Cinema Club è un format che racconta il mondo del cinema attraverso una serie di interviste a registi, sceneggiatori, attori, direttori della fotografia, produttori. Cinema Club dà voce al cinema d’autore e approfondisce tematiche e visioni oltre che racconti dietro le quinte. Uno scambio di idee e alla scoperta del cinema da una prospettiva diversa.
Una rubrica di Marco Mucig
Beniamino Barrese è un regista milanese formatosi tra Italia e Inghilterra. Ha studiato filosofia, economia politica e direzione della fotografia.
Il suo primo film come regista, il documentario “The Disappearance of My Mother”, ha debuttato al Sundance Film Festival nel 2019, ha ricevuto una nomination come Miglior Documentario agli European Film Awards e ha vinto un Cinema Eye Honor Award come “Miglior Opera Prima”.
Il film racconta la storia di sua madre, Benedetta Barzini, che fu la prima top model italiana scelta da Vogue e da artisti della fotografia come Irving Penn e Richard Avedon.
Il film esplora temi come l’identità femminile, l’invecchiamento, e il rapporto conflittuale con l’immagine e la bellezza imposta dalla società.
L’ho incontrato su viale Monza a colazione per parlare di cinema, del suo percorso e dei suoi nuovi progetti.

Partirei dal tuo percorso formativo. Mi ha incuriosito molto che tu abbia studiato filosofia, poi economia, poi cinematografia – tre discipline che mi stanno appassionando tantissimo ultimamente. Cosa ti ha portato dalla filosofia al cinema?
Ho sempre amato il cinema, ma allo stesso tempo l’ho sempre considerato come un orizzonte in qualche modo irraggiungibile. Era come se avessi bisogno di crearmi una costellazione di cose intorno a quel sole centrale, attorno a cui gravitavo. Negli anni mi sono reso che questo approccio rispecchia una dinamica che spesso agisco, anche in altri ambiti: tendo sempre a considerare la cosa che voglio raggiungere come qualcosa che è oltre quello che posso effettivamente vivere e fare, quasi un’idea limite, un’utopia che organizza dei movimenti più che non un obiettivo concreto. Così per molti anni ho approcciato il fare un film. Non è una modalità molto efficace, me ne rendo conto… Di fatto, sapevo che c’erano delle scorciatoie per arrivare nel cinema – in Italia molte legate alle conoscenze – ma quella non è mai stata la strada che mi interessava, forse proprio perché avevo una concezione del cinema come una cosa sacra.
E comunque, ho sempre visto il cinema come l’arte più complessa perché tiene insieme il lavoro dei corpi, della recitazione, della scrittura, la musica, l’immagine. Tutto quello che altre arti comportano si unisce nel cinema. Mi sono sempre detto: non voglio scorciatoie, anzi – voglio approfondire tutti questi mondi. E in qualche modo l’ho fatto, piano piano, per questo la strada è stata tanto lunga.
È interessante, soprattutto in questo momento storico. Fare il regista oggi significa conoscere il linguaggio della camera, e l’immagine è molto più facile da costruire rispetto a venti o cinquant’anni fa. Ma quello che sento nel lavoro dei registi che mi piacciono è proprio la loro voce, la cosa che mi coinvolge. Quando parli di arrivare a quel nucleo centrale dopo aver costruito qualcosa intorno, lo trovo molto interessante per il periodo che
viviamo. Non è tanto fare il film, ma che cosa puoi dire.
Esatto. Il fraintendimento secondo me è che la democratizzazione degli strumenti, che sicuramente c’è stata, comporta allo stesso tempo una sorta di dittatura delle immagini, e non significa che tutti hanno una voce. Avere una voce è simile all’essere un cittadino: non basta avere la tessera elettorale, devi crearti una coscienza. Per avere una voce e uno sguardo, tanto più nel momento in cui le immagini sono alla portata di tutti e ne siamo bombardati, serve un lavoro lungo di costruzione di una consapevolezza.
Forse anche per questo avevo l’idea che la regia, l’essere un autore, non potesse essere veramente una cosa insegnabile. Ho sempre evitato di andare dove si cercava di insegnare quella cosa, perché pensavo che il mio punto di vista, la mia voce, doveva essere costruita piuttosto attraverso l’esperienza, la vita vissuta. Alla fine ho scelto di studiare “cinematography”, direzione della fotografia, perché mi sembrava cosi di poter comprendere meglio gli strumenti pratici della costruzione e decostruzione di un’immagine. E prima ho studiato filosofia. Anche la filosofia è un metodo, e in qualche modo è lo strumento principe , perché siamo plasmati dalle idee che circolano, e imparare a capire cosa sono, come funzionano, da dove arrivano, per me è sempre stato fondamentale.
