La musica, più in generale il suono, è sempre stata fondamentale per me, fin da bambino.
Conservo ancora delle registrazioni su cassetta nelle quali fingevo di essere un DJ alla radio:
“Ecco qui abbiamo con noi Madonna! Come stai Madonna?”
“Eh, tutto bene.”
“E allora ci canti qualche pezzo?”
“Certo si, pensavo di fare “True Blue”
“Ah, ok, fantastico. Ascoltiamo “True Blue” di Madonna.” E partiva “True Blue” o qualche altra canzone spesso cantata a cappella da me, oppure cantavo sopra l’originale.
Però la prima volta in cui ho pensato: “Ma che cazzo è questa musica?” é stato per un video della Blind, una compagnia di skateboard, diretto da Spike Jonze. Il video era in VHS, per cui il suono era ancora più abrasivo. Ad un certo punto partiva “My War” dei Black Flag… mai prima avevo sentito qualcosa di così. Mi arrivò in faccia come un pugno e nello stomaco come una carezza. Skateavo anche in maniera diversa dopo aver visto quel video, continuavo a sentire quel ritmo. Era come se mi parlasse, mi comprendesse. Mi sembrava di aver trovato qualcosa che fosse accordato a me, sullo stesso mio livello.

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Ti risuonava.
Sì, tantissimo. Un mio amico di Padova mi ha detto: “Questo è hardcore, se ti piace, ascolta questo”. e mi ha passato una cassetta. E in quella compilation c’era questo gruppo di Torino, i Peggio Punks. E a un certo punto scopro che, a settembre di quell’anno, avrebbero suonato a Vittorio Veneto… non ci potevo credere! E con la testa rasata, con le X sulle mani, da solo, con una maglietta degli Youth Of Today che mi aveva regalato un’amica e mi arriva sopra l’ombelico, sono andato a quel concerto. 20 anni dopo ho riorganizzato il concerto dei Peggio Punks, lo stesso giorno, nello stesso luogo, con lo stesso palco, la stessa persona alla cassa e lo stesso gruppo d’apertura, gli Abolition Point di Vittorio Veneto. Entrambe le band erano sciolte ormai da decine di anni.
Invece, poi il passaggio da lì alla musica suonata?
Skateando a Porto S.Margherita vicino a Caorle incontrai Paolo. Tra i nostri passatempi c’era quello di far finta di suonare. Ci trovavamo a casa mia, mettevamo i dischi e facevamo finta di essere a un concerto hardcore. Veniva giù tutta la camera, il letto era il palco, facevamo stage diving buttandoci giù dagli armadi sopra delle pile di cuscini, le racchette da tennis erano le chitarre.
A un certo punto inevitabilmente abbiamo deciso di suonare davvero.
Nacquero gli Hold The Reins, un gruppo straight edge con il quale suonammo credo quattro concerti.
Quando ci siamo sciolti, sono nati immediatamente i “With Love”.
L’hardcore non è solo musica. È una forma di attivismo. A Vittorio Veneto non c’era veramente nessuno che ascoltasse hardcore. Ero isolato e sicuramente With Love furono per me anche espressione di questo sentire.
Adoro i “With Love”. Mi ricordo uno dei vostri primi concerti che ho fotografato: Giotto (chitarra) che suonava questi riff kraut-punk, Nicolò che batteva sulla batteria tutto sghembo e contorto, Giovanni (basso) che suonava a testa in giù, tu che urlavi in faccia al pubblico, prima di saltargli in testa. Da dove veniva il vostro nome?
La data del nostro primo concerto è il primo aprile del ’95. Non avevamo ancora un nome.
Infatti, nel flyer – una roba orrenda che avevo fatto io – noi eravamo chiamati con un punto di domanda. Dopo il concerto, ci siamo seduti in un angolo, Io Paolo, e credo anche Giovanni.
Io ho detto: “Perché non ci chiamiamo With Love?” Un po’ come si concludono le lettere, un medium intimo e personale. Noi sapevamo che volevamo fare qualcosa che avesse una componente personale ed emotiva molto forte, sebbene con un atteggiamento di opposizione sociale. Mantenendo testi molto intimi. E in un genere come l’hardcore, dove l’odio era molto importante, molto sentito, molto manifesto, andare in antitesi mi sembrava anche un modo per provocare proprio tutti. Ancor di più.

