Ho sempre avuto voglia di suonare. Anche con un approccio aggressivo: “adesso mi stai a sentire”.
Questo quasi prescindeva dal giudizio degli altri. La forza più grande era essere certissimo di quello che facevo. Senza stare a vedere chi avevo davanti.
Una volta mi dissero, “vedi Francesco, non devi più fare la musica per te, la devi fare per gli altri”…
Quando vai a Sanremo, ti metti davanti a tanta, tanta gente. E almeno la metà dirà “ma chi cazzo è questo, chi si crede di essere, guarda che faccia ha”.
So di non essere accomodante in questo…
Se ti prendi i primi cinque in classifica lo sono. E spesso non si capisce come la pensano.

Quando uno comincia a fare la musica per gli altri vuol dire che ha finito di farla per sé, vuol dire che hai finito di farla.
Quando ti interroghi su come la gente può reagire può anche arrivare un successo effimero che però poi crolla.
Le opere durature sono quelle dove l’artista se n’è sbattuto di quello che la gente, il pubblico, potesse pensare. Ed è così, è sempre così.
Pistola alla tempia: fase creativa in studio o live?
Fino a qualche mese fa ti avrei detto assolutamente la fase creativa. Però il concerto è come se fosse un festeggiamento di tutta la fatica che c’è dietro alla costruzione delle canzoni. Quando suono live non sento in nessun modo la stanchezza fisica.
Nel tour per “La fine dei vent’anni” abbiamo fatto centoventi concerti in un anno, e non ho mai perso la voce. E come vedi fumo ottanta milioni di sigarette e prima bevevo anche abbastanza.
Penso che la voce sia un collegamento fra te e gli altri. Infatti, se ci fai caso, uno non la perde perché urla forte, spesso la perde perché si incazza, a prescindere dallo sforzo.
Ero la persona più felice del mondo e dormivo tre ore a notte. Magari ora sarebbe diverso, insomma avevo trent’anni.
Voglio ritrovare quell’allineamento lì anche nella fase di scrittura delle canzoni, perché negli ultimi anni è successo che io latentemente avessi dei dubbi… alcuni fanno parte della fragilità di quando scrivi un disco, io poi sono pure della bilancia, non sarò mai sicuro di quello che faccio.
Adesso per me è fondamentale ritornare a capire perché lo faccio, ci sono momenti in cui sto sul palco e vorrei essere da un’altra parte, sto in studio e vorrei essere da un’altra parte, vuol dire che c’è qualcosa che non va.
Per esempio adesso il mio studio è a mia immagine e somiglianza, pieno di strumenti che suono tutti un po’ male. Ci ho messo tanti anni a creare questa situazione. Ma adesso ho capito che lì non riesco più a scrivere.
E’ chiaro che uno cerca sempre quello che non ha, però questo lavoro, forse più degli altri, ti deve far guardare indietro e ti deve far dire, laddove perdi un po’ la bussola, “ma io perché ho iniziato a fare questo mestiere?”.
Avevo fame perché non avevo una lira?
No, non è quello.

Allora chi te lo fa fare?
Quando ti butti in una faccenda che può essere una canzone, ti ritrovi a dire delle cose in una maniera spesso violenta, ma soprattutto lo dici per la prima volta. Lo dirai anche in una maniera che ti fa paura, hai paura di te stesso quando dici quella cosa.
Tante volte mi sono guardato indietro e ho detto “che cazzo è cambiato?”. E’ cambiato talmente tutto che è difficile ritornare in quella situazione lì.
Col passare del tempo e delle esperienze, diventiamo persone differenti, il modo in cui ci esprimiamo cambia, in modo organico. Io per esempio nella fotografia ho trovato che uno dei miei grandi nemici è l’idea. Quando vado su un set con un’idea, o viene una cagata o scegliamo qualcosa che non fa parte di quell’idea. E’ sempre così.
Lascio che siano le cose a cadermi addosso, e faccio un’operazione di selezione.
Un’altra cosa che trovo poco sana è la conoscenza tecnica esasperata. Come il musicista che viene dal conservatorio e suona 15 strumenti (Prince a parte) o il fotografo che conosce tutte le caratteristiche delle lenti e delle luci… è una condizione paradossalmente limitante.
Limitante è anche il tempo che si ha a disposizione per far qualcosa. Soprattutto quando ne hai troppo!
In molti casi ho fatto delle foto della madonna quando ne avevo poco, se ne avessi avuto di più magari l’energia che si creava sul set in quella situazione non sarebbe stata la stessa.
Sì, però se sei sicuro di una cosa fatta in poco tempo, non è nemmeno una questione di tempo, è una questione di sicurezza. Io a volte avevo delle idee che riguardandomi indietro dico, cazzo quella volta c’avevo ragione.

