PASSAPAROLA – Il teatro portato fuori – VOLUME 2 Episodio 1 – Nicolas Ballario

Fotografie di Giorgio Galimberti

Intervista di Emilia Jacobacci

Torna una nuova edizione di Passaparola, il format che racconta il teatro portato fuori, realizzato in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano. Per la prima uscita siamo andati a vedere Bidibibodibiboo di Francesco Alberici in compagnia di Nicolas Ballario. Vi raccontiamo com’è andata.

Partiamo dal titolo: Bidibibodibiboo è la formula magica di un incantesimo, la parola capace di realizzare i desideri trasformando i sogni in realtà. Nello spettacolo di Francesco Alberici ci troviamo a fare i conti con una realtà in cui, invece, la realizzazione di sé è schiacciata dalle pressioni di una società sempre più competitiva. Nel tuo percorso professionale qual è stato, se c’è stato, l’impasse più difficile che ti sei trovato ad affrontare?
Il vero impasse sono state le generazioni nate prima della mia. Hanno un approccio verticale al lavoro e tutti quanti non facevano altro che ripetermi “concentrati su una cosa e fai bene quella”. Anzitutto mi viene da dire: come se davvero bastasse, saper far bene una cosa! Io nella mia carriera ho sempre cercato di fare il contrario, soprattutto considerando l’ambito nel quale lavoro. Ho voluto imparare a fare radio, tv, a scrivere, a muovermi nel campo della comunicazione e anche in quello della produzione. Ecco il vero problema è stato, all’inizio, spiegare che lavoro facessi e questa cosa insospettiva chiunque fosse più vecchio di me. Non lo so ancora adesso che lavoro faccio di preciso e questo mi ha portato a impegnarmi per essere io stesso, con la mia personalità e la mia attitudine, il valore aggiunto. Non ho bisogno di ruoli o titoli a identificarmi.

Al centro di questo testo c’è una vicenda di mobbing ad opera di un’importante multinazionale, espressione di una politica del lavoro in cui la persona esiste solo in funzione della sua capacità produttiva. Eppure, nel corso dello spettacolo, anche il Teatro, l’Arte in generale, si rivelano soggetti a questa dinamica che non perdona: il successo è il grande mito del nostro tempo. Pensi anche tu, come diceva Andy Warhol, che essere bravi negli affari è il tipo di arte più affascinante?
Forse sì, ma credo che questa cosa da sola non basti più. Non è più tempo per yuppies o parvenus che si sanno muovere bene. Anche nel mondo della cultura avere fiuto per gli affari serve, ma se sei una scatola vuota dopo un po’ ti sgamano: ancora una volta, credo che la mia generazione e soprattutto quella dopo di me, siano più accorte e intelligenti. E poi bisogna dire che l’arte, e credo anche il teatro, dia impiego a pochi: poter campare di questi mestieri è un terno al lotto. Più che tante persone intente a fare affari, ne vedo molte pronte a tutto per mantenere la propria piccola posizione.

Bidibibodibiboo affronta il tema complesso della nostra realizzazione umana attraverso il lavoro nella
società attuale ma è anche uno spettacolo in cui si ride, si salta – letteralmente – sulla sedia e non
mancano colpi di scena. Anche tu, nel tuo lavoro, hai da sempre giocato con l’arte con leggerezza
uscendo dai cliché per cui il teatro è associato a una cultura d’élite di difficile accesso. Il futuro è pop?
Mi sono sempre dato una regola: si guarda alla comunità scientifica per i contenuti e al pubblico per il
linguaggio. Facendo così, difficilmente si sbaglia. E più che un futuro pop, vedo un futuro in cui anche le
cose più profonde possono essere proposte a un pubblico vasto. Le persone sono sempre più colte e in
un mondo in cui si scrolla un video ogni cinque secondi, vedo voglia di cultura. L’arte contemporanea è
stata per decenni arroccata in un castello dalle altissime mura per paura di farsi contaminare. Quando
finalmente ha aperto le porte si è accorta che in quel castello nessuno voleva entrarci. Adesso il lavoro
duro è convincere la gente che l’arte contemporanea non è una presa per il culo. O almeno non sempre.

