Fotografie di Giulio Piscitelli
Napoli è una città viva e rovinata. Tutto è bello, orrendo e in disordine, niente funziona bene tranne il passato. Ma tutto è possibile. Gli esperimenti marini più̀ importanti del Mediterraneo, le speculazioni più colossali e fasulle, le storie più incredibili e piacevoli, le persone più nobili e declassate, le cose più inutili e intelligenti si trovano qui. Con sfondo di sole e di mare. Anche le cose più ingenue e contorte che scendono negli abissi dell’anima prosperano qui meglio che altrove. Se ci fosse una capitale dell’anima, a metà tra oriente e occidente, tra sensi e filosofia, tra onore e imbroglio, avrebbe sede qui. (Stanislao Nievo)
Napoli è una città con tanti volti, spesso contrapposti che consuma la sua bellezza e sopravvive alla sua ferocia lasciva condivisa con tutti i suoi avventori. Una città dalla storia millenaria, amata e odiata da chi la vive tutti i giorni e da chi la visita solo per un breve periodo.
Una città che prospera di opposti, dalla violenza nelle strade, alla sua vitalità e ospitalità; dalla cultura antica della sua gente e l’arte che permeano le sue strade, al degrado di cui è vittima e carnefice. Un luogo dove è possibile trovare contemporaneamente lo stile e la raffinatezza insieme alla volgarità ed il kitch, in tutti i casi carichi di significati e simbolismi che gli stessi napoletani stentano a capire. Città che nei secoli è stata resistente ai soprusi, ma allo stesso tempo indolente davanti alle ingiustizie e le miserie che la contraddistinguono.
Una città dove il reale e il teatrale sono spesso inscindibili, rendendola difficilmente catalogabile e paragonabile.
Una delle grandi capitali del Mediterraneo meridionale continuamente in bilico tra il suo rinnovamento e l’impossibilità di miglioramento dovuta alla sua povertà e strafottenza.
Napoli è un continuo mostrare ed esteriorizzare: dai corpi lasciati sul selciato dalle infinite guerre di camorra, alla teatralizzazione nelle strade, necessaria per vendere il “prodotto” Napoli nel periodo del turismo di massa; dall’immagine della città cartolina a quella delle proteste per la mancanza di lavoro e prospettive.
Tutto sul banco e sotto gli occhi di tutti, come in una macelleria dove si può scegliere il pezzo di carne che si preferisce: da pregiato filetto, allo scarto di maiale utile per cucinare una umile pasta e fagioli.
Ecco, Napoli è un banco di macelleria, una Chianca, volendo utilizzare un termine dialettale antico.
Da questa prospettiva non credo sia possibile affrontare, per me che sono un figlio di questi luoghi, il racconto di Napoli solo attraverso un approccio documentaristico, ma mischiando quest’ultimo con una serie di sensazioni trasformate in fotografie.
Una serie di immagini che si configura come un esercizio di catalogazione di esperienze legate alla mia professione di fotografo documentarista, ma anche del mio vissuto personale, spesso non direttamente legato alla volontà di raccontare specificamente qualcosa.
Questo non è esattamente un reportage giornalistico, ma più un punto di vista, una serie di post-it sul luogo che vivo; che è una madre ma anche un orco per i suoi figli e i suoi avventori, che la amano e la odiano, in un continuo vortice caotico che da sempre caratterizza questa parte del sud Italia.






























