Cinema Club è un format che racconta il mondo del cinema attraverso una serie di interviste a registi, sceneggiatori, attori, direttori della fotografia, produttori. Cinema Club dà voce al cinema d’autore e approfondisce tematiche e visioni oltre che racconti dietro le quinte. Uno scambio di idee e alla scoperta del cinema da una prospettiva diversa.
Una rubrica di Marco Mucig
Fotografie di Massimo Zanusso
Virgilio Villoresi è un regista e artista visivo che vive e lavora a Milano, dove è considerato uno dei maggiori artisti dell’animazione contemporanea italiana, specializzato in stop motion e tecniche d’animazione artigianale.
Nel 2021 fonda la sua casa di produzione Fantasmagoria per autoprodurre “Orfeo”, il suo primo lungometraggio ispirato al “Poema a fumetti” di Dino Buzzati. Il film, girato in due anni e mezzo utilizzando pellicola 16mm, stop motion ed effetti ottici del cinema delle origini, ha debuttato nella sezione Fuori Concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia.
L’ho incontrato in Porta Venezia per parlare del film e del suo processo creativo artigianale.

Un film girato in due anni e mezzo. È già un wow, no? Da un lato hai avuto molto tempo, che quando si gira un film è una cosa preziosa. Dall’altro è una bella sfida. Sono curioso di sentire da te il processo, come l’hai realizzato, come è stato prodotto.
Allora, prima di tutto ho costituito nel 2021 la mia casa di produzione, Fantasmagoria, e ho applicato ai bandi di pre-produzione e sviluppo, e poi successivamente ai contributi selettivi produzione. Poi abbiamo fatto le richieste dei tax credit. Insomma, alla fine siamo riusciti a prendere tutti questi contributi e da lì in modo anche abbastanza audace abbiamo iniziato la produzione. Audace nel senso che comunque non c’erano co-produzioni, non c’erano case di produzione esterne che ci davano una mano. E fondamentalmente pochissimi finanziatori privati.
Ho speso di tasca mia un po’ di risparmi, realizzati con le attività pubblicitarie, e alla fine siamo riusciti a chiudere il budget e siamo partiti.
Non abbiamo girato due anni e mezzo di fila, ma a trance. Perché tra una trance e l’altra, ad esempio, se avevo un lavoro su commissione, tendenzialmente lo facevo per poi reinvestire i soldi sul film.

Tu hai detto che è un film artigianale – quella è una parola che mi è rimasta molto impressa perché noi viviamo in un momento storico in cui si tende quasi a rendere tutto immateriale. Tu sei andato nella direzione opposta.
Sì, ho scelto di farlo in modo artigianale prima di tutto per un’inclinazione naturale nel fare le cose manuali, verso una ricerca di meraviglia e stupore che provo quando vedo davanti ai miei occhi un trucco.
Ad esempio l’effetto dell’aura fantasma l’abbiamo realizzato in camera, cioè abbiamo creato una vera e propria dissolvenza incrociata tramite l’effetto “Schüfftan”, cioè una lastra di vetro posizionata a 45 gradi rispetto all’asse della camera con l’attrice riflessa mentre interagisce con l’attore ripreso invece al di là del vetro. Questa è la sublimazione di questo concetto di artigianato – abbiamo creato questi dissolventi incrociati in macchina con questo escamotage, con questo trucco che usava tra l’altro anche Fritz Lang nei suoi film.
Quindi hai pescato cose tecniche di cent’anni fa?
Sì, ma lo stop motion in sé è stato il primo trucco nel cinema. Qualcuno attribuisce a Segundo de Chomón la prima animazione di stop motion, altri al cortometraggio “Fantasmagorie” di Émile Cohl. Comunque sono tutti effetti nati pochi anni dopo la nascita del cinema. Quindi sì, c’è lo stop motion che è un effetto primitivo, legato al cinema primitivo, e poi ci sono anche altri effetti speciali che usavano negli anni Venti, Trenta. Ma anche l’utilizzo stesso della pellicola 16 millimetri è un modo per amalgamare tutto questo e dargli un sapore materico, sospeso.
È come se tu fossi entrato in una specie di capsula spazio-temporale, perché per due anni e mezzo è come se avessi ignorato completamente quello che succedeva fuori.