Nel libretto di scena è riprodotta nella prima pagina l’immagine dell’opera (quasi) omonima di Maurizio Cattelan Bidibidobidiboo che ha ispirato Francesco Alberici nella scelta del titolo dello spettacolo e che ha dato nome anche a un tuo podcast per la RAI. Lo scoiattolo qui, più che l’animale delle favole, è un po’ un topo in gabbia prigioniero di una vita alienante e decide per il suicidio: quale incantesimo ci salverà?
Quella di Cattelan si chiama “bidibidobidiboo”, con una lettera sbagliata. È del 1996 e vede al centro uno scoiattolo, di dimensioni reali, riverso su un tavolo giallo, un po’ triste e spoglio, di una mini cucina a misura di roditore. Alberici questa cucina l’ha ingrandita e al posto dello scoiattolo c’è lui, c’è la sua storia. Come nell’opera, lo spettacolo ci dice che nessuna formula magica può salvarci dalle disgrazie della vita. Viene sovvertito l’immaginario disneyano, forse riferendosi proprio a Cip e Ciop, quei due simpatici scoiattoli parlanti che a me da bambino facevano tanto ridere, che si cacciano sempre nei guai. E a teatro mi sono sentito un cretino: Dio quanto erano retorici quei cartoni. Cip e Ciop erano due super star, il nostro scoiattolo invece no e si vede da quell’appartamento squallido che abitava. Ripeto, non c’è incantesimo che possa salvarci. Anzi, forse c’è un incantesimo da infrangere: la maledizione della performance a ogni costo. Se ci liberassimo di questo, capiremmo che fallire è giusto quanto invece riuscire. Proprio per questo adesso odio Cip e Ciop.

Nella pièce viene introdotto fin da subito il tema del valore del tempo nella relazione tutta occidentale con la produttività e la conseguente pressione che ne deriva per cui – scrive Alberici nelle note di regia – “ormai il tempo libero non è altro che tempo perso”. Siamo tutti soggetti a
questa ansia performativa? Dacci il tuo antidoto.

L’antidoto è distogliere lo sguardo. Perché anche un obiettivo grande quanto una formica, se continui a fissarlo, diventa un elefante.

Bidibibodibiboo è uno spettacolo giovane che parla (anche) ai giovani. Parla della necessità di alzare la voce per i propri diritti,
parla di sogni, di ingiustizia e di libertà. Tu vieni da una gioventù di militanza radicale e dalla scuola provocatoria di Oliviero
Toscani: sono finiti i tempi delle grandi battaglie?
Sicuramente è finito quel modello. Ai ragazzi di oggi la politica in quel senso non interessa più. Però sono anche molto più lucidi
rispetto ai loro diritti e sono capaci, al contrario di noi, di dire no. Di rinunciare. Penso che questo alla lunga funzionerà: urlano meno
di quanto facessero, a vent’anni, quelli come me – che di fianco a Pannella mi sentivo un leone e sbraitavo in piazza -ma lentamente
stanno erodendo un sistema. Lo fanno con molte contraddizioni e con tante ingenuità, ma quelle le abbiamo avute tutti.

Il meccanismo narrativo è costruito con un intreccio di diversi piani che lascia la storia volutamente sospesa e aperta senza dirci com’è finita veramente la faccenda. Come a dire: il futuro è il finale che scriveremo noi tutti. Più che dare una risposta, Bidibibodibiboo fa uscire il criceto dalla ruota, libera lo scoiattolo prima che sia portato al suicidio e ci chiede verso cosa stiamo correndo. Tu lo sai?

No e non voglio saperlo. Questa è la grandezza dell’arte e anche di questo spettacolo: sono sicuro che Alberici nella sua testa avesse un finale ben preciso, ma ha lasciato che chiunque fosse in sala costruisse il proprio. Lo stesso, per rispondere alla domanda, vale per la vita: se sapessimo di preciso verso cosa stiamo correndo, probabilmente, ci ammazzeremmo prima.