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Intervista a Antonio Bocola – Perimetro

Intervista a Antonio Bocola

Fotografie di Rafa Jacinto
Intervista di Sebastiano Leddi

 

 

 

 

 

 

Pompeo – Sinossi

Storia di un giovane pubblicitario di successo nella Milano da bere degli anni ’80, del suo rapporto con la droga e del suo declino umano e professionale. Pompeo, il protagonista, di fronte al baratro decide di riscattarsi: cerca aiuto e la forza dentro di sé per uscire dallo “schifo” della tossicodipendenza. Ci riesce. La sua vittoria, però, è solo apparente; presto si fa largo la consapevolezza di essere ritornato nello “schifo” delle non-relazioni quotidiane.

scritto e diretto da Antonio Bocola e Paolo Vari
con Paolo Pierobon
presentato da C.N.C.A. Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza
realizzato con il sostegno di Associazione FILMMAKER
con il contributo di Unione Europea – Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale
con l’alto patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dell’Istituto Superiore di Sanità. Distribuito da e-tica srl per l’istituto Superiore di Sanità.
Film 32’
Milano 1998

Fotografie backstage Filippo Casaccia

 

 

 

 

 

 

 

Sei un Ambrogino d’oro… com’è andata?

 

 

L’Ambrogino è stato un fulmine a ciel sereno, assolutamente inaspettato.
In giunta, come compresi in seguito, serpeggiava la volontà di dare un riconoscimento al cinema milanese. Per insondabili motivi, la scelta ricadde sul mio lavoro e la mia persona.
La motivazione ufficiale cita il film Fame Chimica, e i due documentari Non ci sto dentro e Opera Gagia “… per aver reso onore alla Milano capitale dei media e della comunicazione…” !!!
Certo, è sempre piacevole ricevere un riconoscimento, e questo, concesso a “mia insaputa” mi ha davvero spiazzato! In ogni caso, nel ringraziare il Comune, dedicai l’Ambrogino a tutto il comparto del cinema indipendente.

 

 

 

 

 

 

Come può convivere la tossico dipendenza all’eroina e la vita del pubblicitario milanese? Lo hai raccontato in “Pompeo”.

 

 

Pompeo nasce da una richiesta del Ministero del Lavoro e del CNCA, che voleva indagare sulle problematiche del ritorno al lavoro delle persone ex-tossicodipendenti. Con Paolo Vari, il mio amico/socio e co-regista storico, abbiamo fatto una ricerca documentaristica sul campo, incontrando e intervistando molte persone che avevano avuto esperienze di dipendenze, tra cui un uomo che di professione faceva proprio l’art director pubblicitario. Questa cosa, ci risuonò: cercavamo proprio un’idea per costruire una rappresentazione che andasse fuori dagli schemi e dagli stereotipi del tossico da strada; inoltre, la messa in scena di un ambiente a noi vicino, come quello dell’advertising milanese, ci intrigava parecchio.

Abbiamo delineato una messa in scena “a quadri”, spalmata su due epoche temporali, gli ’80 e i ’90, rappresentativi di due generazioni di pubblicitari e di stereotipi legati al quel mondo. La diffusione della cocaina nelle agenzie di ADV e sui set era conosciuta, ma fu una sorpresa scoprire quanto anche l’eroina avesse giocato un ruolo chiave nella “filiera” della produzione pubblicitaria. Da grandi fan di Pazienza, il parallelismo con l’opera “Pompeo” ci venne da subito evidente, tanto che abbiamo deciso di intitolare così il film, previa richiesta a Marina Comandini Pazienza, sua moglie ed erede dei diritti dell’opera di Andrea.

Curiosità, il film ha ben due uscite: la prima a cura del CNCA nel ’98 con il nome Pompeo e la seconda edizione nel 2005, a cura dell’Istituto Superiore di Sanità, per la campagna nazionale anti-droga con il titolo mutato in Storia di P. (Pompeo).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo stereotipo del pubblicitario milanese ti sembra essere cambiato in questi vent’anni?

 

 

In Pompeo, descriviamo lo stereotipo del pubblicitario anni ’80, l’artista romantico maledetto, legato anche al consumo di eroina e coca. Negli anni ’90, invece lo stereotipo era il pubblicitario zen, il cibo macrobiotico, lo yoga e al massimo qualche cannetta. In comune, c’era il lavoro spinto al massimo, il successo, i soldi, i Leoni d’Oro di Cannes. Negli ultimi 10 anni lo scenario è rapidamente mutato, sono cambiate le regole del gioco ed è cambiato il mercato: i budget, già ristretti dalla crisi del 2008, si sono frammentati ulteriormente, mettendo a dura prova le grandi agenzie.

Purtroppo (o per fortuna?) non sono più molto dentro il mondo dell’ADV e non sono aggiornato sugli stereotipi dei pubblicitari milanesi. Posso immaginarli…

Gli imbruttiti.
Quelli che si sono visti decurtare budget e lavori, compilano preventivi e proposte, scrivono progetti senza sosta, per riuscire a fatturare.

