I STAY, I RESIST

Fotografie di Alessio Cassaro

Rubrica: Periscope
A cura di Claudio Composti
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Quattordici storie libanesi di quotidiana resistenza di fronte alle continue aggressioni israeliane. Il progetto racconta le storie di vita di persone che hanno vissuto a Beirut in due mesi di indiscriminati attacchi israeliani, condividendo le loro quotidianità, le loro passioni, e il loro concetto di resistenza alla distruzione. Colmando un vuoto lasciato dai media concentrati meramente sulle breaking news, il progetto ritrae la vita di persone che, nonostante le circostanze, hanno scelto di restare: quindi, di resistere.

ZIAD SLEIMAN - Ziad Sleiman, chirurgo plastico ricostruttivo del reparto ustionati dell’ospedale Geitawi - l’unico in tutto il Libano adeguatamente attrezzato - posa rapidamente circondato dai suoi colleghi in una tipica giornata di lavoro. Il reparto ha una capacità di nove posti letto, ma è riuscito ad aumentarli a 25 con l’aiuto del Ministero della Salute per far fronte all’afflusso di pazienti feriti dagli attacchi aerei israeliani, che vanno e vengono dall’inizio della guerra. “Essendo l’unica unità specializzata del Paese attrezzata per trattare le ustioni, negli ultimi due mesi ci siamo occupati solo di casi gravi. Tuttavia, non abbiamo spazio per tutti i pazienti e la scelta più difficile è decidere di chi prendersi cura.”
FADI FARRAN - Fadi Farran fuma shisha sulla spiaggia di Ramlet el-Baida, nel sud di Beirut, con in sottofondo l’eco del costante ronzio dei droni israeliani. Per anni ha lavorato come impiegato in uno degli stabilimenti balneari, ma da quando la guerra ha raggiunto Beirut, invece che dei vacanzieri, ha iniziato a occuparsi delle migliaia di sfollati che sono fuggiti dal sud, non avendo altro posto dove andare: inclusa la sua stessa famiglia. “Anche se il mio lavoro è cambiato, il suo scopo è simile: dare un momento di riposo a chi non ne ha. Queste famiglie, come noi, hanno perso tutto.”
HAMZA ABDELKADER - Hamza Abdelkader, 24 anni, circondato da illustrazioni d’arte, libri, strumenti musicali, a Sole Insight, la caffetteria in cui lavora. Sullo sfondo, i suoi migliori amici e colleghi discutono di questioni filosofiche. “Abbiamo persino dato al drone MK un nome beffardo, Umm Kamal, la madre di Kamal. Quando mi sveglio e il suo ronzio non c’è, per un attimo credo che la guerra sia finita.”
ABBOUDI BOU JAOUDE - Abboudi Bou è in piedi, fieramente sorridente, circondato dalla sua collezione di poster, libri, fotografie, cassette, vinili e CD. In sessant’anni di quella che lui chiama la sua gioia, e non solo il suo lavoro, ha raccolto 20 mila poster cinematografici da tutto il mondo. La sua passione, che non si è fermata nemmeno durante i quindici anni di guerra civile libanese, continua ancora oggi, nonostante le difficili circostanze dell’ennesimo conflitto che il Libano sta attraversando. “Beirut è sempre Beirut, nonostante molte cose siano cambiate nel tempo. Ma c’è sempre spazio per la vita.”
AYA - Aya posa sotto la luce calda dei lampadari di Kalei, la torrefazione di Ras Beirut ospitata in una residenza storica del tardo 1800, in cui lavora, e dove ha trovato una comunità che considera la sua seconda casa. “L’unica differenza è che invece di ‘come stai’ abbiamo iniziato a chiederci l’un l’altro ‘stai bene’. Ma la perseveranza della nostra comunità è reale, le persone intorno a noi danno un senso alla vita semplicemente restando.”
SAMI BIKHAZI - Sami Bikhazi si gode un raggio di sole affacciandosi alla finestra del suo ristorante nella vivace Ras Beirut, in attesa che entrino i clienti. Nata e cresciuta nel quartiere che ha visto cambiare tante volte nel tempo, offre il suo tempo per dare conforto a tutti i passanti: dagli studenti universitari che sentono la nostalgia di casa, che lei considera come suoi figli, alle famiglie sfollate dalle zone bombardate, due delle quali sono ospitate nel suo edificio. “Ho aperto questo ristorante per divertimento e per amore dei miei vicini. Oggi offro uno spazio di conforto a chiunque abbia bisogno di un pasto caldo e di qualcuno con cui parlare.”
PHILIPPE SAFAR - Philippe Safar ci ospita per un viaggio indietro nel tempo, mentre apre le porte del salone da barba, il Safar Salon, aperto da suo padre nel 1930, e di cui ha preso le redini. Tutto, da allora, è rimasto uguale: l’etichetta incisa sul poggiapiedi in acciaio; le foto in bianco e nero degli habitué Kamal Joumblatt, Raymond Eddé, Nawaf Salam, Peter Dorman; il vecchio telefono anni ’70, accanto al quale si legge su un foglietto scritto a mano il numero; il pennello da barba, le forbici, il rasoio d’acciaio, allineati sul marmo pulito. “L’unica cosa che ho modificato dopo la morte di mio padre è stata ridipingere tutto di blu, perché è così che vedo la vita: il blu del cielo e del mare di questa città. Cosa c’è di più bello e appagante?”