Io sono figlio unico, sono stato cresciuto solo da mia madre, e non penso sia un caso che abbia scelto la fotografia perché è un tipo di disciplina che mi consente di fare tutto da solo, soprattutto per i lavori personali.
Non porto neanche l’assistente.
Mentre per i musicisti c’è molto spesso la necessità di collaborare con altre persone. Hai fratelli?
Una sorella.
E mi piace collaborare. Ci sono dei momenti in cui io sto bene con gli altri, però ho bisogno di tutto un percorso di solitudine che fa sì che poi io abbia bisogno degli altri. E devo avere voglia di ritrovarmi con delle persone, in modo che queste non siano assolutamente necessarie. E devi anche avere la lucidità di
capire che quello che hai davanti a te è un’altro essere umano, non è solo quello che vuoi tu. E nei momenti di fragilità questa cosa è ancora più accentuata.
In casa c’era molta musica?
Mia madre sapeva suonare un pezzo e basta, che non mi ricordo come si chiamasse, però di questo pezzo strumentale mi raccontava la storia che c’era dietro. Per me è andato in automatico associare dei cambi armonici al fatto che quella storia poi prendesse una piega. Mio padre ogni tanto suonava la
chitarra, sono molto appassionati di musica, per lo più musica classica.
Per anni mi vantavo quasi di avere come ascolto della domenica il Requiem di Mozart, poi andando un bel po’ a fondo con l’analista mi sono anche detto, cazzo però la domenica il Requiem di Mozart non è proprio una roba di cui andare particolarmente fiero, è anche abbastanza dark. Poi ad un certo punto mi ricordo in macchina i miei ascoltavano Edoardo Bennato e io ero affascinato da queste storie.

Il primo Bennato?
Sì. Da tutte queste storie che poi ho scoperto essere delle feroci critiche al mondo discografico o a tante altre cose, però raccontate come fossero favole, e io non sono un grande amante delle favole, ma queste mi arrivavano. Tipo “L’isola che non c’è”, “Burattino senza fili”, “Rock di Capitano Uncino” Lui aveva qualcosa in più. E’ uno dei pochi che c’è sempre stato.
Anche perché quando ho iniziato a suonare ero affascinato dal folk, soprattutto dall’idea che con strumenti acustici potevi fare casino, non c’era bisogno di grossi amplificatori per cercare di trovare un modo punk nell’approccio alla musica. Infatti poi mi sono innamorato dei Violent Femmes, tre tizi che facevano folk punk.
A quel tempo avevo una band in cui c’era la chitarra acustica, io suonavo il rullante e l’altro suonava il basso acustico. Se non trovavamo locali in cui suonare lo facevamo per strada.
Per me era la cosa più bella del mondo. Non era un’urgenza espressiva, Non è che avevamo da dire delle cose, che cazzo dovevamo dire? A vent’anni cerchi solo di trovare la tua via. Un modo tuo di affrontare la vita.
Lo so che sembra poco poetico, ma all’inizio devi trovare un modo per piacere e per piacerti, quindi è per quello che tanti iniziano a suonare.
John Lennon ha sempre detto che lui ha deciso di essere un musicista quando ha visto un film in cui Brigitte Bardot si faceva un rocker. Ha detto io voglio fare rock, perché voglio Brigitte Bardot.
La grande verità è questa. Quando non capita solo a te ma capita anche ad altre persone che suonano con te, ti senti ancora meno solo.