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Coi With Love avete fatto un bel po’ di tour
Sì abbiamo fatto Stati Uniti, Giappone e poi tutta Europa più volte. Quella nicchia hardcore al tempo girava nei centri sociali, negli “squat” in giro per tutta Europa. Una bellissima scena…
Eravamo contatto con gente come noi, che viveva in Belgio, Olanda, Germania etc che di colpo mi scriveva e mi diceva: “Venite a suonare?” E noi rispondevamo: “Sì, certo”. Era una roba veramente fatta per la gente, senza nessun tipo di pretesa economica, ma solo con l’idea di essere attivi nel sotterraneo, rivendicando la possibilità di fare qualcosa che ci piacesse, al di fuori dei circuiti ufficiali.
Poi sono arrivati i Ninos Du Brasil…
Ninos du Brasil nascono come uno scherzo. Con i “With Love” sembrava venir meno quella parte ostile che avevamo sempre avuto, sebbene il pubblico ci fosse sempre, anzi venisse anche più numeroso. Non riuscivamo più a provocare tanto, era come se predicassimo ai convertiti. E visto che l’attitudine è sempre stata molto importante per noi, a un certo punto è venuta fuori questa idea, ho detto a Nicolò: “Immagina se venissimo fuori, prima del concerto (dei With Love) solo io e te travestiti in modo da non essere riconosciuti, e suonassimo con due timpani solo “boom boom boom boom boom” ripetendo “Ninos Du Brasil”. L’idea ci faceva molto ridere.
Le prime performance dimostravano di avere un potenziale pazzesco.
Da lì abbiamo detto: “Proviamo a registrare un album”. E così è uscito il primo disco “Muito NDB”, che è stato ben accolto. I Ninos hanno cominciato a girare in tutta Italia con alcune buone date all’estero. Quando è uscito il secondo album “Novos Misterios”, siamo un po’ esplosi a livello internazionale. E con “Vida Eterna” c’è stato un ulteriore passo: concerti dalla Cina al Giappone, Africa, Sud America, Stati Uniti, Europa tutta. Sebbene l’attitudine fosse sempre la stessa, le venues erano diverse rispetto ai With Love. Come Ninos du Brasil abbiamo sempre girato nei club e nei grossi festival ma anche centri sociali oppure il party di Chanel ad Amburgo.



La cosa bella è che non cambiavate in base al contenitore, era il contenitore che cambiava in base a voi. Avevate un pubblico molto trasversale, di tutte le età, di tutte le classi sociali, di tutti i background. I “Ninos du Brasil” sono in stand-by?
Stiamo ultimando delle nuove registrazioni. La pandemia ha fatto slittare l’uscita dell’album precedente di oltre due anni. Quel periodo è stato molto penalizzante per il progetto malgrado Ninos Du Brasil siano stata l’unica band al mondo ad andare in tour durante il lock down: venti concerti in venti giorni, uno per ogni regione d’Italia ospitato per la maggior parte da persone a noi sconosciute in casa propria. Abbiamo anche realizzato un documentario su questa esperienza (“IONOI” 2022, diretto da Nico Vascellari. n.d.r.).
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Alla fine I tuoi live sono sempre stati simili a delle performance artistiche. Com’è iniziato il tuo rapporto con l’arte?
I miei genitori erano insegnanti, e mi hanno trasmesso l’amore per la cultura e per l’arte.
Fin da quando ero bambino, mi hanno portato in giro per le capitali europee a visitare i grandi monumenti e musei. Mai di arte contemporanea. C’è stata una mostra che mi ha veramente
segnato, Antonio Ligabue a Cencenighe, un posto vicino a Vittorio Veneto, con tantissimi quadri.
Avevo 7-8 anni. Sono uscito da quel museo completamente rapito da ciò che avevo visto. Avevo chiesto a mio padre di comprare un’opera. Per Natale ora gli ho regalata un piccolo disegno di Ligabue ringraziandolo perché so che quell’esperienza mi ha veramente segnato. Questa scintilla si è poi riaccesa durante i tour con i With Love. Ad un certo punto tra un concerto e l’altro decisi di dedicare il tempo libero per visitare i musei delle città nelle quali suonavamo: Barcellona, Monaco, Vienna, Bruxelles…
Gli altri andavano a skateare io invece avevo questi taccuini in cui prendevo appunti sugli artisti che mi intrigavano: Bruce Nauman, Mike Kelley, Hermann Nitsch, Rudolf Schwarzkogler….
