Fotografie di Luca Pellegrino
Testo di Joshua McEwen
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Turisti affollati al negozio degli M&M’s di Leicester Square, le code per il London Eye, una nonna commossa il giorno dell’anniversario di William e Kate. Se alcune città riescono ancora a cavalcare l’inarrestabile onda della gentrificazione, Londra ne è travolta. Questo fenomeno – a partire dal secondo dopoguerra – si è manifestato in tante e diverse sfaccettature. Tutte queste culminano nella costante perdita di identità urbana a favore di un globalismo atlantista che man mano va a intaccare lo stadtgeist di una città che ha dato i natali a correnti artistiche e subculture da cui l’Europa e il mondo intero hanno tratto ispirazione. Un tempo la cultura sovversiva affondava le radici nella musica, la letteratura e lo spettacolo. Essendosi conformate ad un nuovo status quo, queste industrie ormai hanno un ruolo sempre meno rilevante nella narrativa non-mainstream, sicché i rapporti di potere sono diventati più complessi. Nel passato i conflitti socioculturali erano più polarizzati, dove – per intenderci – si trattava spesso di contrapporre un noi a un loro. E a tenere a bada il tentato processo di omologazione culturale ci pensavano le industrie sopraccitate, che – in funzione quasi anticorpale – ristabilivano un equilibrio fra progresso e conservazione. Oggi, il modello Netflix/Spotify ha reso possibile la totale omologazione della produzione culturale, diventata ormai vittima di un modello unico e liberista che ha privato le arti di – prima di tutto – soldi, e soprattutto della verve anticonformista che, in fin dei conti, è la ruota motrice che le ha sempre spinte al progresso. Ciò che rende questo conflitto dialettico più complicato rispetto al passato è l’assenza apparente di un artefice, sommata alla complicità delle vittime che miete. Questo sistema illude colui che non ne trae alcun vantaggio, penzolandogli davanti promesse di successi e fortune che con ogni probabilità non si materializzeranno. All’interno di questo crogiolo pasticcione sopravvivono luoghi e persone che non accettano un simile cambiamento, non necessariamente in maniera conservatrice ed antiriformista, bensì rivendicando la possibilità di abitare in un luogo che non si conforma ad un modello globale, unico e dominante. In altre città queste rivendicazioni si traducono in grandi iniziative urbanistiche, come per esempio l’ex aeroporto di Tempelhof a Berlino, la cui superficie di quasi 13km2 è stata sottratta alla speculazione edilizia a favore dell’uso pubblico al servizio dei cittadini. A Londra non manca la volontà di salvaguardare lo spazio pubblico dalla rapacità dei grandi investitori. Curiosamente, questa volontà di resistenza si materializza in uno dei luoghi più inaspettati: il pub, una volta baluardo del tradizionalismo britannico, adesso bastione della resistenza controculturale. Ed è proprio questo tradizionalismo che, pur ricordando il tanfo stantio dei costumi di un impero decaduto, oggi riesce a rallentare (anche solo un poco) il processo di omologazione culturale. Nota bene: Londra pullula di pub ma solo pochi incapsulano le qualità positive di cui stiamo parlando. Molti di questi, seppur all’apparenza autentici, hanno lo stesso fascino di un ristorante in Via Dante coi menù in inglese e i buttadentro. Bisogna stare attenti. Il successo pare alla portata di tutti in una società così connessa. Una persona qualunque è convinta di essere a un passo dal sogno americano, che come sempre comporta una glorificazione dell’eccedenza e dello sfarzo. Ma l’edonismo, fatto di eccessi e sregolatezze e per forza di cose oggetto di mitizzazione, oggi risulta più datato e tossico che mai. È bello pensare che, nel clima attuale, la normalità sia diventata un’arma di sovversione potentissima. E dove vanno le persone normali? Ad un punto d’incrocio fra Mile End e Bow, in piena Londra est, sorge il Wentworth Arms: un rendez-vous per gli avventori di zona, il cui ingresso è sconsigliato a turisti da Kodak usa- e-getta al Buckingham Palace. L’edificio, in stile vittoriano, si trova all’angolo di Wentworth Mews ed Eric Street. È di tre piani. Presumibilmente un tempo offrivano alloggio agli avventori, com’è il caso per molti pub vecchio stile (le Public Houses, da cui deriva il