Hai iniziato a suonare con il pianoforte?
Sì, Più o meno a 3 anni. Ci sono strumenti che hanno bisogno di molto più tempo per iniziare a divertirti, il pianoforte è uno di quelli. Per la chitarra ce ne vuole meno, perché una volta che hai imparato tre accordi puoi già trovare il tuo modo di cantare Lucio Battisti, per esempio.
Dopo qualche anno ovviamente ho smesso e volevo giocare a calcio e basta. Poi a 14 anni ho trovato questo insegnante che mi fece imparare “Rock around the clock” al pianoforte, e lì dissi cazzo allora ci si può divertire, posso dare fuoco al pianoforte come fa Jerry Lee Lewis.
Ad un certo punto ho avuto la febbre, alta, per due settimane. Lì ho iniziato a suonare qualsiasi cosa, da quel momento non ho mai smesso di farlo.
Due miei amici erano chitarrista e bassista, già c’avevano una band, fondamentalmente facevano cover dei Rage Against the Machine. Quando li andavo a vedere non sentivo l’esigenza di salire sul palco. La cosa è scattata dal giorno alla notte. Poi ad un certo punto siamo andati in un locale che era talmente piccolo che il batterista (peraltro in procinto di lasciare la band) non ci stava, quindi gli altri mi dissero “abbiamo trovato il batterista! l’abbiamo trovato!.” Mi mettono il rullante sopra la scrivania dicendomi “Sei tu!”
Ho fatto dei tour in cui suonavo la batteria in piedi, non sapendolo fare da seduto.
Facevo i tour con un gruppo che si chiama Pan del Diavolo, facevo tour in cui ero il batterista in piedi.
Col pianoforte questo approccio aggressivo non l’ho mai avuto. Ho sempre avuto paura, come fosse sempre più grande di me.
Adesso con questa cosa ho fatto pace, che per me vuol dire fare pace con l’infanzia.

E la cosa che ti ha fatto dire per conto tuo, “ok suono”? Al di là delle ragazze, però voglio dire un motore a livello di interesse musicale?
Adesso al liceo è molto più probabile che lo sfigato sia quello che non ascolta i primi 4 dischi in classifica, invece quando ero più piccolo era il contrario: eri uno sfigato se li ascoltavi. Mia sorella più grande mi ha passato una cassetta dei Violent Femmes, che in classifica non c’erano manco mai stati, e me ne sono innamorato.
Al tempo le cose che andavano, soprattutto in un momento come l’adolescenza, non erano cool per niente, ti andavi a trovare le cose che non ascoltavano tutti.
Quando ero piccolo io in realtà la musica italiana proprio non era cool, in nessun modo. Poi per me i Violent Femmes erano molto più importanti dei Beatles, anche se in Italia non se li cagava nessuno. Noi facevamo le cover dei VF e la gente pensava fossero canzoni nostre, figurati.
Anche i Nirvana, ti davano l’idea che quella musica l’avresti potuta fare te. Nel pop c’è sempre stata una mania di perfezione, e la perfezione è difficile da raggiungere. Non ti parlo solo di canzoni, ti parlo anche di come si vestiva Kurt Cobain: non si vestiva come gli altri, lo faceva in una maniera in cui tutti si
potevano vestire, però l’ha fatto lui.
L’idea di trovare la propria strada, e il coraggio che viene trasmesso da queste persone, ti faceva sentire meno solo, perché mentre le radio andavano in una direzione, mentre tutto il mainstream andava in una direzione, ci sono stati dei casi in cui hanno detto “no a me quella roba là mi fa schifo” “Ma te chi sei?”
“Io sono questo, magari sono sbagliato. Chissenefrega”.
Quando sei più piccolo secondo me c’è molta soddisfazione nel sentirsi in qualche modo diverso, ti autoalimenta.
E invece a un certo punto la vita ti porta anche ad andarci a cena con quelli che combattevi, e allora lì che cazzo fai? Lì come fai? Perché quella forza là si è trasformata? Perché non hai più la necessità di andare contro qualcosa?
Forse perché hai più voglia di stare bene rispetto a prima, prima non lo sapevi che cazzo voleva dire stare bene.
Infatti stavi da dio.

