Fotografie di Stefano De Grandis e Enrico Cerri (Collettivo fotografico OUTIS)

Una lingua d’asfalto serpeggia tra le rocce: si stringe, sale, poi si perde nel verde fitto che divora ogni margine. Il paese non appare: si lascia intuire. Rimane un silenzio denso, antico, come se da tempo non fosse più un luogo degli uomini ma l’eco di ciò che hanno abbandonato.
Morterone è un nome che si pronuncia come un errore. Il più piccolo comune d’Italia, certo, ma anche qualcosa di più: un paradosso amministrativo, una finzione geografica. Trenta­otto residenti all’anagrafe, una decina quelli che vi restano tutto l’anno. Un rifugio, un punto cieco della mappa. Chi vive qui è presente e assente allo stesso tempo, come il lupo.
Il lupo – animale di soglia – cammina dove le reti telefoniche si spengono e la strada finisce. Non si mostra. In questo luogo sospeso tra presenza e assenza, di notte lo si avverte scivolare accanto ai muri, nel silenzio delle case chiuse. Si racconta che torni, ogni tanto, giù dai Piani d’Erna, lasciando impronte nella neve. Oltrepassa il confine e ne custodisce il vuoto.
E qui, camminando, capita di sentirsi interrogati dal luogo stesso: non tanto su dove ci si trovi, ma su che cosa si diventi mentre lo si attraversa. Come se Morterone, più che essere un paese, fosse una domanda che prende forma tra gli alberi.