DUE SPAGHI – BIG FISH

 

Rubrica: Due Spaghi

A cura di Alessandro Treves
Fotografie e testo di Alessandro Treves

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Ho incontrato Fish per la prima volta a Chiaravalle, vicino a Milano, quando era il manager di Giorgia e io la stavo fotografando per un nuovo progetto.

Era arrivato con quel suo modo silenzioso, da osservatore che studia l’ambiente e poi capisce dove posizionarsi per non disturbare e, allo stesso tempo, poter vedere tutto.

Arrivo da lui il giorno del nostro appuntamento con il ritardo endemico di un neonato prematuro che, per tutta la vita, sfrutta quell’anticipo primordiale come contrappeso al suo continuo far aspettare gli altri.

Scende ad aprirmi lo studio, dove sta lavorando a un nuovo progetto discografico, anticipato dal singolo “Lato B”. Lo spazio si trova nel seminterrato del palazzo dove vive a Milano, ci parcheggio la mia bicicletta da corsa. Lo seguo, osservando la sua lunga schiena salire gli scalini fino a casa.

Indossa una giacca da lavoro arancione fluo e ci sembra di conoscerci da un po’. Quando hai cose in comune fatte con persone che stimi, è molto facile accendere un rispetto reciproco fatto di curiosità e voglia di raccontarsi.

Entrando, mi presenta sua moglie e un po’ mi sento piccolo: quando incontro coppie con più anni di me, torno subito a essere un po’ figlio.

Mi siedo per terra e mi raccontano del primogenito che vive all’estero e della loro vita di coppia. Noto i gatti, e uno in particolare, Romeo mi sceglie come sua seggiola personale.

Essendo un “canaro”, non so bene come interagire con questi esseri superiori, così lo lascio fare, cercando di non fare movimenti bruschi mentre inizio a cercare qualche inquadratura.

Scopro che sto per mangiare la prima bistecca mai cucinata dal produttore più americano del nostro paese e apprezzo la cura con cui le ha scelte.

Mangio pochissima carne e mi dimentico sempre di farlo presente. Ovviamente non farò una piega, e penso che anche il mio ferro ne gioverà.

Rido perché, mentre siamo in cucina, cerca un tagliere blu che sua moglie sostiene di aver fatto sparire circa sei anni fa.

Fish, in questo, è il classico uomo che vive in quello che fa, e tutto il resto è un contorno in cui interagisce come può. Ha una sua dolcezza nei modi che lo salva ampiamente.

Durante il pranzo parliamo di musica, e mi dice, un po’ disilluso, che oggi in pochi fanno musica per il gusto di farla.

Essendo un fotografo che ha lavorato e lavora parecchio con quel mondo, non posso che essere d’accordo: quando noi fotografi abbiamo smesso di essere reporter e abbiamo iniziato a costruire cose attorno all’artista per evitare di vedere un immenso vuoto, è iniziata l’era dell’immagine più che dell’essere.

Sarebbe andata così comunque, ma credo profondamente in una nostra responsabilità.

(Proviamo a smettere, che dite?)

Mangiamo la bistecca, ottima! con l’insalata, mentre mi racconta del superpotere dato dalla provincia: quell’obbligo di muoversi per fare qualsiasi cosa, quel non avere nulla vicino, e il migliore amico di un ragazzino, quando ancora non ha il motorino, è l’autobus.

Ricordiamo anche quell’episodio triste di un Sanremo con i Sottotono, sbeffeggiati da Staffelli di Striscia.

Se oggi i social fanno danni, l’egemonia della televisione ne ha fatti in passato: c’era solo meno dispersione.

È patito di vestiti, sneakers e cappellini.

Ho visto dei suoi video nel suo magazzino/deposito e, come il peggiore dei giornalisti, mi dimentico di chiedergli di vederlo, nonostante fosse una delle poche cose che mi ero appuntato.

Me ne accorgo appena rientrato a casa. Succede.

Usciamo per un dolcetto e un caffè, ma prima passiamo ancora dallo studio di registrazione: un rosso acceso alle pareti, una consolle che sembra di una navicella spaziale e lui che tocca tasti con la disinvoltura spontanea di chi ne ha toccati di tutti i tipi, con l’aria di chi si è conquistato tutti quei pulsanti uno per uno.

La fortuna di quelli che hanno già fatto è che il loro posto ce l’hanno, e da lì non li togli: possono uscire un poco di scena, ma la scena non si allontana affatto da loro.

Dal vendere formaggi nell’azienda di famiglia al vincere il Festivalbar, dalla provincia piemontese alla direzione dell’orchestra di Sanremo: mi rendo conto di quanto abbia lavorato quest’uomo e di quanto sia fuori dal tempo contemporaneo. E, a tratti, di quanto mi ritrovi in lui.

Gli piacciono i dolci, e mentre siamo seduti al tavolino mi racconta dei suoi nuovi progetti. Gli viene lo sguardo da ragazzino e senti che è nel suo: senza fare, quest’uomo non sa stare.

Ci salutiamo con un abbraccio, io in punta di piedi e lui un po’ piegato verso di me.

Mi augura buon ritorno e si rientra nel portone. Io pedalo e penso che le persone silenziose mi piacciono, perché alla fine hanno solo voglia di essere ascoltate come tutti noi, ma hanno un grande rispetto per la parola altrui.

È piemontese come me, e abbiamo in comune questa paura di disturbare.

Anche se, quando ci sentiamo voluti bene, è difficile che molliamo.

Grazie, Fish, per la bistecca!