Divertirsi per me è estremamente importante. Uno deve divertirsi quando fa qualcosa, nel prodotto finale si sente, anche gli altri lo sentono… la gioia di una persona che fa qualcosa…
Però come ti dicevo prima, mentre faccio le canzoni non è così.
Non ti diverti?
A volte sì, però sono proprio piccoli momenti. Mi diverto quando finisco le cose, quando le chiudo.
Dopo che magari è tanto che sto dietro a una cosa che non mi torna, e poi riesco a capire perché. Quello è uno dei momenti di più grande felicità. In cui sono totalmente sicuro di quello che sto facendo.
Tipo quando ho fatto il primo disco, che non era un bel momento per me: la band non c’era più, io ero a Roma, non capivo che cazzo volevo fare nella vita, studiavo colonne sonore… e vedere poi quella fragilità trasformata in canzoni che mi piacevano di brutto è stata una gioia enorme. Invece, purtroppo, dopo ci sono stati anche dei momenti in cui, mentre cercavi una via tua per cercare di capire come stavi, per cercare di osservare le persone e raccontare anche le storie degli altri, si è passati al come lo
promuoviamo?, e le date del tour?, che vestito indossare?…
E’ una cosa che ovviamente si fa, però è un dispendio di energie che dovrebbero andare tutte nella musica, nelle canzoni. Spesso sono escamotage per non arrendersi di fronte al fatto che magari la canzone non c’è. Invece uno a volte si dovrebbe arrendere.
Quando faccio i film io mi trovo molto meglio, lì mi occupo solo della musica, per una roba che è più importante, che è il film. Il disco dovrebbe avere questo tipo di approccio.

Ti è capitato di dire che questo non funziona, lasciamo stare, questo pezzo?
Beh mi ha portato via tanto tempo perché spesso anziché cercare di capire qual fosse il problema, me ne inventavo di altri. Un po’ la storia del tizio che fa di tutto per sviare un processo di analisi su se stesso. La mente funziona proprio per non affrontare un certo tipo di problema. Da quel punto di vista la psicologa mi ha aiutato tanto.
Infatti mi è piaciuto il modo in cui ne hai parlato l’altra sera durante il live, la senti una cosa molto presente nella tua vita?
Beh quest’anno sì, perché comunque due volte a settimana sono tante.
Vai da una donna?
Sì.
Io vado da un uomo invece, ho provato con una donna ma mi viene molto difficile parlare onestamente, mi innamoro. Dicevo delle cose per fare sostanzialmente il figo.
Avevo fatto cognitivo comportamentale durante la pandemia, in un momento che adesso ho capito fosse depressione. Non ne uscivo. E’ stato proprio una coltellata. E forse per la prima volta nella mia vita mi ha fatto capire quali potessero essere delle cose su cui lavorare, quindi il fatto di essere stato così male in realtà ha pure avuto in qualche modo un lato positivo.
Anch’io l’ho vissuta molto male la pandemia, il periodo più brutto della mia vita. Mi creava un senso di impotenza e di vulnerabilità altissimo.
Mi ha fatto stare male anche vedere la gente che stava bene. Quello mi ha fatto sentire ancora più solo. Quelli che ti dicono “io l’ho vissuta benissimo”… non capisco come cazzo sia possibile.

