Fotografie di Marina Dego
È stato un viaggio diverso da quello che avevo immaginato. Mi ha portato in un luogo profondo, più mi addentravo nella foresta. Quando ci avviciniamo molto a qualcosa, dobbiamo essere pronti ad affrontare sia le sue ombre che le sue luci. Mi sono trovata faccia a faccia con le mie più grandi paure: la paura dell’abbandono, la perdita di controllo, la consapevolezza che siamo infinitamente piccoli e piuttosto inutili nell’ordine dell’universo.
La fotografia, che all’epoca mi risultava difficile, disarticolata, era la mia bussola.
Mal da Amazônia. Mi teneva sveglio la notte, sulle acque del Rio Negro, con i suoni della foresta che mi trasportavano in un mondo dove la realtà sembrava svanire. Mi faceva sudare durante il giorno, quando tutto sembrava la cosa più viva e autentica che avessi mai visto.
Ho vomitato l’Amazzonia, insieme alle paure, ai dubbi e ai pregiudizi. Si è creato uno spazio in cui i sensi potevano sperimentare il paesaggio e i suoi abitanti in un modo che, anche se ancora non lo capisco del tutto, sembrava magico. Sotto gli alberi giganteschi della foresta, ho provato la sensazione inquietante e incredibile di essere vivo e parte di qualcosa di molto più grande di me. Il cosmo amazzonico è vasto e complesso, custode di una saggezza che stiamo dimenticando. Oggi mi chiedo se sia stato tutto un sogno. Mi guardo intorno e mi chiedo cosa sia reale.


