E l’economia perché l’hai studiata?
L’economia è il risultato di una crisi. In realtà mento nella mia biografia quando dico che ho studiato filosofia, economia e poi cinema. In realtà ho fatto filosofia, poi la Scuola Nazionale di Cinema, poi ho lavorato qualche anno, e a 26 anni sono entrato in una mega crisi.
Ho sempre avuto un istinto, forse potrei definirlo politico, l’interesse per la realtà politica, che non sono mai riuscito a conciliare con quello per il cinema. Dal 2012, con la crisi economica in Europa e in Grecia, ho iniziato a provare fastidio perché non avevo una completa comprensione di quello che stava succedendo, e avevo la percezione che i media e il mondo politico marciassero molto su questa diffusa “ignoranza”.
I temi dell’economia, della finanza, dell’Unione Europea mi sembravano in qualche modo mantenuti criptati dietro un linguaggio inutilmente complesso, tecnico, che fa sì che il 90% delle persone si tenga ben lontano da un approfondimento. C’è questo mantra sempre ripetuto dei tecnici che devono occuparsi delle cose, che in realtà mi sembra strumentale al mantenere le persone manipolabili.


Sì, perché l’economia è politica, quindi deve essere uno strumento comprensibile…
Esatto. Soprattutto nel caso della finanza, in realtà è un meccanismo semplicissimo, veramente banale. Io che odio i numeri mi ci sono messo un attimo e ho capito piano piano tutte quelle nomenclature in apparenza ostiche – i derivati, i bonds. Sembravano geroglifici inizialmente, ma in realtà … Sono davvero cose elementari. Ho capito che i gruppi di potere mantengono questo sapere avvolto da questo schermo di incomprensibilità, perché l’ignoranza, questa asimmetria di informazioni, conviene. È un gioco di potere: se sapessimo quello che succede, non potremmo avallarlo.
Ma come dicevo, ero anche in una crisi personale: come tutti quelli che lavorano in questo ambito, ho sempre vissuto sulla mia pelle questo trade–off tra il piacere del lavoro creativo, spesso completamente non pagato, e lavori pagati ma proporzionalmente più aridi e spesso privi di senso anche per chi li commissiona. Arrivare a trovare un equilibrio in questo gioco di forze mi aveva consumato, e di fatto… non ero riuscito a trovarlo, vivevo in disequilibrio costante.

Penso sia una crisi generalizzata nel nostro settore. Hai nominato Londra – anch’io avevo la stessa ambizione. A distanza di dieci anni vedo a Milano succedere le stesse cose che ho visto a Londra. Ci stiamo “londonizzando”, non solo nella gentrificazione ma nei meccanismi che governano la città.
Non è facile per nessuno. Ero in una crisi economica e d’identità perché questa tensione mi portava a risultati insoddisfacenti: non ero in grado né di cavalcare l’onda delle cose commerciali, né di centrarmi su qualcosa di personale.
La cosa surreale di Londra è quando ti rendi conto che la maggior parte delle persone non vivevano lì per fare qualcosa che gli piaceva, ma facevano qualunque cosa pur di vivere a Londra, come se fosse uno status symbol di per sé. C’è questa specie di incantesimo collettivo: se ce la fai sei prigioniero e non riesci più ad andartene.
E cosa ti ha portato a Milano?
A un certo punto c’è stata questa crisi, che era motivata anche da una sofferenza amorosa pazzesca, che mi aveva portato in una specie di immobilismo. Non lavoravo più. Sono arrivato in una totale impasse, e studiare economia è stato un tentativo di uscirne. Poi in realtà ho approfondito la mia crisi, l’ho trasformata in uno slancio positivo, che mi ha portato a mettere a fuoco l’idea di fare il film su mia madre Benedetta, e da lì ho deciso di tornare a Milano.
Come tutte le crisi, all’inizio non capisci cosa sta succedendo.
Io le attraverso nell’incomprensibilità più assoluta, poi magari faccio delle cose che mi sembrano incongruenti e nel tempo le ricompongo e ne comprendo il valore.
Alla National Film School, che corso hai studiato?
Cinematography. Direzione della fotografia, due anni.