Forse le persone che, con un posto fisso, ritirando comunque uno stipendio ogni mese, rimanendo a casa e facendo tutto da remoto… magari loro se la sono vissuta meglio, però per la gente che faceva un lavoro dove doveva produrre autonomamente e per di più con partita IVA… è stato difficile.
Magari sì. Però è stato un momento veramente brutto, e lì avevo iniziato col cognitivo comportamentale che però era troppo light. Soprattutto ad un certo punto mi ricordo quando mi disse,
“quando ti senti in questi momenti di solitudine magari appuntati delle cose” e io dissi “cazzo vent’anni che lo faccio, se bastasse quello non sarei qua” e quindi lì ho capito che mi stavo un po’ annoiando sinceramente. Dopo invece sono venuti fuori altri modi di analizzare il passato e il presente.
Io penso anche che sia cambiato, per certi versi, non tanto il mio modo di scrivere, non tanto nel tipo di scrittura, quanto nell’approccio. Come se prima fosse uno stato necessario, salvifico, che però non sempre c’è. Quindi io mi devo organizzare per gli altri giorni in cui non scrivo le canzoni, capito?
Non puoi stare sempre lì con la penna.
No, perché non tutti i giorni sei sul palco, e comunque ogni volta che sei sul palco devi tornare in albergo.
Ci sono stati dei momenti in cui magari finivo il tour, bisognava gestirli…
Ad un certo punto è come se fosse entrato in me un processo per cui quei picchi di felicità dentro di me mi facessero dire “stai attento, perché poi devi tornare in albergo”.
E questa cosa andava gestita.
Se riguardo tutti i miei dischi c’è sempre un’ossessiva curiosità sulla fine delle cose. Un disco si chiama “La fine dei vent’anni”, un altro “La musica è finita”, “La nostra ultima canzone”. Sono ossessionato da quella roba là.
Poi l’altro giorno pensavo a tante frasi dei miei dischi, “c’è un sole perfetto ma lei vuole la luna” ma anche tante altre in cui dici “occhio”…
C’è un brano che ho fatto con Danno del Colle der Fomento, in cui lui la dice bene. Dice “sto sole che mi bacia sulla fronte non mi convince per niente”.

Sei un po’ diffidente nei tuoi testi. C’è una frase bellissima in una traccia del tuo secondo disco, “non riesco a ricordare i nomi di chi mi abbraccia per far finta di aiutarmi” l’ho trovata molto livornese…
Tu ti consideri più livornese o più pisano?
La città, insieme a Roma, dove ho vissuto di più è Pisa, dove sono nato, ho passato molto tempo anche a Livorno, ma non mi considero troppo livornese. Sono poi andato via a vent’anni, per cui adesso Roma è da quest’anno, la città dove ho vissuto di più.
Però non sento l’attaccamento da nessuna parte.
A Roma ci ho trovato il mio modo di vivere la vita lontano dai miei genitori, quindi già per quello è importante.
Stasera mi sto auto analizzando… non l’ho mai detto a nessuno ma i ricordi più belli ce l’ho quando alla fine dell’adolescenza ho iniziato a suonare con altre due persone. Partivamo per andare in giro, andavamo a fare, non so Torino, Lecce, Brescia… si prendeva la macchina o il furgone e via!
C’è sempre stato questo bisogno di andare da altre parti… Anche per questo ho sofferto tanto in pandemia. Dovevo accettare il fatto di stare fermo, la cosa mi faceva incazzare, e dicevo “cazzo ma può essere il modo per capire quello che ho?? E’ come se io fossi stato legato per capire quello che avevo.

