RUST – LAHC

Rubrica: Rust

A cura di Roberto Graziano Moro
Fotografie di Roberto Graziano Moro
Testo di Chiara Franchi
Graphic Design Giacomo Dal Ben

 

LOS ANGELES HARDCORE

“When you fight, how do you feel? When you’re actually fighting? How do you feel?”
“Violent.”
“Yeah.”
“I feel very violent. I feel like – I’m doing something I’m good at.”
“What?”
“Beating people up.”
[“The Decline of Western Civilization”, Penelope Spheeris, 1981]

Los Angeles è una rappresentazione in asfalto e cemento delle grandi contraddizioni americane.
Ne abbiamo già parlato nel numero di Rust dedicato agli Slay Squad: è la capitale del sogno americano, scintillante dei diamanti e delle epidermidi al botox di Hollywood; ma è anche una città di tendopoli, marginalità e povertà più o meno sommerse. Una metropoli da cui la middle class sta scappando per comprare casa a prezzi accessibili in Texas o in Arizona, mentre migliaia di persone si arrangiano come possono vivendo per strada.
È la città in cui, nel giungo scorso, le rappresaglie dell’ICE hanno colpito gli immigrati non bianchi e sfidato l’amministrazione democratica con una violenza allora senza precedenti. Ma è anche la città in cui quella stessa violenza è stata respinta da interi quartieri, ispirando manifestazioni culminate nei cortei “No Kings” e segnando un precedente per la resistenza osservata in queste settimane a Minneapolis.

Non si tratta di stridori recenti, né di ferite fresche. Le frizioni, a Los Angeles, hanno una storia lunga diversi decenni ed è proprio nelle crepe, nelle fratture interne del suo tessuto sociale, che sono fiorite alcune delle forme di espressione più radicali e influenti dell’underground.

Scrive Sebastien Drachen, dell’università di Brisbane: “ […] the motivations to use DIY might vary from one geographical context to another. In the case of California, Ronald Reagan was the common enemy and punk was a form of cultural resistance against the mainstream American culture”. Ed è proprio nell’era di Reagan che esplode l’L.A. punk.
Nato negli anni Settanta, grossomodo in concomitanza con le tournée di band inglesi che hanno ispirato anche altre scene statunitensi, il punk losangelino si è distinto fin da subito per la sua attitudine corrosiva e muscolare. Del resto, quanto più lucida è la patina dell’illusione capitalista, tanto più ostinata sarà la ruggine che vi germoglierà sotto.

Se il punk californiano di ultima generazione è diventato un fenomeno mainstream grazie alla sua capacità di inglobare suggestioni pop, le sue radici si dispiegano nelle profondità dell’underground, sotto le fondamenta di luoghi come il The Masque e di The Church, una chiesa battista sconsacrata di Hermosa Beach dove i Black Flag hanno abitato tra il 1979 e il 1981.
Da quel movimento, animato da gruppi seminali come i Germs e gli X, è poi nato l’hardcore dei già citati Black Flag, dei Bad Religion e dei Circle Jerks.

È una storia lontana, eppure ancora presente. Oggi, nell’America MAGA, l’eredità di quel mondo sommerso grida ancora, forte e rabbiosa: espressione dell’animo ribelle e indomabile della Città degli Angeli, ne rivendica la diversità, l’anticonformismo e la resilienza.
Forse è questo, il diamante più prezioso custodito all’ombra delle colline di Hollywood. Un diamante grezzo, la cui vera virtù non è la capacità di rifrangere la luce, ma la durezza indistruttibile.