Anch’io ho fatto un corso lì, il Director’s Course estivo. Bellissimo, ma quando sono tornato qua non avevo modo di applicarlo, come se mi avessero insegnato strumenti che qui non avevano valore.
Sì, non si traducono. Però ringrazierò per tutta la vita di essere stato selezionato. C’erano otto posti per corso, sono stato catapultato dalla Statale di Milano ad un gruppo internazionale di committed filmmakers. È stato un mega boost di autostima, in un ambiente dove è una continua lotta contro il sentirsi completamente inutile.
Anche di fronte all’emergenza del mondo – penso che chiunque si senta un po’ inutile. Per me l’ultimo anno e mezzo è stato un incubo tra il genocidio in corso a Gaza, l’emergenza climatica. Mi sento impotente, soprattutto come lavoratore della cultura – che mi imbarazza anche dirlo perché è una posizione in qualche modo di eterno wannabe. Posso definirmi io un “lavoratore della cultura”? Basta aver fatto un film per definirmi “regista”?
In altri paesi come il Belgio o la Francia esistono leggi che ti riconoscono. In Belgio c’è lo “statuto d’artista” che non solo ti dà soldi mensili quando non lavori, ma ti mette anche l’anima in pace sul fatto che il tuo ruolo ha un senso nella società. Qui invece è un continuo dover conquistare terreno, dover provare di essere. Lavorare nella cultura è ancora considerato un privilegio, una cosa per chi può permetterselo. E forse, date le contraddizioni che vivo sulla mia pelle, è davvero tristemente cosi. Ma non dovrebbe esserlo. Eppure dentro di me spesso sento che nessuno ha bisogno del mio lavoro e anche dopo il (relativo) successo del mio primo lavoro, devo continuare a convincere le persone che raccontare una storia può essere utile.



Hai detto cose che penso continuamente. Mi emoziona parlare con qualcuno che mi fa da specchio, specialmente a Milano dove non trovo facilmente persone con cui dire “ah, non sono l’unico”. Sembra che dobbiamo tutti avere una maschera, che portare fuori queste fragilità sia un tabù.
C’è un lato positivo: tutte queste sfide portano ad approfondire quella voce, quella determinazione, quel punto di vista di cui parlavamo prima. E poi appunto, questa è anche una lotta politica per il riconoscimento e la valorizzazione del lavoro culturale che considero parte del mio lavoro.
Il mio film era la cosa più personale che potessi fare, però lo concepisco anche come intrinsecamente politico. Per tornare alla democratizzazione delle immagini, che in realtà è una sorta di dittatura delle immagini: oggi non solo ti viene detto che hai tutti gli strumenti per raccontarti, ma ti viene anche di fatto dato l’imperativo di farlo. Nella società dei social media non esisti se non hai un account, se non ti fai vedere. Io da circa 3 anni ho scelto di non avere una pagina personale sui social per questo. Nell’ultimo anno e mezzo sono tornato a postare, dalla pagina Instagram del mio documentario, The disappearance of my mother, ma solo per sensibilizzare su quanto sta succedendo in Palestina. Però ogni giorno mi interrogo su quale sia la formula giusta, ogni tanto penso che abbia senso anche tornare sui sociale con il mio nome.
Ma di fatto, che ci piaccia o no, i social trasformano il nostro privato in merce. Tutti pensiamo che sia una libera scelta, e forse lo è, ma il condizionamento è fortissimo. E, di fatto, anche per tanti datori di lavoro, se non hai i social, non sei neanche considerabile, vieni considerato un disadattato. Il mio film cerca di guarire proprio quella ferita dell’iper–esposizione del personale – per, spero, rovesciarne il significato. È una specie di “decolonizzazione” dello spazio del vissuto personale, rubato dai social media, saccheggiato dai reality show, che cerco di restituire a una narrazione non etero–diretta e, spero, più autentica.

Girando un documentario racconti la storia di qualcuno. Ti sei mai chiesto se stessi usando una figura pubblica per raccontare una storia, quasi prendendoti un vantaggio? Non è una critica, è una riflessione che mi faccio anch’io.
Assolutamente sì, è inevitabile che questo succeda e non voglio negare che sia così.
Quello che ho cercato di fare è avere una postura consapevole e critica.
Se è vero che questa dinamica di sfruttamento esiste –sia che ti approcci a un soggetto noto, sia che ti rivolgi a una famiglia di Gaza, colpita dai bombardamenti israeliani– il documentario in un certo senso “sfrutta” la fama degli altri, il dolore degli altri, il conflitto degli altri, per costruire un racconto. È una dinamica di potere di fatto, uno scambio più o meno consapevole, che mi interessa molto tematizzare.