Un’altra mostra che mi ha profondamente colpito è stata quella di Basquiat al Revoltella di Trieste. Sono andato a vederla tre volte, mi folgorò.
Nei musei cominciavo a vedere cose che mi piacevano, mi interessavano e per alcuni aspetti mancavano nei concerti: Il controllo totale sulla luce, sullo spazio e, più in generale, la capacità di poter gestire le cose con precisione.
Della dimensione concerto apprezzavo la spontaneità, il contatto fisico, un po’ di paura, l’idea di essere minacciato, una certa violenza, l’impossibilità di sapere fino in fondo ciò che sarebbe potuto succedere… Durante un live può capitare che ti voli qualcuno in testa….Allo stesso tempo ai concerti mi sarebbe piaciuto poter spostare il palco e metterlo davanti alla porta d’ingresso, oppure chiudere la porta d’entrata e dire alle persone che devono entrare dalla finestra. Da questi semplici pensieri ho cominciato con le prime performance in cui ad esempio il pubblico veniva chiuso a chiave dentro una stanza e guardava dalle finestre quello che io facevo nella strada.
Aveva a che fare con l’improvvisazione, essere davanti a persone impreparate a ciò che avrei fatto. Ispirandomi a quello che ho imparato durante i concerti.


Le tue performance sono qualcosa dall’outcome imprevedibile.
Sì, anche se fa parte di una forma di controllo, perché le spingo io in quella direzione. Sono io che stabilisco delle regole, dei processi, delle metodologie che mi portano spesso ad essere
in balia degli eventi. Devo costantemente adattarmi o inventare delle soluzioni alle problematiche che si vanno manifestando. Anche se a livello di presentazione il mio lavoro è molto basato su schemi molto rigidi. Se pensi ai Nidi (Vetrina in vetro e legno dipinto di bianco contenente parti di nidi di uccello. I nidi, raccolti e scomposti dall’artista, vengono presentati ordinati per grandezza e materiale), la metodologia impone una disciplina piuttosto rigida.
Hai una routine lavorativa?
Vorrei risponderti di no ma la verità è che, salvo quando viaggio, tendo a stare in studio dalle 9 del mattino ogni giorno. Lo faccio anche per stare in contatto con le persone che lavorano con me. Abbiamo moltissima logistica da gestire.


Noi ci siamo conosciuti nell’ambiente di Fabrica (Centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton, con sede fuori Treviso, fondato da Oliviero Toscani, dove ogni anno venivano selezionati da tutte le parti del mondo talenti under 25 per lavorare a progetti commerciali e personali nel campo della musica, design, fotografia, video n.d.r.). Io arrivavo e tu eri andato via da qualche mese…
Leggenda vuole che io sia stato l’ultima persona approvata da Toscani, ma ero stato proposto da Jaime Hayon.
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Avevi già iniziato a produrre a livello artistico?
Non esattamente. Ho scoperto l’esistenza di Fabrica dopo aver annunciato ai miei genitori di voler lasciare l’università per fare l’artista. Mio padre mi rispose: “L’artista un cazzo! O studi o lavori!”.
Fabrica era un posto in bilico tra lavoro e scuola: percepivi uno stipendio eseguendo lavori commerciali e lavorando a progetto. C’era parecchio studio, tanta esperienza tramite i workshop, e il confronto con persone che venivano da tutto il mondo.
Quindi mi son preso tre mesi per preparare la domanda per entrare.
Al tempo non sapevo nemmeno cosa fosse un portfolio. A Fabrica avevo mandato uno scatolone di cartone con dentro di tutto: VHS e CD dei concerti con i “With Love”, articoli di giornali vari usciti per qualche azione non proprio legale che avevo compiuto… Il tutto presentato con un packaging riciclato con allegata la spiegazione del perché io riciclavo i materiali, c’era veramente di tutto. Le cose non erano neanche presentate all’interno di un unico folder, erano sparse al suo interno. Il portfolio era uno scatolone di cartone.
La mia fortuna è stata che la persona ad aprire la mia caotica presentazione sia stata Jaime, che aveva visto un concerto dei “With Love” un paio di settimane prima. E avendo capito chi fossi ha prestato attenzione. Mi ha proposto ad Oliviero che ha detto: “Se tu pensi sia valido prendiamolo.”