Il precariato cognitivo,
rappresentato da un esercito a basso costo di art, copy, videomaker, fotografi, giornalisti, ricattabili, senza nessuna garanzia.

I criceti nella ruota:
Coloro che lavorano in una grande agenzia di comunicazione, di marketing, di eventi o in una start-up.

La serie A.
Quelli che fanno spot stupendi con budget decenti. Sempre meno, purtroppo.

E se vogliamo ritornare alle droghe, direi psicofarmaci e alcool, oltre le onnipresenti coca e roba.

 

 

 

 

 

 

La produzione del tuo cortometraggio mi è sembrata estremamente elaborata, molte location, molti attori, davvero un piccolo film.

 

 

Con il lavoro preliminare di ricognizione sul campo, abbiamo accumulato una ricchezza di esperienze, aneddoti e riflessioni che nel nostro script hanno preso vita in una voce narrante credibile, su cui abbiamo costruito la sceneggiatura di Pompeo. Il racconto ha una struttura di monologo, che in modo emozionale, vuole far emergere alcuni cliché che vengono superati dalla progressiva caratterizzazione e consapevolezza del personaggio. Con questi presupposti, abbiamo tentato una messa in scena abbastanza ambiziosa, strutturata su due livelli temporali in un tempo di produzione relativamente compresso.

L’impianto produttivo in effetti, è stato impegnativo: molti set, spostamenti, continuity di trucco e parrucco da tenere d’occhio, tante persone di troupe e comparse, molti attori secondari importanti, tante ricostruzioni, poi giravamo in pellicola, molte scene con steadycam e con diversi dolly impegnativi, insomma il solito delirio…

Il cuore della storia è ambientato in Barona, il mio quartiere. Casa mia quindi, per fortuna piuttosto spaziosa, venne trasformata in stabilimento cinematografico: diverse scene in interni come la scena dello spacciatore e quella di Pompeo a letto sono state girate a casa, come alcuni esterni in cortile e la scena di Pippo. Casa funzionò ovviamente anche da base, deposito, laboratorio, mensa per la troupe, camerini trucco e parrucco, dormitorio, etc. Alcune foto del reportage sono state scattate sul terrazzo, allestito per i pranzi di produzione.

Per gli anni ‘80, abbiamo ricostruito un’agenzia nello spazio della contabilità della JW Thomson, una delle più importanti agenzie pubblicitarie della città, che ci prestò un “pezzo” della loro sede. Essendo lo spazio dedicato ai numeri, abbiamo dovuto ricostruire il mood della creatività e della frenesia del reparto creativo, con molte comparse, tutti amici ovviamente, o collaboratori del film. Per i ‘90, dove Pompeo ritrova il suo vecchio collega, una volta disintossicato, abbiamo ambientato l’agenzia pubblicitaria in un bellissimo studio milanese della moda, modificato per le nostre esigenze.

Molto divertente è stato l’approccio con lo stesso ristorante ambientato nelle due epoche: prima una vecchia osteria, poi un ristorante macrobiotico alla moda.
Dal punto di vista della “fotografia”, la sigla di testa del film è costituita da alcuni scatti storici di diversi importanti fotografi, messi a nostra disposizione dall’Archivio Primo Moroni e Cox18.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Com’era la scena indipendente milanese di quegli anni?

 

 

Era un buon momento per noi film-makers: c’erano molte opportunità in giro, non c’era troppa concorrenza e veniva premiata la qualità.
Una parte rilevante del cinema indipendente proviene dall’esperienza dei centri sociali, dove si poteva contare su una rete nazionale di distribuzione e produzione, grazie ai tanti festival e rassegne organizzate negli spazi autogestiti. Molti di noi autori si stavano facendo le ossa nelle case di produzione della città e si era creato un network informale di professionisti/militanti che si incontrava nei festival, nei cortei e ai concerti. Da questa rete, nascono molti progetti e collaborazioni: documentari sociali, corti, sperimentazioni, ma anche collaborazioni commerciali e opportunità di lavoro.

In quel periodo d’oro, fu determinante per noi l’incontro con Filmmaker, nelle figure di Silvano Cavatorta e Gianfilippo Pedote. Filmmaker è stato fondamentale per lo sviluppo del cinema indipendente milanese. Il festival ha tenuto a battesimo almeno tre generazioni di registi italiani e prodotto più di 80 film, tra cui appunto “Pompeo” (’99) e Fame Chimica cortometraggio (’97).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla realizzazione di Pompeo sono cambiati gli strumenti, le tecnologie, un’evoluzione estrema da analogico al digitale, cosa ha comportato?