Per me questo era un tema a prescindere dal fare il film. Essere nato cresciuto vicino ad una con una figura “pubblica” è una cosa che non ho scelto. È un regalo, ma è anche un limite, un handicap. Un handicap perché fin da piccolo ho sentito che spesso le persone (gli amici, i genitori degli amici) mi mettevano da parte, o mi escludevano. Che io lo voglia o no, questo mi ha spesso fatto sentire “diverso”.
Questo era ancora più strano, perché da bambino non sapevo neanche che lavoro facesse mia mamma. La vedevo scrivere. Ho scoperto che era una modella per caso, trovando delle foto in un armadio. Quando andavo alle elementari vedevo che i bambini mi guardavano di traverso, i genitori si parlavano tra loro ridendo alle mie spalle. Questo succedeva regolarmente quando mia mamma faceva apparizioni televisive – di cui io non ero al corrente mai, ma per qualche motivo tutta la scuola sembrava saperlo. Quella sensazione di essere additato come diverso, privilegiato, speciale, e l’invidia che questo generava negli altri, a mia insaputa, è un’eredità profondamente tossica da cui ho sempre voluto liberarmi.
E infatti, appena ho potuto, a 21 anni, me ne sono andato a Londra. Ho fatto quasi uno sforzo per non c’entrare niente con mia madre e il suo ambiente (cioè Milano). Tornare sul “luogo del delitto” e scegliere di fare un film su di lei, o meglio con lei, era come un rimedio – andare nel posto più pericoloso per me e affrontare direttamente tutte quelle persone che, mi sembrava, mi avevano giudicato.
Purtroppo queste dinamiche esistono ancora – anche se per fortuna me ne sono in gran parte emancipato. Ho amici nelle case di produzione che mi riportano giudizi che sentono su di me: “Ha fatto questo film solo perché sua mamma è famosa, non ha nessun talento, è privilegiato”. Magari il film non l’hanno neanche visto.
Nel mio caso, quindi, fare questo film è stato anche spararmi un colpo al piede, non solo uno sfruttamento “positivo” della fama di mia madre.
L’altra cosa, come dicevo, è che ho scelto consapevolmente di rendere questo conflitto di potere – su chi rappresenta e chi è rappresentato, chi sta dietro e chi sta davanti all’obiettivo– il tema del film.

Si sente tantissimo, e mi è piaciuto molto perché hai scelto di essere protagonista insieme a lei. Non è un occhio esterno che racconta la storia di questa donna. Quando avete costruito il finale, con lei che dice dei tramonti e tu che l’hai ripresa al tramonto, l’ho trovato un gioco molto bello e autoironico.
Quando cercavo di finanziare il film – l’ho fatto sempre in ambito internazionale perché in Italia di fatto non mi ascoltava nessuno – la domanda era sempre la stessa: “questa è la storia di tua madre, o è la tua storia?”. Ci ho messo molto tempo a trovare una risposta. Sapevo che non volevo fare un biopic, che sarebbe stato il modo più semplice per sfruttare quella dinamica del “figlio di” e la fama di mia madre Benedetta.
Invece, io spiegavo che mi interessava raccontare la storia di una donna anziana con un passato che l’ha segnata e che cercava di trovare una soluzione a una serie di problemi concreti legati al suo presente e futuro. Poi, mentre giravo, il film è diventato anche una storia d’amore tra due persone che devono lasciarsi ma non sanno proprio come fare.
Il modo in cui raccontavo questa storia non ha mai sfruttato di fatto il tema della fama. Piuttosto il film è diventato una riflessione su come un documentario possa aiutare due persone – chi fa e chi è il soggetto – a raggiungere degli obiettivi divergenti ma anche, in parte, comuni.
Mentre lavoravo al documentario ricordo di aver visto un documentario stupendo: “A Woman Captured”, di una regista ungherese. Era la storia di una donna delle pulizie in Ungheria, poverissima, praticamente imprigionata da una famiglia ricca, diventata schiava. La regista inizia a fare un film su di lei e piano piano, mentre fa il film, capisce che deve salvarla e alla fine l’aiuta a scappare.
Mi ha fatto ragionare tantissimo su questo desiderio di usare il cinema per cambiare il destino delle persone rappresentate. Mi chiedo sempre quanto i film possano fare la differenza.
