme incazzata e vitale: quella del ghetto, dove uno dei generi più bianchi di sempre viene digerito e rigurgitato in una forma nuova.

Gli Slay Squad sono una voce interessantissima di questo movimento capace non solo di rivendicare in modo originale le radici nere del rock e di tutti i suoi derivati, ma anche di esprimersi attraverso i codici dei tardo-millenials e della gen-Z venuta su a hip hop e deathcore. Gli Slay Squad si sono riappropriati dello spirito radicale dell’heavy metal, lo hanno filtrato attraverso la lezione di altri ragazzi disincantati delle periferie post-industriali (su tutti, forse, i primissimi Slipknot) e lo hanno tradotto nella nuova lingua della rabbia generazionale che viene dal basso – la trap di T.I. e Gucci Mane.
Ma soprattutto, gli Slay Squad hanno incanalato nella loro musica le vibrazioni, la grammatica, l’estetica e le prospettive di tutto un universo culturale e sociale. Si sono autodefiniti ‘ghetto metal’ e obiettivamente non potrebbe esserci descrizione migliore: la loro musica non è solo una combinazione intelligente di generi (sulla scia dei $uicideboy$ o di Ghostemane), ma la trasposizione di un modo di essere e di interpretare la realtà. Intervistato dai Suicide Silence per il loro canale YouTube, il cantante Keilo Kei ne fa una questione di autenticità: “This trap metal shit seems to kind of go in alignment with the inauthenthic approaches or attempts at doing what we doing.[…] I feel like with what we doing, with ghetto metal, it’s a real, actual approach at meshing these sounds. And it’s not really even us trying to mesh the sounds, it’s just us creating naturally from a perspective of doing what we want to do”.

Anni Settanta, anni Duemilaventi. Liverpool, Los Angeles. Toxteth, San Bernardino. Niente è cambiato, tutto è cambiato. Il racconto dal basso attraverso la musica continua ad offrire una prospettiva realistica e senza filtri delle storture e dei desideri di un’epoca. Continua a farlo nel modo più rumoroso, dissacrante ed esplicito possibile. Continua ad essere un racconto metal.