 

 

Pompeo è stato girato in pellicola super 16 mm, è stato montato con Avid e masterizzato in D1. Il nastro D1 che ho in archivio è grande come una valigetta 24, ore e costava 450.000 lire. Per avere un prodotto video di buona qualità, ci voleva tempo e denaro. Agli inizi, usavamo i 3/4 U’matic per pre-montare nostri film. Era necessario fare una copia del girato con i time-code impressi sul video. Facevamo il montaggio e successivamente si andava in qualche sala di regia seria, a gratis o a prezzo di cortesia, per fare l’edit on line in alta qualità.

Poi arrivò l’Avid, il montaggio non lineare, e tutto iniziò a semplificarsi; rimase però il problema del costo/qualità di questi sistemi di editing.
Molte piccole case di produzione e cooperative si imbarcarono in mutui impegnativi per entrare nel mercato e nel frattempo si diffuse l’uso delle camere semi-professionali nelle produzioni televisive e dei documentari. Le cosiddette “troupe leggere”, che diventano un linguaggio. In quel periodo, nascono molte produzioni che utilizzano tecnologie light per racconti di ampio respiro. Anche al cinema, il movimento Dogma usa le telecamere DV, mentre si inizia a sperimentare il digitale con l’alta definizione HDTV.

Negli ultimi 10/15 anni la scena è totalmente cambiata. La pellicola è morta, i film vengono girati con cineprese digitali fino a 12K, molte produzioni usano camere DSLR, con cui si può girare un film. Anche i telefoni ormai producono degli ottimi 4K. Ma sono cambiati anche i contenuti e i media.

La diffusione delle tecnologie ha reso il video alla portata di tutti, le possibilità sono molteplici e ce n’è per tutti i gusti e tutti i budget. Chi produce, deve avere in mente un pubblico e il pubblico ha in mano il telecomando (o la carta di credito): quindi, o ritmo o morte! (Dziga Vertov)

 

 

 

 

 

 

 

 

Qual era l’esigenza narrativa di quegli anni e qual è quella di oggi?

 

 

Per me tutto è nato con la passione per il documentario e la ricerca di uno stile fuori dagli schemi, che coniugasse un interesse visivo e un contenuto emozionale.
Queste osservazioni, si sono tramutate presto in finzioni o docufilm a cavallo con la realtà. L’esigenza era la freschezza negli script e dei volti, la ricerca della realtà nella messa in scena, l’attenzione ai fenomeni politici e culturali, la sperimentazione dei linguaggi, lo storytelling, come si dice ora, noi la chiamavamo narrazione, e non per ultima, la condivisione, delle pratiche e delle idee.

Ora è tutto molto più caotico/egotico, in un certo senso. C’è una grande richiesta di contenuti, ma anche una grande offerta.
Da parte mia, sto cercando di riprovarci con un secondo film lungo o una serie di fiction. Ho una passione per lo sci-fi e le rappresentazioni ucroniche: ho scritto un pilota di genere, ben prima della Covid-buriana, su una sorta di emergenza globale. Nella mia serie finirà tutto bene, ma dopo molti anni e un cambiamento radicale, per salvaguardare ambiente e territorio.

Nella realtà di oggi, andrà così?
Altra mia passione, in qualche modo profetica, è l’interesse per la Cina e i cinesi. Ho scritto una serie su una gang di giovani cinesi di seconda generazione ambientata a Milano e un paio di corti “teaser”, che spero di realizzare quanto prima. Un pezzo di Cina a Milano, che ho girato recentemente è contenuto nel film “La Prima Onda”, un documentario sul Covid a Milano, un film collettivo prodotto da MIR, promosso da AIR3, l’associazione dei Registi Italiani di cui faccio parte e distribuito da Rai Cinema.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come mai oggi che il cinema potenzialmente si gira con il telefonino non si vedono film interessanti?

 

 

Come giurato del David, vedo molti film prodotti in Italia: ben girati, ma spesso purtroppo di qualità mediocre.
Tolte le commedie e i film mainstream, peraltro girati con budget sempre più esigui, rimane una pletora di prodotti destinati a rimpinguare i listini e i pacchetti dei distributori di film per le TV e le piattaforme.

Un lavoro molto interessante, invece, girato con i telefonini è “Selfie” di Agostino Ferrente, che è stato premiato come miglior documentario. Le tecnologie consumer, di per sé non sono né cattive né buone. Devono essere utili e devono essere al servizio del regista, della storia e fare il loro dovere dal punto di vista della qualità dell’immagine. Il cinema è una complessa alchimia di tanti elementi ben bilanciati: tempi e luoghi di produzione, buoni attori, tecnologie, parte artistica e artigianato.

A mio avviso, nell’epoca post Covid, ci sarà più spazio per storie piccole e “sincere”, per autori che sapranno arrivare al pubblico con verità e che sapranno interpretare e definire questo nuovo immaginario con originalità.
Ci vorrebbe un luogo virtuale, dove far incontrare autori e registi, un po’ come il Jamaica di una volta, dove interrogarsi e confrontarsi sui linguaggi e far nascere alleanze creative. Avete una stanza virtuale disponibile a Perimetri?