Fotografie di Riccardo Asti
Testo di Luca Boccalari

Il fiume, in quanto parte della natura e quindi natura stessa, ci sopravvive. È pubblico e privato, è di tutti e di nessuno. È lì, c’è, esiste, e per qualche ragione ci fermiamo sempre a guardarlo.

Con i suoi argini e il suo flusso, diventa un modo di guardarsi dentro. Chi ha la voglia e la pazienza di viverlo e di ascoltarlo ci trova tutto l’essere umano, la nostalgia, il tempo, gli attimi che passano diversi e si ripetono uguali. Chiunque torni nella città in cui è nato e cresciuto dopo anni di assenza, si accorgerà presto
di quanto sia facile ricordare dove mettere i piedi, di quanto sia familiare l’aria, di quanto subito le abitudini si rifacciano avanti senza nessuno sforzo. È anche vero, però, che nel frattempo tutto cambia e tutto è cambiato. È proprio questa nostalgia, che rimane lì sospesa, ad essere in qualche modo immagine del cambiamento, cercato e rimpianto, amato e odiato, ma, forse, comunque necessario.

Dunque è qui il fiume, da sempre immagine del cambiamento, che si porta dietro tutti i rumori e i silenzi tipici delle forze naturali, che allontanano l’essere umano dalla città e lo riportano alla sua dimensione.

Tutto è più calmo. Quasi fermo. Tutto è lì dove deve essere. Ha un ordine suo. Un motivo. Forse è per questo che ci fermiamo a guardarlo. Perché quando ci spogliamo di tutto, allora il fiume è ciò che di più simile a noi possiamo trovare in una città. Anche se è la nostra, o almeno lo è stata.

 

Il progetto “Side Bond” è esposto in mostra dal 3 all’11 maggio a Lodi nell’ambito del Kàlamos – Festival della Cultura Classica, organizzato dall’AICC Lodi.