Buongiorno Direttore!
Una rubrica a cura di Mario Zanaria
Intervista di Sebastiano Leddi
Fotografie di Mario Zanaria
Con Andrea Tenerani, Editor in Chief di ICON
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Entrare in redazione è sempre un piccolo rito. Ogni spazio racconta il modo in cui una testata vive, pensa, si muove. Quella di ICON non fa eccezione: un luogo dove la moda incontra la cultura visiva, dove il racconto maschile si rinnova attraverso linguaggi diversi, senza perdere il senso del mestiere.

Non la facevo così grande la redazione!
No, in realtà siamo pochi. Qui dentro si lavora bene, siamo qui da un anno e mezzo. Prima eravamo in Mondadori: palazzo bellissimo, ma uffici alienanti. Qui c’è un’altra energia.
È tanto che non ti vedevo, ho un’immagine vivida nella memoria, tu che cammini in Ludovico Il Moro con il tuo bellissimo cane.
Carlo. Un bracco ungherese. È morto ad aprile, aveva 15 anni. È stato un colpo, ma ha fatto il suo corso.


Mi ricordo che ci siamo conosciuti ai tempi di Management Artists. Tu venivi dal mondo dello styling, giusto?
Sì. Ho iniziato in un’agenzia di pubblicità e PR, poi sono entrato nel mondo della moda grazie a Teresa Ginori e Bona Bonarelli. Lì ho imparato tutto: come funzionano le campagne, i fotografi, le produzioni. Sono diventato responsabile immagine in un’agenzia di relazioni pubbliche e il mio primo vero lavoro fu scattare una campagna pubblicitaria con Steven Meisel a New York. Sei anni dietro le quinte che mi hanno permesso di imparare, crescere e costruire la mia professionalità.
Da lì ho capito che volevo fare styling. Ho lasciato l’agenzia e ho iniziato una nuova gavetta come assistente. Poi sono arrivato su Max, che all’epoca era un po’ l’Interview italiano, dove ho cominciato a lavorare con gli attori, non solo con i modelli. Le celebrità in copertina erano una novità. Ho scattato Leonardo DiCaprio da ragazzino, tra gli altri.
Dopo Max sono passato a Mondo Uomo, e da lì ho iniziato a viaggiare spesso a Los Angeles per seguire attori e campagne.

E poi arriva GQ.
Sì, a fine anni ’90. Mi chiamano come Fashion Director. Poi divento Creative Director. Sono stato 15 anni lì. Ho creato GQ Style, che non esisteva in Italia. All’epoca tutti i giornali erano pieni di nudo , era l’era dei calendari e della tv commerciale e le grandi maison non volevano essere associate a quella estetica. Così mi sono inventato GQ Style: un contenitore pulito, solo moda, pensato per i brand di lusso. È andato benissimo.
Poi, nel 2011, Condé Nast mi licenzia da un giorno all’altro. Non mi hanno mai spiegato perché. Il pomeriggio stesso mi chiama Emanuele Farneti: aveva saputo la notizia e mi propone un nuovo progetto. Mi dice: “Ho un giornale da farti fare”. All’inizio si doveva chiamare Black, una cosa orribile (ride). Mi sono messo a studiare nomi e insieme abbiamo proposto ICON. È nato così.
ICON all’inizio era tutto in bianco e nero. Con Farneti abbiamo fatto un percorso bellissimo, volevamo un giornale più utile al mercato, dove si vedono i vestiti, dove il prodotto è protagonista, ma con uno sguardo editoriale. Non il magazine “di tendenza”, ma un giornale che si legge. È andato fortissimo da subito.

Poi però sei tornato in Condé Nast.
Sì, Farneti mi ha voluto di nuovo per rifare GQ e L’Uomo Vogue. C’era una causa in corso, ma mi hanno richiamato lo stesso. Abbiamo rilanciato entrambi i titoli. Poi la Sozzani è morta, Farneti è andato a dirigere Vogue Italia e io sono tornato in Mondadori. Questa volta, però, da direttore di ICON.
Era il 2018. Ho cambiato tutto, ho voluto Riccardo Ruini come direttore creativo, poi Luca Stoppini. Abbiamo chiamato fotografi come Craig McDean, Mario e Vanina Sorrenti, Bruce Weber. Ho dato più colore, più energia, meno bianco e nero. Mi sono ispirato allo spirito de L’Uomo Vogue ma con un linguaggio nostro.

Quali sono oggi le linee guida di ICON?
Prima di tutto la fotografia. È il cuore del giornale. Deve far vedere gli abiti le trame, le cuciture, i bottoni. È la nostra cultura materiale. Poi c’è la moda accessibile: non quella stravagante da passerella, ma quella che puoi vivere, che puoi riconoscere per strada.
Noi raccontiamo l’uomo contemporaneo, non il modello di perfezione. Per questo ICON resta anche un magazine di lifestyle, parla di arte, cultura, cinema, motori. Non vogliamo essere troppo “fashion”, ma nemmeno solo giornalismo di costume.

Negli ultimi anni si parla molto di come l’uomo stia cambiando, anche a livello di identità. Come lo raccontate oggi?
L’uomo è più libero. Non c’è più quella divisione tra eterosessuale, omosessuale, queer. È tutto più mescolato, più naturale. Non c’è più tabù, e questa è una cosa bellissima.
Anche nello stile. Non serve vestirsi con i grandi marchi, basta avere personalità. L’uomo di oggi è più autentico, meno ingessato. La donna si è emancipata prima, ma adesso anche l’uomo si sta ridefinendo, diventando più fluido, più consapevole.

Come vedi il futuro della carta stampata?
Credo che continuerà a esistere. I social passano, scorrono, si dimenticano. Il giornale resta. È come la musica: finché ci sarà la moda, ci sarà anche il print.
Certo, oggi si lavora su progetti a 360 gradi carta, digitale, eventi, video ma la carta rimane il cuore, l’oggetto da toccare, da conservare.
Stiamo portando avanti ICON Next Generation, un progetto dedicato ai giovani talenti dello sport, del cinema, della cultura ma senza dimenticare le grandi case che tengono vivo il sistema. Il Made in Italy resta il nostro biglietto da visita nel mondo.

Andrea, grazie per questa chiacchierata.
Grazie a te. È stato un bel viaggio.