Fotografie di Rafa Jacinto
Testo e intervista di Sebastiano Leddi
Rubrica: A CURA DI
Perimetro presenta “A CURA DI“, la rubrica che incontra e conosce i curatori : i loro progetti, le loro visioni, i work in progress. Uno sguardo a 360 gradi sul contemporaneo, una bussola per orientarci tra immagini e immaginazione, presente e futuro delle arti visive.
L’ottavo incontro è dedicato a LINDA DI PIETRO, Direttrice Artistica del festival FAROUT

Da dove nasce Farout?
Farout nasce da tre elementi. Prima di tutto Milano: tra pre e post Covid ho percepito un vuoto. Le realtà che avevano fatto sperimentazione nei primi anni 2000 si erano istituzionalizzate, lasciando scoperto lo spazio della contaminazione tra discipline. Restavano piccoli collettivi underground, volutamente ai margini.
Poi BASE, che in quegli anni cercava un’identità più chiara: non più solo edificio o location, ma comunità. Infine la mia esperienza nel performativo, che ha dato direzione al progetto. Così abbiamo immaginato un festival ibrido, capace di muoversi tra linguaggi senza sovrapporsi ad altri poli cittadini come Music Innovation Hub o Milano Film Fest.

Quali sono stati i momenti cruciali?
La prima edizione del 2021, in pieno Covid, è stata esplosiva: il pubblico aveva bisogno di incontrarsi. Al centro dello spazio avevamo installato Gaia, la Grande Terra. Nonostante i limiti, quei corpi tornati a danzare erano pura energia.
Un altro passaggio importante è stato il 2022, con il ritorno della notte: albe, notti fondissime, 36 ore di programmazione continua. Dopo le restrizioni, una liberazione collettiva.
Negli ultimi due anni si è consolidata la qualità artistica: Mette Ingvartsen al Padiglione Visconti, Katerina Andreou con il suo “rave in macchina”, Silvia Calderoni e Ilenia Caleo come artiste associate. Momenti che hanno spinto Farout oltre i confini fisici di BASE, verso la città e la scena internazionale.

Chi sono le figure chiave?
Cito Silvia Calderoni e Ilenia Caleo. Le abbiamo invitate due anni fa, e da lì è nato un percorso che oggi le vede artiste associate. Non solo performer, ma curatrici, produttrici di pensiero e progetti. Con loro non si tratta più di ospitare uno spettacolo, ma di immaginare insieme il futuro del festival.
Come vivi la direzione artistica?
Per me è sempre stata plurale. Farout, come BASE, è multidimensionale: ha bisogno di più voci. Quest’anno oltre a Silvia e Ilenia lavoriamo con Linecheck, su una coproduzione tra musica e performance, e con il curatore spagnolo Manuel Cirauqui, che porta una mostra sul rapporto tra suono e tecnologia.


Quali valori guidano Farout?
Verso il pubblico: offrire un luogo dove vivere esperienze nuove, anche spiazzanti, che ti restano addosso. Accessibilità e interazione sono centrali: non uno spettatore passivo, ma parte dell’opera.
Verso gli artisti: aprire spazi a chi non ne ha. Qui non trovi i grandi nomi internazionali, ma le voci emergenti che fra dieci anni potrebbero esserlo.

Altri luoghi simbolici oltre BASE?
Sì, Cavalcavia: un progetto di arte nello spazio pubblico tra Giambellino, Barona, Stadera e Chiesa Rossa. Non colonizzare, ma creare scambi: da BASE ai quartieri e viceversa. Al Barrios, per esempio, restano le colonne-speaker dello studio Latte, oggi usate dalla comunità.
Collaboriamo anche con Milano Mediterranea, collettivo che promuove artisti di seconda generazione. Con loro quest’anno si intreccia anche il festival Twiza.


Le collaborazioni più significative?
Con Le Cannibale, dal primo anno. Con Moleskine presentiamo Jail Time Records, etichetta nata in Camerun all’interno di un carcere. E poi gli istituti culturali internazionali – Cervantes, Istituto Francese, Ambasciata di Norvegia – che ci aiutano a far emergere giovani artisti.
Quali sono le sfide più grandi?
La sfida di quest’anno è trasformare un festival di dieci giorni in un’esperienza di due mesi. Tenere viva l’attenzione della città non è semplice, ma necessario.
Un’altra sfida, in parte vinta, è essere diventati casa per una comunità di artisti. BASE era vista con curiosità, oggi è un riferimento. Grazie alle residenze, all’apertura nei momenti più difficili, alle prese di posizione politiche, si è formata una famiglia di creativi che ci abita.



Quanto pesa l’attualità?
Moltissimo. Inseriamo spesso talk e performance all’ultimo momento per rispondere a urgenze. Quest’anno ospitiamo Basel Zaraa con un lavoro sulla terra e sulle condizioni dei campi profughi palestinesi, e dedichiamo spazio alla precarietà del lavoro culturale con assemblee e azioni collettive.
Il filo conduttore del 2025 è il suono: l’ascolto come pratica politica ed estetica. Dalla mostra Resilence al dialogo con Linecheck, fino alle performance, vogliamo esplorare l’ecologia dell’ascolto, il rapporto tra silenzio, rumore e contesto.