PASSAPAROLA – IL TEATRO PORTATO FUORI – EPISODIO 4 – SARA RICCIARDI

Fotografie di  Carolina Amoretti

Per il quarto episodio di Passaparola, il format che racconta il teatro portato fuori, realizzato in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano, siamo andati a vedere Depois do silêncio di Christiane Jatahy in compagnia di Sara Ricciardi. Vi raccontiamo com’è andata.

Una rappresentazione che va oltre il teatro. Forse anche perché portare in scena del materiale pseudo-documentario genera da subito un tacito patto con il pubblico; è tutto vero. Lo hai percepito così anche tu?

Sì, Sebastiano, ho avuto proprio questa percezione. Il rapporto che abbiamo con il media video-televisivo genera indubbiamente grande empatia. Affidiamo alla rappresentazione filmata un valore di totale veridicità. Lo spettacolo è stato davvero abilmente composto, un teatro “fusionale” in cui si mescolano audiovisivo, letteratura e cinema per innescare, così, un’osmosi storica ed emotiva.

Gli attori, con il loro linguaggio comune e non aulico – parlando in prima persona come se facessero parte della comunità indigena brasiliana –, hanno subito attivato in noi una profonda immedesimazione. Eravamo parte del racconto “suggestionato” dalle immagini video. Parlavamo con la moglie dell’assassinato. E così potevamo sentire il persecutore vicino. Sentirci, a nostra volta, perseguitati. È una docu-fiction tra vicende reali condite da un’avvincente drammaturgia-sceneggiatura che mette insieme magia e attivismo. E tutto ciò accade davvero, così e in molte altre forme, nella trama di lotta tra capitalismo e comunità indigene. In un gioco ad armi impari in cui un pugno di ferro si contrappone a un pugno di creta, ma la consapevolezza di un sempre più vasto pubblico potrà ribilanciare le sorti della partita. Una pièce teatrale che ci rende partecipi e ci richiama al ruolo di attivisti.

In Depois do silêncio si percepisce una fortissima urgenza politica di trattare tematiche come il neocolonialismo e il capitalismo, che in Brasile sono vissute con grande intensità. Pensando all’Italia, ti viene in mente un’opera artistica, in qualsiasi ambito, che recentemente ti abbia messo davanti alla medesima urgenza?

Partirei suggerendo delle meravigliose letture del filosofo e antropologo coreano Byung-Chul Han: libri come La società della stanchezza o le sue riflessioni psicopolitiche in Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere ci fanno riflettere su come il capitalismo ci abbia promesso grandi orizzonti di fasulla libertà e come abbia, in realtà, generato una nuova forma di schiavitù composta da una certa epilessia della scelta, scandita da panico e ansia da prestazione: una società della stanchezza e della performance a tutti i costi. Siamo tutti figli di una certa formula coloniale. E il colonialismo non è mai finito: è sempre in corso, in diversa misura e sotto altre vesti e costumi. Mi vengono in mente opere d’arte contemporanea come McJesus dell’artista finlandese Jani Leinonen che accosta i simulacri del capitalismo moderno a quelli religiosi in cui si crocifigge Ronald McDonald oppure lo si fa diventare una divinità buddista. Tutti figli di un grande marketing. Mi viene in mente la Venere degli stracci di Pistoletto che ci porge le spalle davanti al cumulo di stracci abbandonati dal nostro famelico consumismo. E di Pistoletto vorrei mettere in evidenza il suo operato artistico, consapevole e attivista, e il suo progetto sempre on-going di come si ricerca un terzo paradiso. A Biella ha creato un polo artistico e una comunità, una Scuola – Accademia UNIDEE – per consentire alle persone di esplorare i temi come l’Arte e Design per il sociale: bisogna trovare sempre nuove risposte o, meglio, nuovi quesiti per indagare il nostro contemporaneo ed essere coscienti della sua complessità.

Se ti dico le parole “comunità”, “terra”, “libertà” e “cultura”. Cosa ti è rimasto addosso?

Sento nascere dentro un fuoco.

Conservare, accudire, tutelare eppure trasformarsi.

IL FUTURO È  TRIBALE.

Che detta nell’ottica di una globalizzazione atomica in corso suona strano.
Eppure, sono profondamente convinta che questo sia per noi una modalità straordinaria di riaccendere il dibattito su comunità globali e microcomunità. È come se oggi nella Torre di Babele parlassero tutti inglese, che meraviglia di comprensione! Come se Eva avesse preso la mela tramite Glovo nella grande mutazione degli strumenti. Eppure, come faccio a tutelare le etnie? Le gustosissime differenze, le microculture? La nostra geopolitica ridefinisce i confini e dobbiamo esserne consapevoli, ma in questo comunismo cibernetico espanso di cui sono grande supporter bisogna capire come si tutelano le tribalità per esperienze sostenibili e micro-organiche di comunità e del sentirsi insieme. È qualcosa di pensabile tenere insieme le due estremità di un capo così lontano? Desidero capire come lavorare ogni giorno su questo tema.

Da donna del sud che rapporto hai con i rituali tradizionali del nostro Paese ?

