Fotografie di Stefano Rosselli
Dopo decenni di guerre e illusioni, l’Afghanistan vive oggi una pace apparente sotto il regime talebano.
Nel mio reportage ho voluto raccontare ciò che spesso resta invisibile, la vita di un popolo che sopravvive sotto imposizioni infinite e divieti che cancellano ogni libertà.
Le donne sono le prime vittime di questa condizione, private dei diritti più elementari.
Gran parte del reportage si concentra su di loro, prime vittime delle imposizioni talebane, che impediscono loro di vivere una vita normale.
Anche gli uomini vivono una quotidianità forzata che rivela a sua volta la violenza del regime.
Non voglio contrapporre oppressi e apparentemente liberi. Racconto una condizione collettiva, in cui la mancanza di libertà segna ogni gesto, ogni luogo, ogni respiro.
Ciò che per noi appare scontato, in Afghanistan è proibito, qualsiasi forma d’arte, scrittura, pittura, cinema, teatro, musica è bandita. Perfino far volare un aquilone o giocare a scacchi appartiene ormai soltanto alla loro memoria.
Spazi che dovrebbero essere condivisi come fiumi, laghi, palestre, parchi, diventano luoghi esclusivi per gli uomini, trasformandosi in scenari silenziosamente dispotici ed è proprio da questi luoghi che prende forma il mio reportage mostrando l’assenza della figura femminile. Attraverso immagini sospese tra quotidianità e controllo, il mio lavoro cerca di cogliere la resilienza silenziosa, la vita che resiste nonostante le imposizioni.
È un invito a guardare senza voyeurismo, a percepire la forza di un popolo che continua a vivere e a lottare per la propria umanità, tra piccole e grandi resistenze quotidiane.





