È stato un viaggio. Un viaggio come il film stesso, una sorta di viaggio onirico. È stato un viaggio anche girarlo, non solo la storia del film. Il set cambiava ogni volta – si passava da un bosco a un interno, alla scenografia del locale art nouveau fino ad arrivare a un corridoio un po’ infernale. Insomma, ogni volta era in continua mutazione anche il posto in cui giravo per circa due anni e mezzo.
Siete partiti in modo molto audace e poi il tuo film è stato selezionato a Venezia. Quando sei partito a girarlo avevi già un obiettivo così importante in mente?
Sì, tendenzialmente volevo fare un gran film. Ho sempre avuto l’ambizione di fare qualcosa di unico nel panorama italiano e internazionale. In ogni inquadratura ho cercato di dare il massimo e di creare qualcosa di personale. Qualcosa che riflettesse una mia parte artistica molto forte.
È stato un film molto libero in questo senso.
Ho visto tanto te bambino, anche quelle riprese in Super 8 di tua madre.
Sì, quello è stato un omaggio alla passione che ha avuto mia madre per la danza. Ho utilizzato il mezzo cinematografico per unire la parte live action – con l’attrice e la compagnia di danza che ho chiamato nel mio studio – e il found footage legato alla storia di mia mamma, mia mamma che balla. C’è un montaggio che unisce due grandi passioni: la passione di mia madre che ha dedicato un’intera vita alla danza e la mia passione per il cinema. Si sono unite in quel momento, in quel segmento di film.


È un bel commitment dedicare la propria vita al cinema.
Eh sì, è stato un atto di coraggio e di determinazione. Poi un film così lungo era un po’ un salto nel buio, perché non era un film commissionato e non aveva alle spalle neanche la distribuzione. La distribuzione l’ho trovata dopo, dopo il Festival del Cinema di Venezia. È grazie al festival che ho trovato la distribuzione internazionale – prima con True Colours e poi con Double Line per la distribuzione italiana – grazie all’esposizione che ho avuto. Però prima non avevo niente. Rischiavo di indebitarmi e di fare un film che nessuno avrebbe potuto vedere.
Ovviamente ci pensi quando inizi. Dopo mesi che giri, quando inizi anche a far fatica economicamente, dici: “Ma che cazzo sto facendo? Sono un pazzo.” Però allo stesso tempo una parte di me mi spingeva ad andare avanti, a finire, perché comunque iniziavo a vedere che stava nascendo qualcosa di bello.
È una cosa potentissima, un regista che apre una casa di produzione, investe i suoi soldi, fa il suo film. Dall’altro però mi chiedo, non è un segnale di quanto l’industria sia anche limitata in Italia? Nel senso che volevi fare qualcosa di diverso rispetto al panorama italiano, ma è l’unico modo quindi esporsi così tanto?
Per me sì, è stato l’unico modo. Prima di aprire la casa di produzione ho provato a proporre prima il soggetto e poi la sceneggiatura ad altre realtà cinematografiche. Però avevo sempre l’impressione che non mi davano abbastanza libertà creativa. Volevo fare un film mio, personale, non volevo scendere a nessun tipo di compromesso. E quindi ho pensato che l’unico modo fosse fare il produttore di me stesso. Era anche difficile da vendere a delle case di produzione più importanti che ovviamente devono capire come collocarlo, che tipo di distribuzione dargli.

Ma dopo Venezia hai aperto dei contatti per fare un nuovo film?
Sì, ora sto lavorando – sono ancora in fase embrionale – ma sto già lavorando a un secondo lungometraggio. Vorrei mantenere lo stesso asset di libertà produttiva anche nel secondo film.
Adesso è più facile trovare una coproduzione perché posso già fare vedere il risultato finale.
Quindi in trattativa posso dire “guarda, io lavoro così”. Il secondo film lo vorrei comunque girare nel mio studio, nel mio atelier, perché è il mio modo di fare.
Il mio modo di girare ha un aspetto ludico fortissimo. Mi piace giocare, cambiare anche delle battute degli attori, oppure la disposizione della scenografia, della luce, anche la mattina stessa dello shooting. Voglio avere questo tipo di libertà.
Milano è anche un po’ protagonista del tuo film, no? È quasi un personaggio stesso del film ed è quasi un’ode a questa città. Cosa volevi dire?