E poi ha preso sempre più forma una riflessione sottesa a questo lavoro che riguarda le immagini, il loro statuto e il loro ruolo. Per mia mamma l’immagine è uno strumento di dominio. È il come il metodo con cui le donne sono state imprigionate dentro un punto di vista prettamente maschile.
Io inizialmente muovo da una concezione ingenua, per cui esiste anche un’immagine salvifica, che può portare emancipazione. E poi espando il concetto delineato da mia madre: per me anche gli uomini sono prigionieri di quello stesso stereotipo –non solo le donne, anche se è chiaro che per loro questa prigionia è più dolorosa e alienante perché il loro genere non è stato in alcun modo coinvolto nella creazione di quegli stereotipi.
Come hai finanziato il film?
Prima abbiamo vinto un bando del ministero. Poi è entrata Rai Cinema. Alla fine si è aggiunta alla compagine produttiva anche una casa di produzione americana, Ryot Film. Li abbiamo incontrati dopo un pitch ad IDFA, Amsterdam, rincontrato a Venezia, e hanno deciso di coprire un terzo del budget.
In fase di lavorazione il film è stato selezionato in tanti pitching forums e laboratori: IDFA, poi Thessaloniki in Grecia, Doc Lisboa, Hot Docs a Toronto, e ha partecipato a due importanti laboratori di sviluppo internazionali, uno della scuola di cinema La Femis, e poi Dok Incubator –che a loro volta hanno aiutato il progetto a consolidarsi e a trovare supporto.


Avevi una produzione a quel punto?
Si, dopo una prima fase di lavoro in solitaria ho coinvolto una società di produzione di un amico regista, Filippo Macelloni. La produzione l’abbiamo poi fatta insieme.
Prima di coinvolgere Filippo, ho provato a contattare le produzioni più strutturate in Italia ma non rispondeva nessuno. Più volte sono andato a Roma, e gli appuntamenti venivano cancellati all’ultimo. Spendevo 200 euro per il treno e una volta arrivato mi dicevano “scusa, non posso più incontrarti”. Durante quegli anni ho accumulato un gran risentimento nei confronti di Roma e dei suoi meccanismi. È un risentimento inutile (come tutti i risentimenti), ma devo ancora smaltirlo del tutto.
Il Sundance dev’essere stato un momento wow – il tuo primo film al festival più importante per un regista indipendente.
È stato pazzesco. Andarci non era neanche una meta che avevo previsto o elaborato dentro di me. Non avevo molta strategia, sapevo che per amore di mia mamma volevo fare il film migliore che potevo. Sinceramente non credo di esserci riuscito – avevo delle idee che non sono riuscito a realizzare neanche in parte– però ho fatto quello che potevo.
Il Sundance è stato una fortuna. Riflettendo su come funziona il cinema, più che la fama di mia mamma è il fatto di riuscire a intercettare un tema che in un certo momento interessa a livello commerciale. Il Sundance aveva bisogno di parlare di quel tema perché è molto dentro certe dinamiche.
Mettere a fuoco il “tema” di un lavoro è fondamentale per riuscire a “venderlo”. A tavolino potresti costruire un film così – decidendo di affrontare un tema rilevante– ma secondo me, se questo non corrisponde a una autentica urgenza di chi racconta, il risultato rischia di venire artificiale. Nel mio caso era chiaramente una cosa di cuore, ma mi rendevo conto anche che il film suscitava interesse perché in quel momento storico (c’era da poco stato il #metoo) il mondo aveva bisogno di racconti di donne di una certa età, e anche di dare voce ad un pensiero critico sul femminile.
Era un tema “trendy”. C’era fame di quella cosa. Oggi, invece il femminismo è in totale crisi, e c’è un ritorno al tema del maschile (e della sua tossicità).

Continuerai col documentario o stai scrivendo qualcos’altro?
Mi ritrovo molto in un approccio dove documentario e finzione si mescolano senza grandi interruzioni. Penso a registi come i fratelli Dardenne (e tanti tanti altri) che fanno film di finzione ma prendono in prestito il linguaggio del documentario, o a registi come Tizza Covi e Reiner Frimmel che realizzano documentari, di fatto, ma con un linguaggio vicino all finzione.
