RUST – VENEZIA HARDCORE. TO THE CORE

Rubrica: Rust

A cura di Roberto Graziano Moro
Fotografie di Roberto Graziano Moro
Testo di Chiara Franchi
Graphic Design Giacomo Dal Ben

 

VENEZIA HARDCORE.
TO THE CORE.

 

-core.
È diventato un trend nel parlare di trend, usare il suffisso -core: normcore, barbiecore, goblincore, gorpcore. Quattro lettere che appiccicate a una parola qualsiasi indicano un’estetica o un gusto, spesso generalizzando con leggerezza o una punta di sarcasmo. Invece, -core avrebbe un significato profondo. Molto più profondo di quanto lascino intravedere i meme e i must-have di una stagione.

-Core deriva dal francese cœr, cioè “cuore”: indica quindi per estensione l’essenza di qualcosa, ciò che la rende quello che è. La sua natura intima. Quel nonsoché di immediatamente riconoscibile quando lo si vede, eppure difficile da catturare a parole.

Come molte altre tendenze, anche il –core è entrato nel patrimonio comune dall’underground. In particolare dall’hardcore punk, un genere musicale aggressivo e sopra le righe, espressione di una cultura che si proponeva come tutto il contrario del consumismo e delle mode. Un genere che rivendicando già nel nome un ‘nòcciolo duro’ voleva dichiararsi oltranzista, vocato all’estremo e nemico di tutto ciò che la società occidentale degli anni Ottanta giudicava opportuno e desiderabile.

L’hardcore punk è nato come risposta senza filtri alle ingiustizie, alle ipocrisie e alle disuguaglianze di un modello sociale in cui il sociale è assente, in cui si è sempre più soli e i legami si costruiscono attraverso il consumo collettivo di beni e servizi. L’hardcore punk ha opposto a tutto questo una comunità in cui l’inclusione è l’offerta fondamentale, gratuita e illimitata. E non ha mai avuto paura di dirlo, anzi, di urlarlo. Questo è il suo –core, la sua essenza, che oggi sopravvive in luoghi spesso inaspettati.

Per esempio, vive in una zona industriale ai margini di una delle città più turistiche del mondo – Venezia. Qui, al Centro Sociale Rivolta di Marghera, a pochi passi da un imponente sito di Fincantieri, si consuma da più di dieci anni uno dei riti collettivi più schietti e liberatori dell’underground italiano, che vede duemila persone arrivare da mezzo mondo per lanciarsi dai palchi senza transenne, pogare, sudare e stringere o ritrovare amicizie. È il Venezia Hardcore Fest, nato nel 2013 come festa tra amici e cresciuto fino a diventare un fenomeno internazionale. Una festa in sala prove che non ha mai smesso di sognare, come amano definirla i suoi fondatori, che l’hanno pensata intorno a un calcetto balilla e che oggi la portano avanti con una squadra di cinquanta volontari.

Arrivato alla sua decima edizione, Venezia Hardcore non è più solo un festival punk hardcore. È un evento underground a tutto tondo, che propone diversi generi musicali e ospita un prestigioso contest di skateboard indoor. Ma in realtà Venezia Hardcore non lo è mai stato, un semplice festival punk hardcore: chi ci viene e soprattutto chi ci torna (perché una volta che ci sei stato, al Venezia Hardcore ci ritorni) lo fa perché è come essere a casa, con una grossa famiglia rumorosa riunita per celebrare l’affetto che la lega. Una famiglia che quest’anno è unita anche nel dolore della perdita di Giacomo “Jack” Gobbato, attivista di Rivolta e amatissimo membro della crew del festival, morto a 26 anni nel tentativo di difendere una persona in difficoltà.

Accoglienza, generosità, inclusione, unità: questo è il –core dello spirito hardcore.

Questo è il –core di Venezia Hardcore.
È questo il suo cuore.