Milano è diventata ormai la mia città perché sono qui da oltre 15 anni, la sento veramente vicina. E per certi aspetti la amo anche, ci sono degli scorci stupendi. Milano l’ho rappresentata in modo un po’ sospeso, un po’ fuori dal tempo, con una forte dimensione onirica. Mi hanno aiutato molto tutte le ricostruzioni in studio degli scorci di Milano e le miniature. La luce mi ha permesso di creare questo tipo di atmosfere. È una Milano filtrata sia dall’immaginazione di Buzzati ma anche dalla mia percezione artistica.
Non è una Milano realistica, ma inserita nel contesto del film. Il segreto è stato ricostruire tutto in studio, perché è lì che hai il controllo totale della luce, dei props, delle scenografie, di questi grandi backlight che stampavamo. Erano anche abbastanza pittorici in alcuni casi. Quindi è come se fosse una Milano filtrata dalla mia fantasia, che viene fuori direttamente dal mio mondo interiore, da una mia visione profonda filtrata da quello che reputo bello.
E come vivi Milano oggi? Nella realtà?
Nella realtà vivo per il settanta per cento del tempo nel mio studio, chiuso a fare animazioni per dei clienti o a lavorare al nuovo progetto. Nel caso di Orfeo sono stato due anni e mezzo chiuso dentro questo capannone. Quindi la vivo tra il mio studio e casa mia e magari riesco a ritagliarmi qualche tempo per andare al cinema, a delle mostre…
In questo momento sto facendo una vita abbastanza tranquilla sinceramente – ho un po’ mollato l’aspetto mondano, anche perché sento sempre questa urgenza di fare arte. Quindi più vado avanti con l’età e più se non faccio arte mi sembra di perdere tempo. Cerco di stare il più possibile nel mio atelier, nel mio spazio, dove produco.
Sono molto affascinato anche dagli artisti, dai designer che hanno lavorato qua, soprattutto nel Novecento. Anche nel mio film ho citato un architetto che amo molto, Piero Portaluppi, in particolare l’arco che si trova vicino a Porta Venezia. E lì – nella porta che divide il mondo dei morti dal mondo dei vivi – ho ricostruito dei fulmini che sono la decorazione di questo grande arco. Ho preso proprio ispirazione da lì. Poi li ho resi tridimensionali con un intervento decorativo scenografico. È un omaggio a un grande personaggio.
Secondo te Milano adesso ha meno respiro artistico?
Non lo so, diciamo che a me piacerebbe molto se Milano diventasse un secondo polo cinematografico. Secondo me sarebbe stupendo, perché ci sono tanti registi molto bravi.


Tu sei un po’ anche l’emblema di un regista che ha cominciato facendo pubblicità e video musicali e poi sei riuscito ad approdare al cinema. Cosa che non succede a molti.
Ma infatti! Però io ho dovuto farlo da solo con la mia casa di produzione. Sennò non sarei mai riuscito a fare Orfeo, diciamoci la verità. È grazie alla mia casa di produzione. Ho preso l’iniziativa, secondo me coraggiosa, però alla fine…
Dammi dei nomi dei registi italiani che ammiri del passato o del presente.
Secondo me ci sono degli ottimi registi italiani giovani, tra l’altro quasi tutti girano in pellicola.
Mi piace molto Sara Fgaier, che ha esordito anno scorso con “Sulla terra leggeri”, presentato a Locarno. È un film molto bello, mi è piaciuto molto, anche lei ha girato in pellicola. Ha fatto un utilizzo abbastanza massiccio del found footage, con filmati di repertorio vintage.
Secondo me anche le opere di Simone Massi, Francesco Sossai, Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis sono molto interessanti. Sono andati a Cannes quest’anno. Film molto apprezzati dalla critica, opere prime o opere seconde. Mi piace molto Davide Manuli, che è anche un amico. Adesso so che probabilmente sta per girare il suo prossimo progetto cinematografico.
Non mi sembra che la stia passando male il cinema italiano, soprattutto quello della nuova generazione. Sarebbe interessante iniziare a parlare di più di una sorta di nuova ondata, perché secondo me c’è, esiste, è tangibile. Tra l’altro tutti questi registi sono accomunati da una ricerca materica dell’immagine, perché quasi tutti quelli che ho citato girano in pellicola. Quindi è interessante, molto interessante.
