Fotografie di Rafa Jacinto
Testo e intervista di Sebastiano Leddi
Rubrica: A CURA DI
Perimetro presenta “A CURA DI“, la rubrica che incontra e conosce i curatori : i loro progetti, le loro visioni, i work in progress. Uno sguardo a 360 gradi sul contemporaneo, una bussola per orientarci tra immagini e immaginazione, presente e futuro delle arti visive.
Il settimo incontro è dedicato a PAOLO IABICHINO

Qual è il tuo rapporto con la parola? Perché hai scelto di lavorare con la scrittura?
Ho avuto confidenza con la parola sin da subito. Non l’ho scelta come mezzo, è stato più un modo per mettere in ordine quello che provavo. Crescendo, però, ho dovuto guadagnarmi da vivere. E la scrittura è diventata uno strumento di sopravvivenza. Niente romanzi, niente letteratura: ho scelto la pubblicità perché pagava. Era fine anni ’90, la creatività digitale era ancora una nicchia. E lì ho iniziato, scrivendo contenuti che pochi sapevano fare.
Poi, con il tempo, è tornata una necessità più espressiva, una volontà di leggere il presente attraverso la parola. Ho cominciato a scrivere libri, a insegnare, a usare la scrittura come forma di impegno civile. Non con spirito militante, ma con insofferenza. Se so scrivere, provo a farlo servire a qualcosa.
Sto lavorando ora a un nuovo libro con Apogeo, del Gruppo Feltrinelli, che uscirà a novembre. Si intitolerà “Parole che servono”. Ecco: credo che la parola, come la fotografia, possa raccontare il presente solo se apre scenari, non se si limita a descrivere.


In un’epoca in cui l’immagine ha preso molto spazio, come vivi questa trasformazione? Hai cambiato il tuo modo di lavorare?
No, l’ho intensificato. Ho sempre guardato con sospetto l’ossessione per l’attenzione breve. Le sponsorizzate da sei secondi, i video virali da dieci. Anche quando li facevo io, non ci ho mai creduto davvero. Preferivo formati lunghi, cortometraggi, serie scritte con autori veri.
Oggi, più che da creativo, questo scenario mi preoccupa da cittadino. La velocità, la pornografia dell’immagine, la semplificazione. Il problema non è tanto l’immagine in sé, ma l’uso che se ne fa.
Per questo continuo a scrivere, a insegnare, a divulgare. A scegliere dove e con chi lavorare. Lavoro poco, ma scelgo molto. Non inseguo la visibilità, non partecipo a eventi solo perché “fanno numeri”. E soprattutto non partecipo alle gare. È una scelta netta. Lo so che non è popolare, ma credo che la logica dei pitch sia una delle tossine che ha inquinato il nostro mestiere. Tu non paghi più l’idea, paghi l’agenzia che costa meno.


E funziona?
Il mio commercialista non è d’accordo, ma io sì. Preferisco essere scelto per quello che so fare, non per quanto posso svendermi. Chi vuole un certo tipo di scrittura, sa che può venire da me. Non vendo parole a peso. E questo posizionamento, alla lunga, funziona. Ma richiede convinzione, e tempo.
La verità è che la nostra autorialità — nella scrittura come nella fotografia — ha un valore. E quel valore non è replicabile da un algoritmo. Se non sei disposto a pagarlo, è un altro discorso. Ma almeno non svendo.


Tu che rapporto hai con il capitalismo? La pubblicità serve a vendere. Come ti racconti questa contraddizione?
Me la racconto come facevano i ragazzi del Cluetrain Manifesto nel ’99: “Potete ancora fare soldi, purché non sia l’unica cosa che avete in mente”. Il denaro non è il male. È energia. Il problema è che abbiamo scambiato il profitto con il senso.
Credo si possa fare impresa in modo diverso. Restituendo. Rigenerando. Creando valore anche per chi lavora con te. Non è utopia: esistono imprese che lo fanno.
Quella che chiamo “scrittura civile” nasce anche da qui. Provare a spostare qualcosa dall’interno. Nessun antagonismo da bandiera, nessun romanticismo. Solo la volontà di piazzare delle microcariche esplosive nel sistema, nei luoghi che abitiamo. Se sei dentro il sistema, puoi scegliere come muoverti. È lì che puoi fare la differenza.

Oggi tutti i brand vogliono prendere posizione. Ma qual è la differenza tra un posizionamento reale e un gesto di marketing? Come si riconosce un brand onesto?
Lo senti subito. È una questione di coerenza. La maggior parte dei consumatori non se ne accorge, ma noi — che facciamo questo mestiere — sì.
La mia regola è semplice: prima fai le cose, poi le racconti. Se un brand vuole dire qualcosa, la prima domanda è: cosa stai facendo davvero? Dove stai mettendo le mani?
In Italia c’è molta confusione tra brand activism e dichiarazioni di intenti. Il nostro Paese ha una tradizione comunicativa accomodante, mai ideologica. Ma prendere posizione significa fare delle scelte, anche scomode. Non basta una campagna: serve una strategia coerente. E se non c’è, non ci sto.

Ultima domanda. Che idea ti sei fatto dei podcast come nuovo linguaggio? Ti interessano?
Mi piacciono molto. Lavoro con Loquis, una piattaforma di podcast geolocalizzati. Raccontano i territori, le comunità, le storie dal basso.
È un linguaggio che restituisce spazio all’ascolto. E per uno che lavora con le parole, è un canale naturale. Non so se i podcast cresceranno ancora o se saranno solo una moda, ma mi interessa quello che portano: lentezza, intimità, racconto. Come la carta. Per questo ho anche aperto un’edicola.


E cos’è quest’edicola?
È un avamposto. Un gesto di resistenza. Uno spazio per difendere la carta, la lettura, la parola. Non so se funzionerà. Ma intanto è lì.
