Giù le mani dalla città: Milano risponde allo sgombero del Leoncavallo
Milano, 6 settembre 2025 —
Il corteo è partito da Porta Venezia. Migliaia di persone, molto più delle ventimila dichiarate dal Ministero. Una folla larga, composta da ragazzi, famiglie, vecchi militanti, immigrati di prima e seconda generazione. Un’umanità mescolata che si è riversata in strada come a dire che la città non appartiene solo a chi la compra.
Lo sgombero del Leoncavallo è stato la scintilla, ma la protesta andava oltre quel cancello chiuso. Il bersaglio era più ampio: il “modello Milano”, fatto di case a prezzi impossibili, quartieri trasformati in showroom, vita quotidiana compressa tra carovita e lavori precari. Un modello che, alla vigilia delle Olimpiadi, appare sempre più come un’illusione di successo, un’immagine patinata che non regge.
La manifestazione non era violenta. C’erano tamburi, cori, bandiere. Qualche uovo lanciato, sì, ma è rimasto un dettaglio. La verità era altrove, nello sguardo dei bambini portati sulle spalle, nelle mani intrecciate di chi camminava insieme, nel sentimento collettivo che la città possa essere ancora di chi la abita.
Nel al corteo, c’erano cinquanta fotografi di Perimetro. Con il progetto OCCUP.EYE hanno raccolto immagini, non per fare cronaca ma per costruire un racconto: un mosaico di sguardi che restituisce la forza della piazza. Perché le parole si cancellano in fretta, le foto restano.
Alla fine restava un sentimento doppio. Da un lato la nostalgia per una Milano che non c’è più, quella dei centri sociali, degli spazi liberi, di una comunità che inventava cultura dal basso. Dall’altro la certezza che non tutto è perduto che in quella massa di corpi e voci ci fosse un futuro possibile, diverso da quello disegnato dai cantieri e dai capitali.
Nostalgia e futuro, insieme, hanno marciato a Milano. È giunto il momento di decidere che città vogliamo essere.

