Mi piacerebbe sviluppare un approccio dove ciò che conta è riuscire a captare qualcosa di profondamente autentico, e non importa se chi sta di fronte alla camera sia un “attore”/“attrice” o meno. L’importante è raccontare una storia – e trovare la forma e gli strumenti più adeguati per farlo. Anche solo nel caso del mio film: è tutto “reale” però c’è un grande lavoro di costruzione di un filtro drammaturgico. In montaggio, assieme a Valentina Cicogna, montatrice, abbiamo fatto delle scelte che hanno semplificato tanto una realtà complessa per veicolare un messaggio complesso, sfaccettato, ma chiaro. La vita non ha questa stessa “chiarezza”.
E comunque, non tutte le storie si possono raccontare solo col documentario. Per esempio, nel mio film ho tentato di ricreare delle memorie di cui non avevo archivi, e le ho mescolate agli archivi veri e propri, senza dichiarare che cosa fosse cosa. Alcune cose il documentario non le può raccontare in modo visivo –e allora serve la finzione o meglio l’immaginazione.

Mi è piaciuta la scena di tua madre che fa le pose nel cortile con dietro i bidoni dell’immondizia. Crea un cortocircuito, una spontaneità che trovo molto bella.
Anche qui, era un po’ l’idea di mescolare realtà e finzione, presente e passato, vita concreta e memoria, o immaginazione. Ho sottolineato diversi linguaggi: le cose di oggi le ho girate con una camera digitale, quelle delle modelle in pellicola 16mm, il finale in 35mm.
A cosa stai lavorando ora?
Negli ultimi mesi mi sono molto focalizzato sulla scrittura. Ho scritto tre idee di documentari e sto cominciando a svilupparne uno, spero, in collaborazione con una casa di produzione danese. Si tratta in questo caso di un progetto vicino al film su mia madre, anzi in un certo senso è il suo seguito. È un lavoro su mio padre. Gli altri progetti riguardano temi complessi e ora li sto indagando, parlando con persone diverse, leggendo, per trovare un punto di vista.
Sto scrivendo anche una sceneggiatura di finzione, a sua volta elaborazione di una esperienza vissuta, profondamente impattante.
Ho poi ho avuto occasione, negli ultimi mesi, di collaborare alla sceneggiatura di un progetto di un altro regista italiano, che stimo profondamente, Andrea Pallaoro. Stiamo lavorando insieme all’adattamento del romanzo di Moravia, “Agostino”, sempre centrato sul rapporto di un ragazzo adolescente con sua madre. Amo il cinema, il rigore di Andrea, e poter lavorare insieme è stata una scuola preziosa, e gli sarò per sempre grato di avermi dato questa occasione.


Che rapporto hai con tuo padre?
Complesso. Ho pensato che dopo aver indagato attraverso mia mamma un tema del conflitto che riguarda il femminile, vorrei fare lo stesso con il maschile.
Sarà anche questo film su di lui una cura?
Sì, lo spero. L’idea è che non sono due film autonomi ma che vanno visti insieme e si completano, perché sono come due archetipi che vivono dentro di me.
È comico in un certo senso perché con il mio lavoro vado sempre nei punti più sbagliati, nelle zone più delicate. Facendo il film su mia mamma sono entrato in un campo minato. Dopo averlo fatto mi sono detto che se mai farò un altro film dovrà essere completamente diverso perché avere fatto un film così “personale” mi ha segnato moltissimo.
Quando parlo con agenti e produttori dico: “Ho fatto un film distribuito negli Stati Uniti, a Londra, in Germania, in Italia. Il film è stato selezionato in … oltre 100 festival in 12 mesi, ha ricevuto una nomination agli European Film Awards, ha vinto premi importanti…”. La risposta è sempre: “Sì, hai fatto un film, però è su tua mamma, un film personale. Non è spendibile per il mondo reale, devi fare qualcos’altro.”
Per questo penso che fare un film su mio padre, oltre che una cura, sia una follia. Ma ho capito e accettato che forse per adesso non sarò quel regista proposto per i grandi lavori, e va bene così.
La cosa buffa del film su mio padre è mette in atto meccanismi in qualche modo contrari a quello su mia madre: in quel caso, io desideravo fare un film su di lei, lei si negava; mio padre invece mi ha chiesto di collaborare, vuole essere raccontato, e io decido di dargli una mano.
Mi interessa molto il tema di una donna che non vuole essere vista perché è vittima di una società dell’immagine maschile, e di un uomo che invece ha bisogno di essere riconosciuto, stimato,
celebrato. È una fragilità questa che rimanda a quell’imperativo categorico patriarcale dover essere il primo, il capo – che in realtà, pur non volendolo, ritrovo anche dentro di me.