Ci sono dei libri straordinari di Ernesto De Martino, un antropologo che ha devoluto la sua vita alla ricerca della magia al sud, che consiglio fortemente sul tema.
Io non ho mai avuto una famiglia legata a rituali tradizionali o amante delle celebrazioni ma ho sempre sentito un impulso antico: battermi dentro come se delle formule magiche mi risuonassero. Vengo da Benevento, città delle streghe, un territorio con frequenze molto basse, in cui svariate antenate sono state capaci di curare con piante e di esplorare il territorio magico dello spirito. Platone dice «conoscere è ricordare» e, quando mi concentro nel tempo presente, è come se potessi sentire la loro eco lontana dentro di me. Nasciamo tutti con profondi poteri da coltivare. Tutti abilitati a possibili connessioni energetiche. Dobbiamo solo ricordare la nostra vena ancestrale e la potenza del nostro essere primitivo che ha una conoscenza immediata. I rituali della tradizione –tramite la forma, tramite parole mantriche, suoni, cibi, vestiari, danze e profumi – cercano di suggestionare e riconnetterci a quel sapere non
nozionistico ma cosmico.

La Natura ha un ruolo attivo, in questa pièce come nella vita, specialmente se la sai ascoltare. Ti senti a contatto con lei?

Noi siamo Natura.

Credo che ognuno di noi debba solo ricordarsi che ogni sua cellula appartiene alla Natura.
Infinita entità sconosciuta e misterica di cui siamo figli. Desideriamo rinnegarla, imbrigliarla, sviscerarla, capirla, domarla. Cerchiamo protezione costruendo griglie e racconti.
Visto da vicino, il nostro cuoio capelluto nasce esattamente in un punto e si sviluppa con un movimento a spirale che è lo stesso moto a spirale in cui si sviluppa una galassia: dalla torsione dei tronchi degli alberi all’acqua nello scarico di un water, tutto ci riporta all’essenza fisica della Natura. Al moto circolare continuo. Le mie mestruazioni sono connesse ai cicli lunari.
Tutto mi riporta lì. Il tema è: volerla ascoltare o meno. Sono nata tra i boschi e sin da quando ero piccola la Natura mi ha insegnato la tortura, la spietatezza, la bellezza, l’estasi, la nascita, la morte, la crudeltà delle intemperie, il processo in sé di trasformazione e forza.
Una Dea madre con cui ho davvero un profondo legame presente e quotidiano.

I personaggi di questo racconto è come se fossero dei tamburi percossi che, vibrando, arrivano a trasmettere una sorta di testimonianza del loro vissuto, più che attori che recitano una parte. Il teatro arriva dove altre arti non possono arrivare. Sei d’accordo?

Il teatro è una scatola magica. È stato il mio primo totale amore. Iniziai a frequentare i teatri da piccola e rimasi incantata da come un unico palco potesse dare vita alle emozioni più disparate. Rappresentare la vita. Toccare le vette della tragedia e della gioia, suggestionare la poesia. Credo sia dovuto proprio al rapporto empatico che si ha con il luogo. C’è un varco che è già preludio di un mondo altro a cui ci concederemo per qualche ora. Gli attori, le loro energie, il loro fiato, il loro sudore, le loro imperfezioni, la verità dei suoni e dei materiali ci avvolge e la percepiamo con tutti i nostri sensi.
E poi il respiro di un intero pubblico che assiste e di cui sentiamo le reazioni e le emozioni. In questo spettacolo ho sentito le mie lacrime e quelle di molte persone scendere lente. Negli applausi dentro di noi c’era quella sensazione che si avverte post acquazzone, di quiete bagnata. È un processo di suggestione formidabile. Andate tutti a teatro per esplodere di emozione, questo è il mio augurio.

Appartenenza e identità sono al centro di questo spettacolo, ma sono anche due elementi
molto forti del tuo lavoro. Come fai a rappresentarli attraverso il design?

Il design per me è uno strumento narrativo.
Sono molto concentrata sulla possibilità di lavorare con una ergonomia emotiva sulla scenografia della relazione. Ed è per questo che insegno alla Nuova Accademia di Belle Arti Social Design e Pratiche relazionali. Mi interessa portare gli studenti a capire che un designer può essere anche un attivatore e un facilitatore, può disegnare servizi e spazi, oggetti ma anche rituali e nuove semantiche, prossemiche e simulacri.
Può ridisegnare i rapporti condominiali, centri di aggregazione o la gestazione co-progettata di luoghi pubblici, non imposti dall’alto, ma stimolati da una progettazione partecipata dei locali che in questo modo vedono nascere un progetto che genera appartenenza e valore collettivo. Stimola lo scontro ma anche il confronto, e quindi una fondamentale interazione nell’essere cittadini. L’identità dell’individuo è fondamentale e deve essere valida all’interno anche di quella più ampia della collettività.
Senza seguire trend, senza affondare negli slogan ma attingendo al proprio bagaglio emotivo e culturale, fisico e cognitivo che può apportare grande valore quando è autentico e profondo. Analizzare, ricercare e progettare all’interno di queste pratiche mi rende enormemente felice.