Fotografie di Rafa Jacinto
Testo e intervista di Sebastiano Leddi
Rubrica: A CURA DI
Perimetro presenta “A CURA DI“, la rubrica che incontra e conosce i curatori : i loro progetti, le loro visioni, i work in progress. Uno sguardo a 360 gradi sul contemporaneo, una bussola per orientarci tra immagini e immaginazione, presente e futuro delle arti visive.
L’ottavo incontro è dedicato a PAOLO COPPOLELLA, Fondatore di CAVIE Project e Direttore di CAVIE Magazine.
Cavie Magazine è disponibile per il pre-order a questo link


Sono arrivato in ritardo perché stavo facendo un appuntamento con la prossima ospite della rubrica, che terremo ancora segreta per un po’. Le ho detto che dovevo scappare perché stavo per intervistare “Paolo di Cavie”, e lei mi ha chiesto: “ma cos’è Cavie?”. Le ho spiegato, e mi ha risposto : “non ci posso credere, ho dei sottobicchieri a forma di culo!”. Li aveva trovati per caso e da pochi giorni li teneva in casa. Mi ha fatto ridere che ti avesse collegato a quella cosa. Comunque, partiamo da qui. Questa rubrica esplora persone che curano progetti creativi, e oggi mi interessava parlare con te di Cavie, un progetto che nel tempo è diventato una creatura a più teste. Ti va di raccontarci da dove nasce?
Certo. Cavie, o Cavie Project per esteso, è oggi una casa editrice focalizzata sul formato fanzine e sulla fotografia, ma non solo. Il nome arriva dalla prima fanzine che ho realizzato anni fa, con Milo Mussini, con i miei scatti. All’epoca ci chiedevamo: chi è la cavia, chi viene osservato o chi osserva? Per me la cavia era chi guardava le mie foto. Quelle immagini non lasciavano mai indifferenti, potevano suscitare disgusto, attrazione o bellezza, ma qualcosa muovevano sempre. Così la cavia diventava chi osservava.


Quindi Cavie è una specie di laboratorio di osservazione, mettete chi guarda in una posizione scomoda, fuori dalla zona di comfort.
Esatto. Ci interessa stimolare una reazione, qualsiasi essa sia. Ti faccio un esempio: una delle nostre fanzine più vendute è vietata ai minori ed è stata realizzata da un ragazzo che lavora in un tanatorio. Fotografa i corpi che trucca e ricompone dopo le autopsie. Per alcuni è inguardabile, per altri è poesia. Ci interessano entrambe le reazioni, senza pretendere di piacere a tutti.


Facciamo un passo indietro. Chi è Paolo Coppolella, e come arrivi alla fotografia?
Ho avuto percorsi diversi. Da ragazzo lavoravo in cantiere, poi ho studiato per diventare educatore e ho lavorato a lungo in psichiatria. In seguito, quasi per caso, sono diventato fashion designer, ho presentato collezioni in tutto il mondo e lavorato con molti brand, poi come consulente e docente. In parallelo ho sempre avuto una passione per la fotografia, alimentata dal mio lavoro nella moda. Mi hanno formato autori come Larry Clark, Dash Snow, Nan Goldin, Araki, Teller, Ren Hang. Quella visione cruda, vera, mi ha sempre affascinato.


Noi ci conosciamo da tempo, dai tuoi primi lavori di nudo. Ricordo che ricevevi messaggi da ragazze che volevano essere ritratte nelle loro case. Tu andavi, scattavi in pellicola, point & shoot. Era quasi un rituale. Che periodo era quello?
Era un periodo bulimico, scattavo tantissimo. Le persone mi contattavano, io andavo e scattavo, quasi sempre gratuitamente. Con il tempo, e poi con la pandemia, quel mondo è cambiato: molte di quelle ragazze hanno cominciato a crearsi un pubblico, a monetizzare su piattaforme come OnlyFans. Non lo giudico, ma ha segnato un passaggio, il fotografo non serviva più, perché i contenuti li potevano produrre da sole. È stato anche liberatorio, in un certo senso. Io stesso ho smesso di scattare in modo compulsivo e ho cominciato a curare progetti con più consapevolezza.

E da lì nasce la tua trasformazione in editore.
Sì. Molti fotografi mi chiedevano consigli, finché ho iniziato a produrre io i loro progetti. Così è nata Cavie Project, una piattaforma che pubblica fanzine indipendenti di autori da tutto il mondo. In due anni ho prodotto più di venticinque fanzine, e da lì è nato il desiderio di fare un passo in più: Cavie Magazine.



Prima di parlarne, ti chiedo una cosa più concettuale: che rapporto hai con la censura, e perché oggi scegli la carta stampata?
La censura l’ho subita spesso. Mi hanno chiuso diversi profili Instagram, e anche Facebook cancellava le foto artistiche con nudo. Non mi pongo limiti personali, ma rispetto la sensibilità altrui: se un progetto è esplicito, lo dichiaro vietato ai minori.
Per quanto riguarda la carta, per me la fotografia deve stare su carta. Sono cresciuto negli anni delle fanzine, prima di Internet. I social servono per mostrarsi, ma le immagini più importanti, quelle che contano davvero, per me vanno stampate.



Parliamo allora di Cavie Magazine.
È un progetto a cui lavoriamo da un anno. Sarà un magazine annuale, solo cartaceo, di circa 350 pagine in formato A4, rilegato in brossura con copertina semi rigida. Il titolo è semplicemente Cavie Magazine – Issue 1. All’interno ci sono 23 artisti internazionali, ognuno con un linguaggio diverso.
C’è Marion Saurel, ad esempio, fotografa francese che scatta al buio con gli infrarossi, ottenendo corpi che sembrano sculture di marmo; Maurizio Montagna, che usa il banco ottico fino al limite dell’errore per trasformare gli oggetti; Maï Lucas, con la scena rap parigina anni ’80–’90; Cheryl Dunn, con la New York dei primi Duemila; il collettivo Red Rubber Road, che lavora sul corpo senza ricorrere all’AI (che da noi è bandita).
C’è perfino un editoriale di Paola Barale, fotografata da Jacopo, un autore che lavora ironicamente sul tema del piede femminile. È un progetto che mescola ironia, libertà e profondità.

Dove si potrà trovare?
È già in pre-order su Kickstarter, accessibile dal sito o dal profilo Instagram di Cavie Project. È una tiratura limitata. È un oggetto d’artigianato, pensato per chi ama la fotografia e l’editoria indipendente.
Bello. Ultima domanda, come scopri tutti questi autori?
Con dedizione, ricerca e passione. Il sottotitolo ideale del magazine sarebbe “Celebrate Photography”. È questo che vogliamo fare: celebrare la fotografia in tutte le sue forme. E paradossalmente, anche i tanto criticati social, se usati bene, possono aiutare a farlo.
Paolo, grazie per questa conversazione. Non vedo l’ora di vedere il magazine stampato.
Grazie a te, Seba. A presto.





