termine “pub”, per essere definiti tali dovevano offrire vitto e alloggio). L’interno è rudimentale: qualche tavolo, sgabelli davanti al bar, una carta da parati di gusto discutibile, freccette, un jukebox, un distributore di preservativi nel bagno degli uomini (che senz’altro ha visto giorni migliori). L’odore è acre, pungente, indefinibile e affascinante. I danni accumulati alla tappezzeria interna, palinsesto della storia centenaria del Wentworth, conferiscono maggiore avvenenza al locale. Ogni venerdì e sabato, tra le note di Sweet Caroline e Come on Eileen, le vite dei locals si incrociano. Molti vengono da famiglie della classe operaia locale e alcuni appartengono alla piccola borghesia. C’è anche chi è stato in carcere, chi ci deve ancora andare e chi, in generale, millanta avventure degne di un 41Bis. Persone provenienti da ambienti diversi sono accomunate da un profondo senso d’appartenenza al luogo in cui vivono, che si materializza nella sua forma più sacra fra le mura del Wentworth. Alfie, Bill, Vodka Paul, Chrissy, Tim, Monkey, Danny e Lewis potrebbero avere abbastanza poco in comune di lunedì mattina, ma quando si trovano lì, sono legati da un je ne sais quoi che io – per esempio – sono sicuro di non avere. Un dettaglio che differenzia i britannici dai mediterranei è una loro maggiore disinibizione, limitatamente alla sbronza, beninteso, dovuta – secondo me – sia a un rapporto diverso con l’alcol che a un’intrinseca volontà di ribellione, come reazione a una cultura repressiva, dove regna un concetto di privacy universale che si manifesta sia in un’esitazione al contatto fisico, sia con l’insicurezza nell’esprimere i propri sentimenti. Se in Italia l’apollineo e il dionisiaco vivono in armonia (vedi la cultura dell’aperitivo o il bere un bicchiere di vino in pausa pranzo), in Gran Bretagna non si sono mai scambiati una parola. La gente trova nel bere (e quindi nel pub) un canale di sfogo quasi religioso, che trova la sua massima espressione nel culto del grottesco. Ma se da una parte il pub è un luogo designato per far baldoria, dall’altra è un luogo di pacifica e silenziosa riflessione. Molte persone (spesso più in là con gli anni) ci si recano per conto proprio a orari poco ortodossi della giornata. Non essendo questo un tabù e in assenza del pretesto della socialità, il consumo di alcol cambia di significato, assumendo connotati quasi meditativi, suscitando nell’individuo la stessa serenità d’animo che si verificherebbe facendo una passeggiata al sole. In un quartiere così vicino al centro della città, da tempo ormai coperto dalla macchia d’olio della gentrificazione, i pub – come altre attività commerciali – si sono adattati alle esigenze che questo fenomeno ha comportato. Tra le zone che hanno vissuto maggiormente questo cambiamento ci sono Hackney e Shoreditch dove, fino a poco prima del periodo Cool Britannia di Blair, era considerato abbastanza pericoloso girare. Negli anni queste zone hanno acquisito – agli occhi di molte persone – una sorta di fascino rozzo, che tuttora mantengono. Ma questo innegabile miglioramento urbano ha in sé una falla: attrae persone esibendo una facciata greggia e scabra che maschera la perdita di identità del quartiere. Ne è l’esempio lampante il prezzo degli affitti, come anche la scomparsa di molte attività commerciali private, poi sostituite dai vari Whole Foods Markets o negozi dell’usato costosissimi. In breve, ai ricchi piace giocare a fare i poveri. Che dinnanzi a questa tendenza il Wentworth, tanto più data la sua ubicazione, mantenga la sua autenticità è pressoché un miracolo culturale. Dal tragico inabissamento di Atlantide poterono sottrarsi solo lo scienziato, il politico, il filosofo, l’artista. Ebbene, posti come il Wentworth Arms svolgono la medesima funzione di quella stretta scialuppa che riuscì a portare in salvo appena una manciata di persone. Londra non sta affondando, ma molti londinesi sì. E con loro affondano parti importanti del patrimonio culturale cittadino. Che cosa è Londra, alla fin fine, se non i londinesi, autoctoni o d’adozione? Soluzioni? Le proposte sono tutte ben accette. Queste cose non si risolvono da soli.
Vorremmo infine ringraziare Lukas Wallis per averci dato l’opportunità di fotografare e condurre questo progetto all’interno del Wentworth Arms.

