A me la pandemia ha portato una dipendenza al cinema incredibile. Se in una giornata vedevo solo quattro film voleva dire che avevo dormito troppo.
Ho sviscerato il cinema noir in tutte le sue forme: neo noir, pre noir, noir americano, europeo…
A me mi ha conciliato molto con l’alcol.
Io ho fatto una pandemia sanissima a parte le prime due settimane in cui ho finito tutta l’alcol che avevo in casa. Poi basta.
La mia ex mi faceva fare yoga, poi non sono più riuscito a fare yoga in vita mia perché lo associo a quei momenti.
A me in pandemia son mancati tanto i viaggi, che faccio anche e soprattutto per capire come sono fatto.
Guardo sempre gli annunci immobiliari ad un certo punto mi sono messo a cercarli a Nimbin Nimbin, è uno dei primi paesi fricchettoni del mondo. Vicino a Byron Bay in Australia, penso corrisponda quasi esattamente all’altra parte del mondo rispetto a dove siamo adesso… se cominci a scavare arrivi lì!
C’è sempre l’idea di sognare un’altra vita, dove sì cambia tutto.
O magari lo farei per andarmi a lamentare nell’emisfero australe…
Essendo andato via da casa per me è diventato normale lasciare dall’altra parte amici e affetti. Magari vado con Carolina…
Ricominciare da zero mi farebbe voglia. L’idea di levare tutte le cose che reputo indispensabili è un meccanismo che non mi fa necessariamente stare bene, però mi smuove a livello di creatività, anche sociale.
In tutti questi mesi senza bere ci sono stati dei momenti faticosi, però quando smetti qualcosa ti sembra di rinascere.
Io sono proprio proprio drogato di questi eccessi… quello che ti dicevo riguardo scendere dal palco, a un certo punto ho detto allora devo salire meno perché se no ho paura di stare troppo male dopo. Sto lavorando su queste sensazioni.
Il discorso dell’alcool ad esempio, ha a che fare con la socialità. Si dice “andiamo a bere qualcosa”, e ti rendi conto di alcuni meccanismi, di alcune situazioni in cui magari lo fai perché non sei particolarmente a tuo agio e lì ci pensi, e dici ma se non sono particolarmente a mio agio allora perché ci devo andare?
Sono sempre stato viziato da me stesso, se voglio una cosa la prendo. Ho avuto molta forza di volontà, l’idea di privarmi delle cose è una novità.
Grazie alla psicologa prima era tutto e subito! Tutto e tanto, che subito non va benissimo.
Penso spesso che tutto mi giri attorno. Una cosa che ho letto l’altro giorno: “ tutto quello che pensi non è necessariamente giusto, non devi necessariamente stare ad ascoltare quello che dice la tua mente”.

Segui spesso questo consiglio?
Quest’estate ho fatto una vacanza in Grecia, ed era la prima volta che viaggiavo da solo. Sono andato anche con la volontà di scrivere proprio perché in studio non ce la facevo. Sono stato a Skiatos e ho trovato questo airbnb con uno studio nella cantina, che aveva un paio di microfoni. Appena sono arrivato ho detto e adesso che cazzo voglio fare? E poi a Skiatos non c’ero mai stato… Sono andato al mare col chitarrino e in quel momento, quando mi sono messo a scrivere, per mezza giornata ho seriamente pensato di smettere di suonare per sempre.
Perché non ti veniva niente o perché quello che ti veniva non ti piaceva?
Entrambe le cose. Era come fissarmi di creare una situazione, come se la mente viaggiasse in accumulo. Non stavo particolarmente bene Poi ad un certo punto ho iniziato a scrivere e non mi sono più fermato.
E’ venuta fuori una canzone dopo tanto tanto tempo. Perché avevo mollato, avevo proprio mollato tutto, ero da solo. Ho provato a puntarmi le cose, ho provato a riaprire il cellulare per vedere le note vecchie che c’erano.
Stavo girando intorno a qualcosa ma questo qualcosa non esisteva.
Ci sono alcuni miei colleghi che fanno una sorta di tema: “in quella canzone parlo di quella cosa…”. io non sono così. Poi ci sono tante persone che magari canticchiano in un finto inglese una canzone perché cercano la melodia. A me questa cosa non è mai capitata, tutte le volte che l’ho provata a fare mi sono sentito un cretino… è come se tu trovassi prima il significante del significato. Non mi tornava proprio.
Magari tutto parte da una frase. Da un certo punto mi sono detto ma che cazzo lo faccio a fare? Forse effettivamente non c’è più lo stimolo come c’era prima, e nemmeno la chiarezza, la lucidità di affrontare una canzone, di capire da che parte partire.
Mi son detto basta, trovo un altro lavoro, faccio un’altra cosa.
In quel momento, quando ho mollato tutto ho iniziato a scrivere. Ho detto non so che cazzo sta succedendo però intanto lo scrivo, e quindi la prima frase che è venuta fuori: “Mentre guardi il mare ci ripensi che questa era la vita che volevi, ma come se qualcosa non bastasse per essere contento”, e lì mi sono detto, andiamo avanti!
Quando riesci ad avere la calma per sintetizzare anche un malessere, di cercare di fare un passetto alla volta.
E’ l’idea di girare intorno a un processo metacognitivo nelle canzoni, e partendo da lì a volte sono venute fuori invece delle immagini veramente chiare che mi hanno fatto scoprire delle altre cose.
Per esempio c’è una canzone che si chiama “Del Tempo che passa la felicità” che in realtà parlava di un giorno in cui la musica per me non sarebbe più stata un’ossessione, di quanto sarebbe stato bello essere felice smettendo di suonare. Poi da lì sono venute tantissime altre cose che parlavano del mio vivere quotidiano.
Penso che la terapia sia un grandissimo aiuto a livello creativo.
Proprio nel momento in cui ho mollato un attimo i remi sono venute fuori nove strofe in una mattina, e io per scrivere nove strofe ci metto di solito quattro anni. Poi l’ho ripresa in mano dopo qualche giorno per capire se quella era una sensazione che invecchiava bene col tempo. Per me è importante.