JAMIL QASIM - Jamil Qasim nel mezzo dell’affollato mercato delle pulci di Beirut, il Souq El-Ahad, dove la guerra non è che un miraggio e la vita sembra procedere indisturbata. Professore universitario in pensione, tutti i sabati e le domeniche apre il suo stand di libri di poesia, arte, critica letteraria e filosofia, circondato da vestiti di seconda mano, antiquariato, prodotti per la casa e dolciumi, con l’eco dei venditori ambulanti che annunciano offerte. “L’arte appartiene alle persone. Vengo qui al mercato per contribuire a renderla disponibile ai più, a basso prezzo. Non crederesti a quanti clienti si interessano ai libri d’arte e letteratura, nonostante i tempi difficili.”
ANTOINE KABBABE - Antoine Kabbabe, 76 anni, si affaccia sulle rovine della sua casa d’infanzia a Gemmayze, Beirut, distrutta dall’esplosione del porto che ha sventrato l’intero quartiere il 4 agosto 2020. Nato nel 1948, anno in cui sono iniziate tutte le tragedie della sua regione, e già testimone della guerra civile libanese durata 15 anni, resiste alla distruzione archiviando i filmati che ha raccolto per tutta la vita. “Mia moglie mi rimprovera sempre: tu vivi nel passato. E io rispondo: è vero, vivo negli anni Settanta, nell’epoca d’oro del Libano.”
CAROLINE ZBIB - Caroline Zbib, 37 anni, si sforza di sorridere in una cucina di fortuna nel campo profughi palestinese di Mar Elias, nel centro dove lavorava come insegnante d’arte. Ora presta servizio come volontaria, cucinando per gli sfollati, di cui lei stessa fa parte, essendo fuggita dalla sua casa di Dahieh all’inizio della guerra. “Non sapevo di avere qualcosa come i vestiti da sopravvivenza. Tutto ciò che indosso ora è di una taglia in più, in modo da essere comoda quando scappo dai bombardamenti.”
LEA GHORAYEB - 36 anni, è circondata da quasi 200 donne della Sierra Leone che lavorano come collaboratrici domestiche migranti in Libano, abbandonate dai loro sponsor e sfollate a causa della guerra in corso. Architetto, manager di un gruppo di danza alternativa tutto al femminile e di una società di intrattenimento, dedica tutto il suo tempo ad aiutare questa comunità, facendo volontariato al The Shelter, l’ex nightclub trasformato in un rifugio temporaneo per queste donne, in attesa del loro ritorno verso il paese di origine. “Il mio attivismo consiste nello stare al fianco della mia comunità, rivendicare il diritto alla speranza, e rifiutare che la disperazione ci definisca. In tutto questo tempo, le donne sono arrivate a The Shelter spaventate, a tratti distrutte, ma ne sono uscite con il sorriso, un rinnovato senso di dignità, e gli strumenti per andare avanti. Questa trasformazione rimane una delle mie grandi gioie più grandi.”
RANA - Rana, 14 anni, ritratta in uno dei vicoli di Mar Elias, il campo profughi palestinese in cui è nata e da cui spera, un giorno, di tornare in Palestina, la patria che non ha mai visto. Dietro di lei, i suoi cugini giocano sventolando bandiere palestinesi e libanesi, mentre guardano in direzione di una moto che sta per avvicinarsi agli stretti vicoli del campo che le auto non possono attraversare, tra piccoli negozi e cavi elettrici ciondolanti. “Ogni giorno, da un anno, guardo le immagini dei miei cugini uccisi a Gaza, chiedendomi come sia possibile che tutte le storie dei miei nonni sulla Nakba si stiano improvvisamente avverando di nuovo.”
FATIMA AL BASSAM - Fatima Al Bassam, 29 anni, di Haret Hreik, nella periferia sud di Beirut bombardata a tappeto dagli attacchi aerei israeliani, posa su un divano nel parcheggio dell’hotel in cui è sfollata, ad Hamra. Fotografata nell’istante prima di andare a lavoro, indossa il giubbotto antiproiettile: un promemoria costante del fatto che, come giornalista, è sempre in pericolo. “Nessuno ti insegna a stare al sicuro. Come giornalista, tutti si aspettano che tu sia coraggioso: ma anche noi siamo esseri umani e abbiamo paura.”
RAGHED WAKED - Raghed Waked, posa serio indossando la sua nuova divisa da fotoreporter al centro della dance hall del Grand Factory, il night club al centro della scena techno libanese per cui lavorava come fotografo. Adesso che i locali sono chiusi, incluso il Grand Factory, che ospita decine di famiglie sfollate. Raghed si è dovuto reinventare, fotografando le scene della guerra che ha colpito il suo paese. “C’è un prima e un dopo la guerra nella mia carriera professionale. Sospesa la vita notturna a Beirut, ho dovuto reinventarmi, così ho affiancato i miei colleghi giornalisti e ho rapidamente imparato a come stare sul campo, fotografare i siti dei bombardamenti, le case distrutte, le macchine in fiamme, le famiglie disperate, gli innumerevoli funerali. Non ho mai avuto paura. Non so bene da dove venisse tutto questo coraggio, forse è il mio essere libanese, l’abitudine alla crisi.”