A CURA DI presenta Bianca Puchetti – Cortocircuito

Fotografie di Rafa Jacinto
Testo e intervista di Sebastiano Leddi
Rubrica: A CURA DI

Perimetro presenta “A CURA DI“, la rubrica che incontra e conosce progetti e visioni nel mondo della cultura contemporanea. Uno sguardo a 360 gradi per comprendere percorsi, processi creativi e visioni in movimento.

In questa conversazione parliamo con BIANCA PUCHETTI, attrice e co-ideatrice del progetto Cortocircuito, una rassegna di cortometraggi nata a Milano come momento di aggregazione e riflessione sul cinema breve.

Come stai?

Bene, anche se in un periodo molto intenso. Tra impegni lavorativi e l’organizzazione degli eventi, mi sto concentrando molto sul ritmo e sulla crescita del progetto.

Partiamo dall’inizio. Chi sei, cosa fai e come è nato il tuo interesse verso il cinema e, in particolare, verso i cortometraggi?

Io sono Bianca. Il mio rapporto con il cinema nasce dal teatro, dove ho iniziato con la recitazione. Per anni ho pensato che fosse l’unica direzione della mia vita. La spinta decisiva però è venuta quando, molto giovane, ho iniziato a lavorare sui set pubblicitari: lì ho scoperto la macchina del cinema, il ritmo di produzione, l’energia del set. Guardare i film è sempre stata una passione, ma capire come si costruiscono, essere dentro alla macchina, mi ha aperto un mondo.

Il cortometraggio è entrato nella mia vita quasi per necessità. In Italia non è semplice lavorare nel cinema, e spesso il percorso passa proprio dal corto, che diventa una prima esperienza reale di lavoro, visibilità e sperimentazione.

In questo momento tu stai ancora cercando un percorso come attrice o hai ampliato il tuo ruolo nel cinema?

Entrambe le cose. Il desiderio di essere attrice resta, ma ho capito che fare questo mestiere significa fare molte cose: recitazione, teatro, regia, performance. Tutti aspetti che si intrecciano.

Com’è nato Cortocircuito? Era previsto che diventasse ciò che oggi è?

No, non era previsto. È nato da una necessità semplice: come facciamo vedere il nostro corto? Da lì abbiamo organizzato una serata, poi la seconda, e alla fine abbiamo capito che c’era bisogno di uno spazio fisso e ricorrente. Cortocircuito è diventato una rassegna mensile di cortometraggi con tema, selezione e pubblico. Non era una cosa programmata, ma è cresciuta con naturalezza, con incontri, proiezioni e conversazioni.

Perché Milano? Pensi sia una città adatta a questo tipo di progetto?

Milano non è “una città di cinema” come si potrebbe pensare parlando di Roma o Los Angeles, però è un posto dove si gira moltissimo e dove c’è una densità enorme di professionisti dell’audiovisivo come direttori della fotografia, macchinisti, elettricisti, scenografi, registi. La forma del cortometraggio qui trova terreno fertile perché permette a tante persone di raccontare storie autentiche senza le barriere produttive di un lungometraggio.

Com’è strutturata una serata di Cortocircuito?

Ogni evento ha un tema. Su questo tema scegliamo i corti da proiettare e invitiamo i registi a essere con noi in sala. Dopo le proiezioni facciamo una chiacchierata, non è un dibattito tecnico fine a se stesso, ma un confronto vero sulle storie, sulle idee, sui processi. Vogliamo che chi viene si senta libero di porre domande, capire e avvicinarsi senza sentirsi fuori posto.

Il pubblico che partecipa è di nicchia o più ampio?

C’è sicuramente un pubblico “di settore”, ma la sfida e l’obiettivo sono renderlo più aperto possibile. La scelta dello spazio, spesso non canonico, non una sala cinematografica tradizionale aiuta molto, crea una situazione più informale e meno intimidatoria, dove anche chi non è esperto può sentirsi a casa.

E il festival? Come si inserisce in tutto questo?

Il festival è una naturale espansione del progetto. Non nasce come qualcosa di separato, ma come occasione per dare un palco più ampio alle storie che incontriamo. È un tentativo di strutturare un percorso culturale che tenga insieme proiezioni, conversazioni e incontri e per questo progetto abbiamo scelto il Cinema Anteo, un’istituzione.

Che ruolo ha per te l’idea della comunità in questo progetto?

La comunità è al centro. Non si tratta solo di proiettare corti. Si tratta di creare un ambiente dove si incontrano storie, persone, percorsi. Dove chi viene può sentirsi parte di un dialogo, non di uno spettacolo distante. È un modo di sentire il cinema come pratica collettiva e generativa.

Cosa vorresti che rimanesse di Cortocircuito tra due o tre anni?

Vorrei che conservasse la sua autenticità, genuinità, apertura, comunità. Che restasse un luogo dove avvicinarsi al cinema senza paura, dove storie brevi raccontano visioni forti, senza retorica ma con profondità.

Allora ci vediamo prestissimo alla Corte dei Miracoli per una serata di Cortocircuito, grazie per questa bella chiacchierata e il grande lavoro che fate per il “piccolo” Cinema.