Anche per me quando scatto qualcosa… riguardo le foto se possibile anche una settimana dopo, per evitare che la fase di selezione e editing sia lontana dal coinvolgimento emotivo che avviene nella fase di scatto.
Quando faccio i dischi miei difficilmente riesco a capire lucidamente cosa devo aggiustare o cambiare, che mi riesce benissimo quando invece il pezzo è di un’altra persona
Anche a me spesso viene più facile fare un edit sulle immagini che hanno fatto gli altri. Non conosci la storia non sai come sia stata fatta.
A volte sulle mie faccio più fatica perché so tutto questo, conosco la genesi delle immagini che ho scattato.
Mi immagino questa cosa di cui stai parlando nelle foto che hai fatto a Lou Reed…
Mamma mia assolutamente. La cosa che mi ha più emozionato è stata preparare la playlist da suonare sul set. Ho pensato che cazzo gli faccio ascoltare a Lou Reed?!? Jazz, musica classica, doo wop?? Sticazzi, gli faccio una compilation di musica che ascoltavo io che però è stata influenzata da lui… Pavement, Dinosaur Jr., Television,… ad un certo punto esce fuori “Dirty Boots” e lui mi fa:
“cool sound! Who’s this??”
E io “Sonic Youth… Don’t you know them??”
“I Heard of them”
“Well they definitely Heard you!”
Si è messo a ghignare diabolicamente
E lì si è rotto il ghiaccio…
Che mito Lou!
Sempre sia lodato!

Comunque Matti, saranno i 40 anni, sarà l’alcool detox, però adesso individuo meglio quello che mi stufa. Già mi stanca scrivere, non è una roba che mi piace, quindi cercare di levare anche il superfluo, giustificare I miei gesti… è tutto più chiaro, anche più triste in certi versi, ma più chiaro.
Quando hai venti o trent’anni, riesci a trasformare tutte le cose che non capisci in qualcos’altro. Più vai avanti e più secondo me devi essere veramente sincero, perché sennò non c’è un cazzo di motivo.
Più vai avanti, più riesci ad avere un senso critico nei confronti delle cose. Il mio gusto con l’età si è fatto più mio, riesco a riconoscere più facilmente le cose che mi piacciono.
Da una parte le cose che sai fare sono quelle che ti piacciono, dall’altra hai bisogno di un momento di vertigine e cerchi di autodemolirti, in un processo che poi diventa faticoso. Adesso forse ho voglia di stare bene. Poi io ti dico queste cose oggi, vieni mercoledì e ti dirò tutto il contrario.