Il tuo film ha un contributo fortissimo anche da altre persone: fotografia, scenografia, costumi… Come hai scelto le persone con cui lavorare?
Sono tutte persone che lavoravano già con me in pubblicità e hanno sposato il progetto. Con Sara Costantini c’è stata una fusione profonda, come se ci fossimo toccati nel profondo.
Anche a lei piacciono le cose del Novecento, il vittoriano. In Orfeo lei ha potuto attingere a tutta questa cultura che ha sempre amato. Quindi ci siamo trovati benissimo. Le ho chiesto di fare i costumi e immaginarli come se uscissero direttamente dalle scenografie o dalle carte da parati che ho usato nel film. È stato molto interessante lavorare con Sara.
Poi anche Marco De Pasquale, che aveva già delle esperienze in pellicola. Anche con lui c’è stata una bella sinergia. All’inizio ci siamo dovuti capire un po’, soprattutto per quanto riguarda le miniature. Però poi abbiamo trovato un nostro modo di comunicare e secondo me è stato veramente bravo con la luce, ha saputo dare un’aura diversa, interessante, molto bella. Sia sugli oggetti, sia sulle persone in carne ed ossa, sugli attori, sui personaggi. Ha fatto un lavoro fantastico.
Gli scenografi con cui collaboro dividevano in quel periodo lo spazio con me, la scenografia arrivava direttamente dallo stesso capannone perché lavoravamo insieme, condividevamo lo stesso spazio. Quando ho girato Orfeo costruivano le scenografie, giravano la parete divisoria ed entravano… quindi era molto comodo.
Con tutti si è creato un gruppo di amici che alla fine si è divertito ad affrontare questo viaggio pieno di imprevisti e difficoltà, ma ci siamo aiutati a vicenda per superarle.

Tu hai un figlio e sei riuscito a conciliare questo azzardo del film con la paternità.
Diciamo che nella tua vita c’è anche questa complessità. Essere padre ti ha ispirato, ti ha spinto, ti ha dato forza?
Assolutamente sì. È come se mio figlio fosse stato presente in ogni inquadratura, in ogni mia scelta c’era un po’ l’ombra di mio figlio, perché in qualche modo, quando tornavo a casa volevo fargli vedere quello che avevo fatto. Ho avuto un padre che non mi ha riconosciuto, quindi mi è sempre mancato questo contatto con la figura paterna. L’ho sempre un po’ idealizzata. Non ho mai avuto questo legame padre-figlio.
Con mio figlio Martin ho voluto condividere tutto, è stato quasi un gioco di riflessi. Ho condiviso con lui i miei giochi – intesi come le scene del film – perché per me era proprio un gioco, come se fosse anche lui un mio compagno. Ed è stato bello perché è anche venuto sul set a vedere alcune scenografie e rimaneva meravigliato.
È un’esperienza che ho condiviso fin dall’inizio con mio figlio e mi ha dato una grande forza, soprattutto nei momenti di difficoltà, perché a un certo punto quando mi dicevo “Ma perché sto facendo questo? Dove mi sta portando?” ero legato a una promessa non detta con mio figlio, di portarla a termine per poi fargli vedere il lavoro finale. Questa cosa mi ha dato forza, anche per non deluderlo. Sono riuscito a finire anche per questo motivo, per poi finalmente fargli vedere il film.
Il cinema come atto di generosità e non come atto di ego
Sì, perché il cinema quando ero adolescente mi ha salvato la vita. Ero un po’ smarrito. Quindi lo vedo come un atto di generosità e un atto d’amore verso il cinema stesso. Lo faccio come se fosse una sorta di divinità e cerco col mio film di dare qualcosa a questa entità divina, di portare un mio contributo, perché veramente in un certo senso il mio Dio è il cinema.
Guardavo i film quando ero piccolo ed era quasi una forma di preghiera. Non avendo avuto un padre, non riuscivo a capire cos’era l’amicizia, cos’era l’amore. Allora guardavo i film per apprendere tutto dalla vita. Per me il cinema era una forma di iniziazione alla vita. E quindi in un certo senso mi ha raddrizzato. Devo molto a questa arte e per questo voglio portare il mio contributo. Mettendo da parte anche questioni di ego, non me ne frega nulla. Lo faccio solo per amore verso questa disciplina che per me è una sorta di religione, non so come dire, una
fede.