Mi hanno messo al dipartimento di design da poco passato sotto la direzione di Jaime che gli aveva dato una direzione molto aperta, stimolante sotto ogni punto di vista.
Tanti miei collaboratori, persone con le quali ho continuato a lavorare, le ho conosciute lì. E poi io me ne sono andato via da Fabrica quando mi hanno chiesto di diventare consulente e invece sentivo proprio l’esigenza di cominciare a fare le mie cose.
Nel 2002 c’era stata la mostra da Giorgio Camuffo a Venezia, dove avevo messo assieme un corpo di lavoro basato su cinque performance.
L’unica condizione che mi aveva dato Giorgio per fare la mostra era che fosse accompagnata da un testo di un curatore. Risposi a Giorgio di si, di non preoccuparsi ma la verità era che non conoscevo nessun curatore. Non uno. Vivevo a Rotterdam in quel periodo e visitando il Boymans incontrai casualmente Maurizio Cattelan. Mi presentai, scambiammo giusto due parole e ci salutammo. Tornando in bici verso casa ricordo pensai “questo Cattelan ha fatto un sacco di scherzi, cose divertenti, secondo me non si arrabbierebbe se io chiamassi Camuffo e dicessi che scriverà lui il testo”. Ho chiamato Giorgio e ho detto “guarda ho incontrato Cattelan gli è piaciuto un casino il lavoro, ha detto che il testo lo scriverà lui”. Giorgio entusiasta mi chiede di invitarlo all’opening, io gli rispondo che verrà sicuramente. Per cui ho scritto io il testo, firmato da Cattelan, elogiando la mia ricerca.




E lui è venuto a saperlo?
Sì, glielo ho detto io anni dopo. La cosa lo ha divertito molto!
All’inizio appunto non avendo contatti con il mondo dell’arte, non sapendo nulla di come funzionasse, non conoscendone le regole, mi muovevo con molta agilità, pensando che fosse necessario fare così. Prendevo i cataloghi degli artisti che mi piacevano e guardavo alla fine nel curriculum se avevano fatto delle mostre in gallerie italiane. Le chiamavo, dicendo che ero Renzo Di Renzo (il direttore di Fabrica n.d.r.), che raramente mi spendevo per qualcuno, ma c’era un artista che non poteva non essere segnalato perché era un grosso talento, veramente incredibile, un fuoriclasse. Tutto crollava nel momento in cui mi chiedevano il portfolio…
La prima mostra all’estero l’ho fatta in un museo a Rotterdam, un’altra artista che abitava lì, si è interessata al mio lavoro e mi ha presentato ad un curatore che mi ha proposto una collettiva.
Per qualche ragione risposi che non ero interessato alle collettive in quel momento e che eventualmente avrei presentato un’idea per una mostra personale. Rimase interdetto ma accettò. Mandai il progetto una settimana dopo e con mio grande stupore venne accolto. La mostra divenne l’evento principale di un festival della cultura organizzava.
Non conoscere le regole, il diktat comportamentale, inizialmente mi ha dato grande libertà. Poi, piano piano, quando capisci le cose, incominci ad essere un po’ più guardingo, però la mia spregiudicatezza iniziale mi ha portato tante opportunità.
All’inizio, poi, non avevo veramente una lira, per cui dovevo cercare di trovare modo per fare cose.
Una volta per esempio, sempre a Rotterdam, sentii i miei amici designers lamentarsi del fatto che gli stand alla Fiera erano troppo costosi e che non sarebbero riusciti a partecipare. Pensai che molti di loro avevano figli. Decisi di mandare una mail alla fiera proponendo di occuparmi della progettazione di un kindergarten, un servizio che la fiera avrebbe offerto ai visitatori.
Accettarono e quello divenne il mio stand alla fiera. Progettai dei giocattoli che poi vendevo.
All’inizio avevo tantissimi di questi escamotage. Questa era una cosa che ho imparato all’interno dell’etica del “do it yourself”, di cercare sempre di trovare una soluzione, di adattarmi alla situazione e di avere un’autonomia. Fare di necessità virtù.
Cosa ti infastidisce a livello artistico? Cosa non sopporti?
Posso senz’altro dirti che apprezzo l’arte autentica. Senza alcunché di strategico.
